Secondo quanto riportato dai colleghi di AutoRacer.it, Williams, Alpine e Cadillac starebbero già lavorando alla nuova monoposto 2027 con l’obiettivo di adottare la sospensione anteriore push rod.
Una scelta che porterebbe l’intera griglia verso un’unica filosofia tecnica. Il cambiamento, però, va ben oltre lo schema sospensivo. Modificare il front end significa ripensare cinematica, distribuzione dei pesi, packaging e soprattutto aerodinamica. È proprio dall’anteriore che dipende gran parte della qualità dei flussi diretti verso il fondo, ancora oggi il principale generatore di carico.
La push rod offre infatti maggiore libertà agli aerodinamici nella gestione dei volumi e dei flussi, oltre a garantire più margine nelle regolazioni. È anche per questo che diversi team hanno preferito non stravolgere le monoposto 2026: investire pesantemente su un’architettura destinata a essere abbandonata avrebbe avuto poco senso, soprattutto con i vincoli del budget cap.
Williams, ad esempio, ha concentrato gli sforzi sulla riduzione del peso della FW48, rinviando il vero cambio di filosofia alla vettura del 2027.
Alpine, invece, punta a risolvere i limiti emersi soprattutto nelle curve medio-lente, dove l’attuale monoposto fatica a trovare rotazione e stabilità.
Anche Cadillac seguirà la stessa strada. Dopo la stagione d’esordio, il team americano potrà sfruttare l’esperienza accumulata per progettare una vettura meno vincolata dai compromessi iniziali e costruita attorno a una piattaforma aerodinamica completamente nuova.
Chi ha già iniziato questo percorso è Aston Martin. Con la vettura B sono arrivati i primi cambiamenti, ma il progetto realmente libero dai compromessi sarà quello del 2027, quando Adrian Newey potrà intervenire in maniera più profonda sul front end.
La direzione tecnica appare quindi ormai definita: nel 2027 la push rod anteriore potrebbe diventare lo standard dell’intera griglia. La vera differenza, però, non sarà la sospensione in sé, ma il potenziale aerodinamico che questa soluzione consentirà di sviluppare.
Ungheria. Un Paese che parla una lingua senza parenti, come se avesse deciso di restare ostinatamente se stesso mentre tutto il resto d’Europa imparava a somigliarsi. Budapest è il Danubio, i ponti, i palazzi imperiali e le terme. Poi, una trentina di chilometri più in là, c’è l’Hungaroring.
Un circuito che non urla, soffoca. Qui i rettilinei durano il tempo di un sospiro e le curve si rincorrono come le parole in un litigio di coppia. Qui sorpassare è complicato quanto trovare un tassista ungherese disposto a parlare italiano, e il caldo di fine luglio trasforma ogni abitacolo in una sauna magiara.
È l’ultimo ballo prima delle ferie. Poi il paddock chiuderà i battenti, la Formula 1 abbasserà le serrande, in attesa di tornare a ruggire tra le dune di Zandvoort. Buone vacanze a tutti.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 7: Tempo di reazione al semaforo: caffellatte e croissant. Per il Giorgino continuano le magagne elettroniche di Spa-Francorchamps, argomento per il quale non sembra aver ancora elaborato il lutto. Del resto la fortuna, a Silverstone, lo aveva baciato. È sempre più evidente che fosse un bacio d’addio.
Antonelli invece, mette insieme un’altra gara di testa. Dal muretto le provano davvero tutte per dargli una mano: strategie alternative, finestre di pit-stop aperte e richiuse come persiane in pieno agosto, un pizzico di fantasia e persino qualche generoso centimetro oltre i limiti della pista. Ma stavolta la W17 non ne voleva sapere di andare oltre quello che aveva. Il resto è tutto bicarbonato: Kimi continua a raccogliere punti senza fare chiasso e, guardandosi alle spalle, vede il mondo allontanarsi sempre di più. Altro che pacchetto d’aggiornamenti, per raggiungerlo servirà un binocolo.
Ferrari, voto 5: Le volte in cui, alla vigilia, la Ferrari avrebbe dovuto stravincere ormai sono seconde soltanto alle numerosissime vittorie di Trump contro l’Iran. Il venerdì, lo ammetto, per un attimo ho temuto il meglio: la SF‑26 sembrava averne decisamente più della concorrenza, ma poi la domenica buonanotte e sogni d’oro. Ritmo a corrente alternata e una strategia talmente criptica che, per capirla, mi sono dovuto collegare alla pagina 777 del Televideo.
Quanto al Sir, certi di non farlo arrabbiare – visto il ricco repertorio, il bottino, il talento e tutto il resto – un piccolo appunto possiamo concedercelo: ultimamente di penalità ne sta collezionando un po’ troppe. E questa, francamente, era una di quelle che si poteva evitare.
Ph. Luca Martini / WHYOUT Media
McLaren, voto 9: Norris si stava trasformando nel Jalisse della Formula 1: dopo il grande trionfo non l’aveva più visto nessuno. A Budapest, però, rieccolo. E bravi gli inglesi, che impartiscono a Maranello una lezione piuttosto elementare su cosa significhi fare le cose con criterio. Vettura in bolla, strategia impeccabile e guida da Champ confezionano una prestazione d’argenteria che il resto della compagnia farebbe bene a prendere molto sommessamente sul serio.
Piastri, dopo una partenza a razzo, mette dentro marce ridotte. Infine ci si mette anche la tecnica a chiudere il sipario in anticipo, lasciandogli in mano soltanto una domenica da dimenticare. Capita – a lui in particolare. La vera domanda, adesso, è un’altra: la McLaren riuscirà a tenere questo filo fino alla fine della stagione, oppure assisteremo all’ennesimo saliscendi? Perché, se continua così, c’è poco da scherzare.
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Red Bull, voto 7: Se esistesse un corso di sopravvivenza per leoni, il docente sarebbe Max Verstappen. In qualifica combina una sciocchezza a fondo perduto – segno che, in fin dei conti, non è fatto di ferro nemmeno lui. Alla domenica, invece, la solita ira di Dio: l’olandesino non molla nemmeno un lecca-lecca pur avendone le ceste piene. E il sorpasso su Hamilton? Più che una staccata, un trasloco: è partito da un altro codice postale. Bravo, bravo, bravo.
Haas, voto 3: Che si volga lo sguardo a Buda o che si volga lo sguardo a Pest, la situazione resta un disastro. Pensate che, prima di conoscere Bearman, il salice piangente rideva di gusto. E quando si è girato da solo come un baccalà? Mamma mia, ammetto che lì ho avuto la stessa reazione di Dracula al sorgere del sole. Il talento non si discute, ma ultimamente la svogliatezza lo marca a uomo peggio di Gentile con Maradona. Dai, ragazzo, stringi i denti: è ora di tornare all’Haassalto.
Alpine, voto 5: Ma come, proprio qui, nella terra marchiata a fuoco da Ocon nel 2021, mi rimanete imbalsamati fuori dai punti? C’è chi sostiene che l’A526 renda al meglio quando fa freddo. Può anche essere. Il problema è che non possiamo mica spostare il Mondiale a Cortina, con Jerry Calà al piano bar che attacca Maracaibo tra un bombardino e l’altro. Tocca adeguarsi. Perché se un’altra cliente Mercedes vola e voi restate inchiodati al marciapiede, forse il problema non è il termometro.
Audi, voto 7: Una P9 per Hulk che, dopo le recenti indiscrezioni, sa tanto di piccolo riscatto. Si dice abbia talmente paura che gli rubino il sedile per il prossimo anno che, ogni volta che rientra ai box, prima spegne il motore e poi monta il bloccasterzo. Prudenza tedesca. E a ben guardare, restare in Audi sembra una scelta tutt’altro che sbagliata. La crescita è lenta, certo, ma costante, e nel paddock ci sono parecchi piloti inchiostrati dentro progetti che hanno già mostrato il proprio soffitto prestazionale. Da quelle parti, invece, il soffitto lo stanno ancora costruendo. E quando arriverà il 2028, quel sedile potrebbe fare gola a molti più colleghi di quanti oggi siano disposti ad ammetterlo.
Racing Bulls, voto 7: Alla cortese attenzione del Presidente Stefano Domenicali. Per il 2027 avrei una proposta semplice semplice: aumentiamo le vetture di Racing Bulls da 2 a 24. A Budapest, dove il sorpassometro segna linea piatta, sono riusciti comunque a trasformare ogni giro in una questione personale. A Faenza devono aver trovato una sorgente d’acqua miracolosa, perché quella macchina vive di una grinta che il resto della griglia si sogna. Se possibile, ordinate qualche damigiana anche per gli avversari.
Williams, voto 3: Il vecchio Carlitos non sta più nella pelle, e la faccenda comincia a non giovargli. Capisco la frustrazione lunga mezza carriera, ma qui tocca fare giudizio, perché ultimamente il rischio di vedersi ritirare la patente per guida in stato confusionale inizia a diventare concreto. Per uno che percepisce uno stipendio pari al debito pubblico della Grecia, ci si aspetterebbe qualcosa di più: non tanto un miracolo, quanto almeno una domenica senza polemiche e con qualche sorpasso da raccontare.
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Aston Martin, voto 7: Vettura B? Quando hanno iniziato a parlarne ero scettico quanto Giuseppe davanti al celebre “Ma no, non è tuo, è dello Spirito Santo”. E invece, oh, mica male. Certo, questo aggiornamento non è la ventiquattrore di Pulp Fiction, però per la prima volta dopo mesi ci lascia annusare il profumo dei punti. E, visto da dove si partiva, non è affatto poco.
Adesso la palla passa ai giapponesi di Honda. Il telaio sembra finalmente aver imboccato la strada giusta, ma anche la power unit ha bisogno di una bella sgrassata. Una proposta, umilmente, ce l’avrei: come primo aggiornamento per il motore, proviamo a metterci della benzina al posto della salsa teriyaki.
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Cadillac, voto 3: Quindicesimo giro per Bottas, cinquantunesimo per Perez: ferie anticipate, rigorosamente autorizzate dalla badante. Del resto, quando la macchina va così piano, tanto vale evitare il traffico dell’ultimo giorno di lavoro. Adesso i due passeggiano per Budapest a caccia di bei sorrisi, che da quelle parti, mi dicono, abbondano. In pista, invece, continuano a cercare i decimi: se li trovate, consegnateli agli oggetti smarriti.
Il Belgio è un Paese piccolo che si è dato tre lingue, un solo re e un’infinità di modi per litigare pacificamente su tutto.
È la sede del Parlamento Europeo, dove si decide il destino del continente tra una riunione e un waffle. Poi, in mezzo alle Ardenne, qualcuno ha avuto l’idea di scavare Spa-Francorchamps. E lì, tutta quella pacatezza belga va a farsi benedire.
Perché Spa non è un circuito, è un capriccio del terreno che la Formula 1 ha deciso di addomesticare senza mai riuscirci del tutto. Il sole può splendere a Les Combes mentre a Stavelot, due chilometri più in là, sta già diluviando. È l’unico posto al mondo dove anche il meteo si iscrive al Mondiale con pieno diritto di voto.
E poi c’è l’Eau Rouge-Raidillon, che non è una curva: è un patto di fiducia rinnovato ogni anno tra il pilota e la fisica, con la fisica che finora ha sempre avuto l’ultima parola. Da queste parti sono passati tutti, e tutti hanno lasciato un segno. Spa non misura solo chi va più veloce. Misura chi ha ancora qualcosa da dimostrare.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 8: Inno di Mameli, tortellini alla bolognese e ricchi cotillon. Antonelli è lo scolaretto pettinato con la riga, è il pozzo di San Patrizio, è l’erba del vicino, vincente in un Gran Premio nel quale è andato tutt’altro che a Spa-sso. Recupera il maltolto di Silverstone, lasciando a bocca asciutta un Giorgino uscito subito di scena. Se l’inglese fosse il personaggio di un film horror, sarebbe il figurante che si fa divorare dallo zombie nella scena iniziale. Peccato davvero, perché sarebbe stato interessante vedere la vera differenza tra i due a parità di vettura, su una pista che notoriamente premia chi ha il coraggio di tenere il piede sull’acceleratore. Invece l’esperimento è saltato al primo giro, e la curiosità resta lì, arenata nella ghiaia. Saluti e baci.
Ferrari, voto 8: La Ferrari è come il caldo: più che i dati conta il percepito. E questo week-end, francamente, è stato migliore del previsto. Su una pista che prometteva sofferenze, la Rossa ha invece tenuto botta, portando a casa una gara solida e convincente. E poi, perbacco, il primo colpo di fortuna per Carletto! Quando la Virtual Safety Car stava per trasformarsi in un pit-stop da manuale, il mio lato superstizioso ha preso il sopravvento: ho sparso sul pavimento più sale di Neil di Art Attack. Ha funzionato.
Meno fortunato Sir Luigi, che raccoglie decisamente meno di quanto aveva seminato. E a essere raccolto, purtroppo, è stato pure un meccanico, travolto nella concitazione del pit-stop. Caro Lewis, se il cambio gomme non ti soddisfa, evita perlomeno di falciare la crew: non ti hanno nemmeno mai chiesto la mancia.
McLaren, voto 7: Davvero un buon lavoro per il Champ, che ci ha fatto divertire in quella che per McLaren è stata, altrimenti, una gara da sonni profondi. Rimonta con la fretta di un corriere, al pit perde 6 litri di tempo e nonostante questo chiude a una distanza totalmente accettabile dal compagno di scuderia. Applausi per il tentativo, quantomeno. E Piastri? Incolore, come gli capita spesso ultimamente. Chi riesce a spiegarne le ragioni vince una bambolina. Io, onestamente, ho smesso di provarci da un paio di week-end. Lui anche, mi sa.
Red Bull, voto 7: Dal regista di Missione più che possibile, un’altra domenica sopra le righe per il duo Red Bull. Verstappen tira fuori il solito repertorio di prodigi, trasformando una macchina non perfetta in qualcosa che assomiglia tremendamente a una candidata alla vittoria. Il vero capolavoro, però, lo firma Hadjar. Partiva da una galassia lontana lontana, eppure chiude con una P6 che profuma d’impresa. Il francesino è in uno stato di forma talmente smagliante che, quando gli scattano una foto, è il flash a rimanere accecato.
A questo punto la domanda è una sola: riuscirà questa Red Bull a vincerne una prima della fine del Mondiale? Se avete la risposta, scrivetela su un foglietto e inviatecela via fax. Le consegne tramite piccione sono sospese per il periodo estivo.
Haas, voto 5: Ormai il povero Ocon è salito sul carro di certe mammole che, in Formula 1, cominciano a sentire il ticchettio dell’orologio. E con il caldo estivo sembra essersi sciolta anche un po’ della sua già precaria tenuta. Ciccio, quando ogni domenica ti ritrovi a battagliare gomito a gomito con le Cady, vuol dire che i gelati sono proprio finiti. Dai, su. Largo ai giovani.
Audi, voto 7: Stai a vedere che forse abbiamo sfatato quel modo di fare tutto chiacchiere e distintivo che distingueva la Compagnia degli Anelli. È Bortoleto il man of the match, forse tra le prime vere dimostrazioni in Formula 1 di un talento così grande da poterne far scarpetta. P8 per una vettura che non è di certo un bisturi da chirurgo plastico, ma che nelle sue mani sembra improvvisamente meno grezza, meno approssimativa.
Dall’altra parte del box, invece, Hulk vive un fine settimana da comparsa. Sempre in affanno, mai davvero nel ritmo, finisce per fare da spettatore al compagno proprio quando serviva l’esperienza del veterano. Se Bortoleto ha acceso la luce, Nico ha passato il week-end a cercarne l’interruttore.
Racing Bulls e Alpine, voto 7: A braccetto per tutto il Gran Premio. E chi sono io per dividerli? Se le sono date di santa ragione dal primo all’ultimo giro, regalando uno dei duelli più belli della domenica. Peccato che la FOM abbia deciso di trattarlo come un segreto di Stato: non un’inquadratura, non un replay, non un briciolo di attenzione. Più che una regia, un atto di vilipendio al Motorsport. A godersi lo spettacolo sono rimasti soltanto i tifosi sulle tribune e gli abitanti di Spa, gli spartani, che almeno hanno potuto voltare la testa e seguirseli dal vivo. Tutti gli altri, invece, dovranno fidarsi della parola di chi c’era: ed è un peccato, perché quella battaglia meritava molto più di qualche cronometro in sovrimpressione.
Williams, voto 4: I due piloti Williams sono rimasti trattenuti all’assemblea condominiale. Punto quinto all’ordine del giorno: ripartizione millesimale delle spese per l’ascensore. Albon sosteneva di vantare un rimborso arretrato dal 2019, Sainz chiedeva invece il rifacimento della facciata, ma ahimè i bonus sono scaduti da un pezzo. Due ore di discussione, tre sospensioni, una minaccia di chiamare l’avvocato e, naturalmente, quorum mancato. La delibera salta ancora e l’unica decisione approvata all’unanimità è mettere a verbale che l’amministratore è un cornuto. Carlitos, però, la serata l’ha comunque salvata: la Spagna si laurea Campione del Mondo e lui si affaccia al balcone urlando “Campeones!” con tale entusiasmo da costringere il vicino del terzo piano a minacciare querela. In pista, invece, la Williams è rimasta fedele allo spirito dell’assemblea: tanto rumore, tante parole e nessuna decisione che cambiasse davvero le cose.
Aston Martin, voto 2: Altro che Nolan, questa è la vera Odissea. Ogni Gran Premio è un nuovo capitolo di un viaggio che sembra non finire mai, con la Verdona di Silverstone costretta a navigare tra più problemi che chilometri. L’elenco dei guai è talmente lungo da sembrare una delle infinite liste di Salvini. In qualifica restano affacciati al davanzale, in gara il distacco è talmente ampio che ormai viene espresso in ferie maturate anziché in secondi. Se gli aggiornamenti non funzionano, più che Adrian Newey servirà uno psichiatra di reparto. Che disastro.
Cadillac, voto 3: In attesa di metalli più pregiati, in Cadillac si godono queste due facce di bronzo. Tra un oh issa e un oplà, Perez saluta anzitempo per una buona dose di sfortuna, mentre Bottas resta più introvabile dell’indirizzo di casa di Saviano. Le uniche apparizioni televisive arrivano durante i doppiaggi. E lì confesso di aver avuto un dubbio: ero convinto che con la bandiera blu ci si dovesse spostare. Ma si sa, Paese che vai, usanza che trovi. Per il resto, il nulla cosmico. Prossima fermata? Il carrello dei bolliti. E, al ritmo attuale, rischiano pure di perderlo.
Il venerdì di Spa-Francorchamps ha lasciato sensazioni contrastanti in casa Ferrari.
Da una parte un Lewis Hamilton soddisfatto del comportamento della SF-26 tra le curve, dall’altra un problema che continua a preoccupare il sette volte Campione del Mondo: la perdita di spinta del motore sui lunghi rettilinei del tracciato belga.
Parlando ai media internazionali al termine della seconda sessione di prove libere, il britannico ha individuato con chiarezza il punto debole della vettura, mostrando però fiducia in vista del lavoro notturno degli ingegneri di Maranello.
“Per quanto riguarda il deployment siamo già abbastanza allineati con la nostra finestra ottimale. Non so se stiamo perdendo terreno ad alta velocità sui rettilinei, ma è proprio nel settore centrale che stiamo faticando un po’. Domani faremo dei passi avanti: stanotte analizzeremo i dati e cercheremo di ottimizzare meglio la vettura”.
Hamilton ha poi ribadito come il problema non riguardi il comportamento della Ferrari in curva, dove il feeling resta positivo, bensì la gestione della potenza lungo gli allunghi di Spa-Francorchamps.
“Nelle curve va bene, è fantastica da guidare. È solo che sui rettilinei il motore sembra spegnersi, non continua a spingere. Non so cosa faranno per risolvere questo problema in futuro, ma spero che ci riescano”.
Silverstone. Un luogo che non appartiene soltanto alla Formula 1, ma alla sua mitologia. Qui non ci sono palme, yacht o montagne a fare da cornice. Ci sono prati sconfinati, cielo basso, nuvole capricciose e quell’aria inglese che sa essere malinconica anche in piena estate. È il tempio del Motorsport britannico, nato da un vecchio aeroporto militare e trasformato col tempo in una delle cattedrali della velocità.
Da queste parti la Formula 1 respira un’aria diversa. Si passa da Copse a Maggotts, da Becketts a Stowe come se fossero capitoli di un romanzo cavalleresco, nomi pronunciati con rispetto quasi religioso da piloti, ingegneri e appassionati.
Silverstone è la patria dei tifosi rumorosi, delle bandiere al vento, dei prati trasformati in campeggi e delle domeniche in cui il sole e la pioggia sembrano darsi appuntamento nello stesso pomeriggio.
E se Monza è il cuore, Silverstone resta probabilmente il battito.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 7: La fortuna aiuta gli audaci, ma col Giorgino sembra aver fatto proprio un’eccezione. Prestazione in do minore la sua, premiata però da un buon vento da parte della sorte: 18 punti guadagnati su un compagno di squadra piuttosto rognato, che dall’altra parte del box prova invece a stringere i denti fino alla fine con una Mercedes più imbizzarrita del Generale Lee di Hazzard. Certo, a Brackley dovranno iniziare a mettere una pezza a questi inconvenienti tecnici: la vettura è eccezionale, ma per portarla integra al traguardo, anziché un pilota, sembra più necessario un esorcista.
Ferrari, voto 8: Non gli stava nel casco il sorriso! Bravo Carletto, che porta a casa una vittoria costruita con le unghie e con i denti, senza avere tra le mani la monoposto più felice del lotto – ma ormai questa, a Maranello, è quasi una tradizione di famiglia. Un canto libero di battistiana memoria, di quelli che arrivano in un periodo amaro come il cacao e ricordano a tutti che, quando il monegasco è in bolla, riesce ancora a trascinare la Ferrari oltre i propri limiti.
A spellarsi le mani dagli applausi c’era anche un sempre grintoso Little John, spaesato come Enzo Miccio alla Cinghialata di Zompicchia. Eppure, alla domanda più scomoda – “Possiamo parlare di Mondiale?” – ha risposto con un sorriso di gesso che era tutto un programma. Del resto sappiamo bene che una rondine non fa primavera e che, prima di parlare di Titolo, serviranno molte altre domeniche come questa.
McLaren, voto 5: Dicono che la realtà superi sempre la fantasia, ma a Silverstone ad essere superata è stata soprattutto la McLaren. Nulla può il verde speranza della livrea celebrativa, capace di consegnare ai tifosi appena una medaglia di legno, peraltro conquistata con una discreta dose di benevolenza da parte della sorte. La MCL40 non è mai sembrata realmente in partita: né veloce, né incisiva, né abbastanza brillante da impensierire chi le stava davanti. E così persino la proverbiale concretezza di Norris finisce sotto chiave, custodita come lo zafferano al supermercato. Il pilota c’è, la squadra pure, ma ultimamente il Papaya assomiglia più a una spremuta annacquata che a un succo concentrato.
Red Bull, voto 6: Verstappen, si sa, è uno che trova sempre l’ago nel pagliaio, infila le chiavette USB al primo tentativo e riesce persino a montare i mobili IKEA senza avanzare alcuna vite. Però, se la Red Bull gli toglie le ali, il risultato è che la vettura lo spara fuori come un pomodorino quando addenti una bruschetta troppo generosa. Peccato, perché fino a quel momento l’impresa aveva contorni quasi erculei.
Di tutto ciò beneficia Hadjar, che stavolta piazza uno scacco al Re e porta a casa un risultato pesante, confermandosi uno di quei piloti che non fanno rumore ma continuano ostinatamente a comparire nelle posizioni che contano. E mentre Max raccoglie i cocci di una domenica amara, il francese si gode il momento con la serenità di chi, a inizio stagione, era considerato poco più di una comparsa. Bravo, bravo, bravo.
Haas, voto 3: Bearman è in un periodo così difficile, che quando taglia una cipolla piange lei. Lui e Ocon, a quanto pare, sono ancora seduti in un pub di Northampton a tracannare pinte con un gruppo di allevatori scozzesi, intenti a spiegare i vantaggi della pastorizia rispetto alla Formula 1. Pare abbiano già promesso vitto, alloggio, un cane da gregge e un maglione di lana a quadrettoni. E, visti gli ultimi risultati, l’offerta ha un non so che di invitante.
Alpine, voto 7: Oh, ditelo agli amici, svegliate la nonna: che rimonta per Colapinto. Il giovanotto partiva dalla stanza più remota della torre più alta e, giro dopo giro, è riuscito a risalire la corrente fino a precedere persino Gasly, che in squadra resta ancora il metro di paragone. All’argentino va dunque il premio Verstappen dei poveri: non sarà il principe azzurro della Formula 1, ma questo risultato può tranquillamente appenderlo sopra il tinello di casa, tra la foto della comunione e il calendario del salumiere.
Audi, voto 7: P8, baby. Un ritorno in ghingheri per Gabrielito, che si sbatte come un dannato e qualcosa porta a casa. Un pensiero va a quelli come lui: gente con ambizioni da attico vista mare e classifiche da bilocale in periferia. La vita è dura, il motorsport ancora di più.
Racing Bulls, voto 9: La VCARB 03 è una vettura ibrida, nel senso che sembra nata dall’accoppiamento clandestino tra un carro armato M1 Abrams e una RB22. A differenza della sorella maggiore non tentenna, non filosofeggia, non si perde in crisi esistenziali: aggredisce. Aggredisce sempre. Non va a benzina ad alto numero di ottani, ma a pura speranza: quella di ogni ragazzino cresciuto nel girone infernale targato Red Bull, dove o vinci subito oppure finisci a commentare le gare dal divano. In pista i due torelli si comportano come Sandra e Raimondo: si beccano, si punzecchiano, si fanno i dispetti. Ma alla fine il risultato arriva puntuale come la bolletta della luce, e ormai questa consistenza non è più una sorpresa: è un’abitudine. Che squadra.
Williams, voto 2: Mi mancano le parole, figuriamoci i voti. Quella della Williams è stata probabilmente la prestazione più imbarazzante del week-end, quasi più dell’esibizione a tinte colonialiste andata in scena nel pre Sprint Race. Per Albon 6 pit-stop, uno dei quali durato ben 13 secondi, il tempo necessario per compilare un modulo alla motorizzazione. Per Sainz addirittura una penalità di un giro, roba che ormai mancava solo la retrocessione in Serie B.
Da Grove arrivano aggiornamenti – peso netto risparmiato nell’ala anteriore: 3 kg sgocciolati, come le olive – ma l’effetto in pista è stato quello di una tisana contro un incendio boschivo. E poi c’è Carlitos, che non riconosco più. Si è fatto annusare dal suo cane e anche lui ha mostrato qualche perplessità. Ci vorrebbe un tonico, non so: una paella, due fette di prosciuttino. Dai, Matador, reagisci.
Aston Martin, voto 3: Siamo tutti in trepidante attesa degli aggiornamenti ungheresi. Non so voi, ma io ho fiducia: ho visto Newey scrivere come un ossesso sul suo taccuino. Mi sono avvicinato e l’ho trovato chino su uno schema piuttosto familiare: “12 orizzontale, sette lettere: verde, lenta, non arriva mai in tempo”. Io ho suggerito “lumaca”. Lui ha scritto “Aston Martin”. Le caselle non tornavano, ma lui è andato a capo e tanti saluti.
Vediamo anche come si muoverà Honda con l’ADUO, perché non voglio credere che un popolo che si è beccato sulla zucca ben due atomiche possa arrendersi così. Intanto hanno messo una pezza a un problema gravoso: per ovviare al fatto che la vettura non sterza, i tecnici hanno sostituito il sedile del pilota con un sellino da Motomondiale, così da permettere uno stile di guida più “di corpo” nelle curve. Peccato che la monoposto tendesse paurosamente verso la ghiaia: si è poi scoperto che il sellino era quello di Joan Mir.
Cadillac, voto 250: 250, sì. Come le vittorie Ferrari? Ma chi se ne importa di Ferrari: qui si festeggia il quarto di millennio della Grande Madre Patria, per la quale hanno pepsizzato la livrea. E se questa deve essere la squadra incaricata di rappresentare l’orgoglio a stelle e strisce nel 2026, forse è il caso di rileggere la Costituzione. O almeno il regolamento tecnico.
Prosegue intanto il calvario prestazionale del finnico Valtteri. Sempre dietro al compagno, lento in qualifica, in gara va talmente piano che è l’unico pilota autorizzato a circolare senza casco. Capivo quando finiva dietro a Hamilton, ma Perez…
Austria. L’unico Gran Premio davvero alpino del calendario. Un catino d’asfalto incastonato tra i monti della Stiria, con prati, boschi e strade strette e tortuose abbarbicate su un paesaggio da piccolo Eden.
Eppure, come spesso accade agli austriaci, le dimensioni ingannano. Perché la Formula 1 da queste parti ha prodotto personaggi grandi come paesi: Jochen Rindt, Niki Lauda, Gerhard Berger.
Il Red Bull Ring è un po’ così: corto, essenziale, quasi spartano. Tre rettilinei, poche curve e ancora meno scuse. Un circuito che non concede riparo e che, tra saliscendi e staccate violente, riesce sempre a separare chi corre da chi semplicemente partecipa.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 9: Un monologo a tinte british per la vittoria, giusto in tempo per presentarsi al meglio all’appuntamento britannico della prossima settimana. Russell domina e, per una volta, relega Antonelli al ruolo di garzoncello dell’albergo. In ogni caso fa sorridere come una pole (discussa) e una vittoria (risicata) siano bastate a restituirgli, al netto dei quaranta punti di ritardo in classifica, un ego da Fabrizio Corona in tuta da corsa. Ora tocca mantenere la tostatura per il resto della stagione.
Per Kimi arriva invece una P3 di corto muso. Capisco la piccola delusione, ma con la macchina che ha e il talento che ha, potrebbe forse concedersi qualche sorriso in più. Pare che il reparto marketing abbia già assunto per lui un addetto al solletico.
Ferrari, voto 5: Il momento più gagliardo del week-end? La battaglia Hamilton-Verstappen. Grinta, classe, ruota a ruota – roba da far rizzare i capelli. A fine gara l’olandese ha rivelato che Sir Lewis volesse assolutamente una foto con lui e che lo avesse addirittura implorato. Hamilton ha ribattuto che la Ferrari non implora mai. Affonda con dignità, piuttosto.
Domenica tutta in salita per Carletto, uno che ha immolato la sua carriera alla scalata. Eh già, perché Leclerc in Ferrari ne ha passate davvero tante, diciamo che ha vissuto più vite di qualsiasi vampiro. Solo il tempo dirà se questo ennesimo rinnovo equivale a un paletto di frassino alle sue ambizioni iridate.
McLaren, voto 7: Finalmente una buona prestazione per Piastri, che così lenisce un po’ i dolori del giovane Webber – citazione per i tre appassionati di Goethe che seguono questa rubrica. Il talento dell’australiano resta però un bel mistero: basta un nonnulla, una folata di vento per fargli cambiare direzione, girando su se stesso come quei galletti segnavento piazzati in cima ai comignoli. E questa instabilità, a tratti, sembra contagiare l’intero box papaya, dove pare impossibile far sorridere entrambi i piloti contemporaneamente: quando uno vola, l’altro si appisola. Bah!
Red Bull, voto 8: Per citare un vecchio spot, 3 is the magic number. Verstappen ieri non ha guidato la sua RB22: l’ha indossata. P2 pesantissima, giri veloci sparati come fuochi d’artificio e un duello con Hamilton che ha restituito per qualche istante il profumo delle grandi annate. Confesso però che, quando l’ho visto buttarsi all’esterno del Sir, ho trattenuto il respiro. È una manovra altamente sconsigliata e da quelle parti si entra a proprio rischio e pericolo, un po’ come lanciarsi in un corteo femminista con la t-shirt “Donna nana, tutta tana”. L’ha fatto lo stesso. E mentre Hamilton ancora ci pensava su, Max era già altrove. Che grinta.
Haas, voto 4: Gara da sonni profondi per il team USA. Strategia nella media: né troppo aggressiva né troppo conservativa, né troppo anticipata né troppo attendista. Parlo come Riccioli d’Oro, lo so: la pappa non troppo calda, la sedia non troppo dura, eccetera eccetera. Peccato che, alla fine, la favola si sia trasformata nel secondo Gran Premio consecutivo senza raccogliere nemmeno un punto. Il vero problema, però, è una vettura smunta come poche. La VF-26 era così lenta in rettilineo che nello sprint 0-100 km/h riusciva a esprimere punte entusiasmanti di 80. Quando Bearman ha chiesto più potenza, dal box hanno scosso la testa e gli hanno suggerito di sfruttare meglio le discese. Che disastro.
Alpine, voto 4: Non mi aspettavo gli Alpini così in affanno. Colapinto, in particolare, non ha mai trovato il ritmo della concorrenza e, quel che è peggio, nemmeno quello del compagno di squadra. Strano destino per uno che, dopo le recenti dichiarazioni di Briatore, sembra godere di tutte le attenzioni del team. Pare infatti che il dirigente piemontese gli abbia fatto realizzare un sedile in carta vetrata, l’ennesima buona azione per metterlo a suo agio. Che abbiano già preparato il benservito per il 2027? Bah. Di certo, quando circolano certe voci, anche un semplice pit-stop comincia ad avere il sapore di un colloquio con le risorse umane.
Audi, voto 5:Ma no! Ma sì. Ma va? Per combattere il logorio della vita moderna, il team di Binotto pare essersi fermato in Austria, disperso tra i prati della Stiria alla ricerca di funghi per la zuppetta della sera, con la vista sul rifugio e qualche capretta a brucare placidamente accanto al vialetto. Il problema è che, mentre loro si dedicano alla vita bucolica, il resto della griglia continua a correre. Bortoleto mette in cascina il possibile, Hulk limita i danni, ma la sensazione è quella di una squadra ancora in gita scolastica più che in piena rivoluzione tecnica. Speriamo che, per il prossimo futuro, l’ingegnere italiano si dedichi un po’ più alla macchina e un po’ meno alla macchia. Perché il panorama è splendido, ma i punti non crescono nei boschi.
Racing Bulls, voto 8: Da Faenza piazzano sul fuoco l’ennesima gara tutta superlativi. Lawson aggredisce e convince, tenendosi stretta la corona di Primo degli Altri, dimostrando ancora una volta di essere stato probabilmente giudicato con troppa fretta. E un po’ dispiace vederlo vivere in questo precariato permanente targato Red Bull, dove ogni week-end assomiglia a un rinnovo di contratto. Liam però incassa, restituisce e continua a stare in piedi fino ai titoli di coda, portando a casa gran risultati. Se la carriera da pilota dovesse prendere una brutta deriva, lo consiglierei nel ruolo dello sfidante per il prossimo film di Rocky.
Williams, voto 3: Uscita dall’ultima curva, quarta, quinta, sesta marcia e… saremo di nuovo da voi dopo un breve intermezzo pubblicitario. Che peccato. Già la vettura di Grove non è esattamente una gazzella tra i cordoli, se poi a portar vasi a Samo ci si mette anche la batteria Mercedes, il quadro è completo. Che grana, che periodo per Carlitos. Scendendo dalla vettura l’ho visto più demoralizzato di un tifoso di Stroll. Dai, vecchio Matador, tieni duro: prima o poi il toro smette di rincorrerti e comincia a incornare qualcun altro. Arriveranno tempi migliori!
Aston Martin, voto 1: Nonostante le insistenti raccomandazioni di Studio Aperto, c’è un anziano che continua imperterrito a non rispettare gli orari più freschi della giornata. A un certo punto l’ho visto aggirarsi sul podio e ho pensato fosse Alonso; poi ho strizzato gli occhi e ho capito che era Ecclestone. Peccato, perché le occasioni per stare lassù rischiano di diventare più introvabili di Waldo nelle sue vignette. E vedere Fernando arrancare con questa Verdona fa un po’ l’effetto di vedere un alpinista con le infradito: ammirevole la tenacia, discutibile l’attrezzatura.
Cadillac, voto 1: Con questo caldo, anche i vecchi sono bruciati come la gioventù. Ai piloti si sono poi aggiunti i freni, che già al giro 5 hanno deciso di staccare dal turno e andare a cercare un po’ di refrigerio. Insomma, una gara durata meno di un padrenostro: l’ennesima magra figura per una monoposto decisamente poco indicata per chi tifa col sombrero sulla zucca.
FIA, voto 0: Alé, altro giro, altra corsa. Via alla musica, stop alle telefonate. Al sabato c’erano tutti: Sherlock Holmes, Padre Brown e Don Matteo, ma niente da fare. Qualcuno rallenta, qualcuno rinuncia al tentativo, qualcuno festeggia la pole. Tutto regolare, dicono loro. Il problema è che, ormai, per interpretare certe decisioni servono più detective che commissari. E quando la giustificazione viene snocciolata, è puntualmente la solita spazzatura arruffapopolo. Non proprio il massimo per chi pretende di rappresentare il vertice dell’automobilismo mondiale.
Barcellona. Che sia per un Gran Premio, per una vacanza o per una decisione presa con scarso senso dell’autoconservazione, la Spagna pare sempre una buona idea.
Paese di navigatori, conquistadores e soprattutto di gente che guarda un edificio perfettamente normale e pensa: “Sì, però incliniamolo un po’, mettiamoci tre guglie, un drago e una finestra a forma di carciofo”. Da queste parti l’architettura non è una disciplina: è un episodio psicotico collettivo durato secoli.
Dal 1991 la Formula 1 corre qui in Catalogna, su una pista che non regala nulla a nessuno: se la macchina va forte, lo dimostra. Se va piano, pure. Niente yacht, niente casinò. Solo sole, asfalto e ventidue piloti pronti a complicarsi la vita.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 7: Al Giorgino hanno dovuto togliere tutto. Prima il parcheggio, poi il tavolo della colazione, quindi il portafoglio in metropolitana. Infine gli hanno portato via anche la vittoria. La pole era sua, la gara sembrava sua, il momento era quello giusto per ridare grinta dopo mesi sghembi. Invece il destino gli ha lasciato soltanto un secondo posto e la sensazione di essere stato derubato con metodo. Per l’inglese, tempi durissimi.
Ad Antonelli, invece, KO tecnico. Normale amministrazione: cose che capitano. Nel frattempo il secondo in classifica si riprende 25 punti in un colpo solo. E allora nasce il dilemma: se la Ferrari fosse davvero della partita da qui a fine anno, cosa scegliereste? Un campioncino italiano fresco di conio o una Ferrari iridata? Sì, lo so, è come chiedere a chi vuoi più bene: a papà o a mammà?
Ferrari, voto 9: Strategia impeccabile, guida perfetta e quel pizzico di fortuna che, ogni tanto, bisogna anche meritarsi. Bellissimo il team radio con l’accento da Stanlio e Ollio, molto meno la cuffietta sul podio che lo faceva sembrare un rapinatore sudamericano in trasferta. Il ragazzo deve maturare, dicevamo. E oggi ha regalato una bella botta di vita a chi vede rosso. Bravo, Luigino. Bel lavoro.
Dall’altra parte del box, dopo l’inciampo del Principato, sulla vettura numero 16 hanno aggiornato l’impianto frenante: dai freni a tamburo si è finalmente passati ai freni a disco. Purtroppo il problema non era solo quello. Già, perché cos’è capitato in gara è un peccato. Cos’ha combinato in qualifica è evidente. E vedere Leclerc così spento e affaticato, dopo averlo visto trascinare la Ferrari per mesi, fa quasi più male del risultato stesso. Forza, vogare per credere.
McLaren, voto 7: Mentre il compagno di squadra dipingeva un podio tutto lord e sir, Piastri è scomparso alla partenza assieme alle luci del semaforo. Ormai vederlo dietro, ingrigito e senza mordente è diventata una di quelle istituzioni eterne: come la Pasqua, il Natale o il pistacchio di Bronte.
Qui tocca urgentemente far giudizio, perché in McLaren i sedili sono ambiti e la concorrenza non manca. Un giovane Fornaroli, per esempio, si sta costruendo una reputazione da rapace: veloce, brillante e con quella fastidiosa abitudine di stupire ogni qual volta gli si offra l’occasione. Nessuno dice che il posto sia a rischio. Però, ecco, magari una sveglia sul comodino iniziamo a metterla.
Red Bull, voto 6: Per Hadjar, partenza da manuale se il manuale s’intitolasse “sbagliare bene, sbagliare tutto”. Un avvio da dimenticare che ha complicato immediatamente una domenica già poco generosa. Sia lui che Verstappen faticano e sgobbano, ma senza gli strumenti per stupire, godere e consolare. La macchina non offre molto e il cronometro è impietoso. Visto il distacco rimediato – specialmente dal francese – questa sufficienza è quasi un atto caritatevole.
Haas, voto 3: Ma chi gliel’ha fatta la strategia a Bearman? Saw l’Enigmista? Media, hard, soft: ogni pit sembrava estratto dal sacchetto della tombola. Quaterna!
E dire che proprio nel giorno in cui il Cavallino si è trasformato in un purosangue, gli strateghi di Gene Haas riescono nell’impresa di vivisezionare un possibile arrivo a punti. Quando i piloti sono rientrati al box, giurerei di aver visto Ayao Komatsu scappare a tutta velocità dall’uscita sul retro. E, tra l’altro, ha fatto segnare anche il miglior settore del fine settimana. Che disastro.
Alpine, voto 7: Risultato bello vispo per Gasly e Colapinto. Alcuni dicono che siano arrivati in P7 e P10, ma il risultato definitivo si scoprirà in dieci comode rate. Ormai, sapete, con la FIA va di moda così. Quanto all’argentino, anche questa volta l’esame è superato. Del resto la Spagna non è affatto un Paese per lenti, e lui ha risposto presente quando contava. Manca ancora qualche svolazzo per dimostrare definitivamente di meritarsi quel sedile, anche se a volte sembra proprio un mulo di talento.
Audi, voto 4: La R26 trattiene con la velocità un rapporto isterico. In qualifica è tutta nacchere, sangria e grandi promesse: ti guarda negli occhi e ti fa credere che questa volta sarà diverso. Poi arriva la domenica e diventa un chitarrista solitario sotto un balcone vuoto. Sul dritto niente da dire: viaggia come un AVE Madrid-Barcellona. Peccato che i rettilinei siano spesso intervallati da qualche curva.
Bortoleto trascorre il pomeriggio affacciato al terrazzino a osservare la vita che passa, mentre l’intramontabile Hulk viene eliminato da un sasso. Da un sasso. Una sfortuna così assurda che, al confronto, Paperoga e Lupo Alberto sembrano nati con la camicia. Quando la dea bendata distribuisce i numeri, a Nico scappa sempre la pipì.
Racing Bulls, voto 8: Piccoli passi – come diceva Cavour – per i faentini di casa Red Bull. A inizio stagione ero convinto che a Lindblad sarebbero bastate poche gare per imporsi sul compagno di squadra. Invece Lawson, zitto zitto, si è costruito una stagione più che dignitosa e continua a portare a casa risultati con una regolarità che merita rispetto.
Eppure il suo futuro resta nebuloso. In Formula 2 c’è già la fila per il suo sedile: ogni sei mesi in Red Bull nasce un nuovo predestinato. Lawson assomiglia un po’ al figlio di mezzo: non fa grandi danni, prende bei voti, apparecchia la tavola e si comporta bene. Però i genitori parlano sempre del fratellino appena arrivato.
Williams, voto 3: Una gara noiosa come un talk show in prima serata. E a questo punto la domanda sorge spontanea: ma cosa fanno ‘sti due il sabato sera? Burraco? Tressette? Monopoly? Qualcuno li metta a nanna sul presto, o meglio ancora li tenga svegli tutta la notte: magari arrivano al Gran Premio un po’ più irrequieti e succede qualcosa. Così, giusto per vedere se sono vivi.
Aston Martin, voto 2: Mi piange il cuore vedere un Fernando così, soprattutto in quella che potrebbe essere la sua ultima Catalogna. La prestazione è stata talmente mesta che più che Barcellona sembrava Barcellina, percorsa a bordo di una tartarugona verde con l’entusiasmo di un impiegato al rientro dalle ferie. Ultimo in qualifica, in gara fa quello che può, ma il risultato è una lenta processione verso il nulla.
Newey? Ci sei? No, non risponde nessuno.
Cadillac, voto 2: Dopo il quasi-punto dell’episodio precedente, qui soltanto un sordo cicaleggio. La Cady torna alle sue abitudini e sparisce dai radar con una puntualità quasi commovente.
Quanto al Sergione, risulta disperso nel trasferimento tra Monte-Carlo e Barcellona. Qualcuno giura di averlo visto in spiaggia, altri sostengono fosse imbambolato davanti alla Sagrada Família, vitreo, con la bocca spalancata a contemplare le guglie di Gaudí. Perché? Sindrome di Stendhal. Ogni tanto capita, a lui particolarmente.
FIA, voto 0: Il risultato tardivo di Monaco mi ha lasciato così, con le braccia aperte come in croce.
Un dispiacere vedere la Formula 1, una delle ultime fiere dell’ingegneria automobilistica occidentale, ostaggio di decisioni che troppo spesso sono tardive, con criteri non sempre facili da comprendere dall’esterno.
Una Federazione che dà talvolta l’impressione di essere inflessibile con alcuni e sorprendentemente elastica con altri, alimentando polemiche che lo sport non avrebbe bisogno di creare da solo. La credibilità di una competizione si misura anche nella chiarezza delle sue regole e nella rapidità con cui vengono applicate. Su questo fronte, tifosi, squadre e addetti ai lavori meritano qualcosa di meglio.
Le indiscrezioni sul futuro di Fernando Alonso hanno subito una brusca e clamorosa accelerazione nel paddock di Barcellona.
Ad anticipare lo scenario di un ipotetico ritorno dello spagnolo in Alpine, nella mattinata odierna, era stata la redazione di Motorsport.com Italia tramite Roberto Chinchero.
La situazione ha tuttavia registrato un’evoluzione immediata a seguito di un aggiornamento pubblicato da Thomas Maher su Planet F1, le cui informazioni di rilievo impongono di trattare la vicenda con estrema attualità, evidenziando come le iniziali ipotesi stiano assumendo i contorni di una trattativa concreta.
Secondo quanto appreso, i vertici della scuderia francese si sarebbero attivati in modo deciso per pianificare il futuro a breve termine: Flavio Briatore e Gucci, prossimo Title Partner del team transalpino, stanno esercitando una forte pressione per riportare il pilota asturiano a Enstone a partire dalla prossima stagione.
L’operazione, supportata in prima persona dal manager piemontese e dal nuovo sponsor, si configura come un progetto strategico di altissimo profilo sia sotto l’aspetto prettamente sportivo sia per il ritorno commerciale e d’immagine globale.
La rinnovata presenza di Briatore alla guida operativa della compagine francese costituisce un elemento di continuità logica, ulteriormente alimentato dal momento difficile di Aston Martin.
Nonostante gli accordi futuri con Honda e il pesante ingaggio di Adrian Newey costituiscano solide basi per i prossimi anni, l’attuale carenza di risultati in pista e l’incertezza sui tempi di maturazione del progetto tecnico sembrano spingere Alonso a valutare l’ennesimo, clamoroso “ritorno a casa”.
L’eventuale arrivo di Alonso metterebbe seriamente a rischio la posizione di Franco Colapinto, dal momento che Pierre Gasly è blindato da un contratto valido fino al 2028.
Monaco. La terra degli abbronzati a novembre, dei Ray-Ban indossati al chiuso, dei cagnolini che viaggiano in prima classe mentre il pilota va in economy. Il luogo dove l’ultima persona genuinamente semplice passata di lì è stata scortata fuori a colpi di diadema.
Mesdames et messieurs, faites vos jeux.
La Formula 1 torna su questo fazzoletto di asfalto a fare quello che sa fare meglio: girare in processione cercando disperatamente qualcuno da sorpassare. Monaco è il posto dove la strategia vale più del talento, dove la pole vale una vittoria e dove un muretto sbagliato al Portier può mandarti a casa con un costo di riparazioni paragonabile a quello di una suite.
Tutto è dorato, tutto è lustro. E noi siamo qui, con i voti, a dire la verità in un posto dove la verità non è mai stata di moda.
Les jeux sont faits. Rien ne va plus.
Mercedes, voto 8: Se al casinò il piatto piange, perlomeno fa compagnia a George Russell. Sì, perché gli italiani, si sa, sono brava gente, ma dopo il quinto scappellotto d’autore rifilato all’inglese, si entra nel campo del sadismo sportivo. Kimi domina il Gran Premio con la tranquillità di chi ha già letto il finale del libro, mentre Russell vive l’ennesima domenica da internamento in manicomio: penalità, fuori dai punti e tanti saluti alla classifica.
Ferrari, voto 7: Una gara da Via Crucis per il beniamino di casa. Il Carletto Nazionale resta alla roulette a osservare questo gran giramento di palline, con la sensazione che il numero vincente esca sempre sul tavolo degli altri. In gara sgobba, lotta, prova a raddrizzare il fine settimana, ma l’ultima curva arriva come un macigno sulle ambizioni di chi ha appena firmato un rinnovo pluriennale con l’autoflagellazione.
Quanto al contorno mondano, Monaco ha offerto il consueto spettacolo. Si è presentata anche Kim Kardashian con la sobrietà di un dittatore mediorientale, scortata da una piccola armata di guardie del corpo. A Monte-Carlo. Dove buona parte degli abitanti è più ricca di lei e dove il reato più efferato degli ultimi dieci anni è stato servire lo champagne a temperatura ambiente. Immagino che di questo passo, per il GP del Brasile, sfrutterà il supporto logistico della NATO.
McLaren, voto 5: Soggiorno nel Principato? Proibitivo. Molto meglio caricare le valigie e optare per una più comoda, pragmatica e ligure sistemazione a Bordighera. Altro che yacht, ostriche e champagne: vuoi mettere la poesia di una bella focaccia al pesto, calda al punto giusto, mangiata rigorosamente a passeggio sul lungomare? La vera sfida del week-end, per loro, è stata non sbrodolarsi la divisa. Competizione assente, ma digestione da Campioni del Mondo. Applausi scroscianti.
Red Bull, voto 7: Un equilibrismo d’alta nobiltà in qualifica, vanificato da una batteria più capricciosa di una diva del cinema. Peccato, perché la presenza dell’olandesino avrebbe reso il tutto molto più frizzante.
In compenso Hadjar ha messo d’accordo tutti. E non era scontato. In Red Bull sono talmente poco abituati ad avere due piloti competitivi che, quando l’hanno visto nelle posizioni che contano, hanno dovuto aprire gli archivi per capire chi fosse. Per mesi l’hanno chiamato semplicemente Quell’Altro. Sul podio, pare che lo abbiano riconosciuto solo dopo averlo confrontato con la foto della patente. Del resto, negli ultimi anni i risultati arrivavano così spesso da una sola parte del box che qualcuno era convinto che il secondo lato servisse soltanto come ripostiglio.
Haas, voto 6: La sensazione per Bearman dev’essere come quando ti trovi con la spesa imbustata alla cassa del supermercato, inserisci il bancomat e hai un vuoto cosmico sui numeri del pin. In prova il problema è evidente, in gara rimane un mistero – il che, in un certo senso, è ancora più frustrante. Ollie arranca, non si trova, chiude fuori dai punti con l’espressione di chi ha fatto la spesa ma non può pagarla.
Nel frattempo Ocon porta a casa due punti. Strano duo, questi due: uno che non ricorda il pin, l’altro che il portafoglio lo perde di continuo ma stavolta – alleluia – era in tasca. Si goda il momento, che non si sa mai.
Alpine, voto 9: Per Gasly una flebo di sangue blu. Che gara. Che guida. Ha tirato fuori un sessantotto su una pista così, un vero circuito bonsai dove le spalle grosse si fanno sentire eccome.
Peccato davvero per la penalità, perché qui non si parlava di raccattare qualche punto: si trattava di onorare una rara occasione da podio, di quelle che in Alpine non passano tutti i fine settimana. In ogni caso, chapeau, mon frère. Quando guida così, viene quasi da chiedersi se sotto il casco non ci sia un moschettiere.
Audi, voto 4: Bello il ricordo a Tazio Nuvolari, soprattutto per un amante della storia come il sottoscritto. Però, ragazzi, la prossima volta evitiamo le grafiche da Canva Free. In pista, poi, sono passati inosservati con una dedizione quasi commovente. Al venerdì hanno portato un’ala nuova, ma la sensazione era quella di uno che lucida le maniglie del Titanic mentre l’acqua entra già dai boccaporti.
Pochi squilli, poca presenza, poco di tutto. A fine gara ci si ricordava più facilmente della livrea celebrativa che della corsa. E questo, per una squadra ufficiale, non è mai un gran segnale.
Racing Bulls, voto 9: Attraversano un Gran Premio fatto di Safety Car, badiere rosse, asfalto che si sgretola e penalità distribuite con la generosità di un prete alla comunione. Loro, invece, fischiettano Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri. E visto il luogo, si ascoltava soprattutto la versione dei Ricchi.
P5 e P6, una vagonata di punti e una gara fuori dai guai, che in un pomeriggio del genere equivale quasi a una forma d’arte. Niente drammi, niente sportellate inutili, niente colpi di genio al contrario: solo concretezza e un risultato che vale oro. A volte il segreto non è essere i più veloci. È restare lucidi mentre tutti gli altri stanno dando fuoco alle tende.
Williams, voto 7: Dita negli occhi, gomitate nel costato, parrucche che saltano, nasi che si accartocciano e un generale scroscio di sganassoni da far impallidire una taverna gallica. La gara della Williams è stata paragonabile a una rissa a fumetti di Asterix e Obelix: mancavano solo le stelline sopra la testa e qualcuno appeso a un ramo.
Sainz si ritrova infilato in un incastro che nemmeno Piero Bartezzaghi nei giorni migliori. Prova a uscirne, si agita, si contorce, ma alla fine deve alzare bandiera bianca. Dall’altra parte del box, invece, Albon tiene la testa sulle spalle, evita il grosso della grandinata e porta a Grove una preziosa P8. In una giornata così, non è affatto poco.
Aston Martin, voto 7: Motore carente, d’accordo. Però il telaio, oh, è di Adrian Newey. Sì, diglielo a Fernando Alonso. 78 giri di frullate a bordo dell’Aston Martin, tra sottosterzo, rimbalzi e ogni genere di esperienza mistica consentita dal regolamento tecnico. È sceso dalla macchina che aveva la r del topo Parmareggio, lo sguardo perso e la postura di uno che ha appena attraversato l’Atlantico dentro una lavatrice. Intanto, però, un punto grande come un palazzo. E bravo il vecchietto.
Lance invece ha scelto una strada più diretta. Ha visto il muro, l’ha studiato, l’ha valutato e deve aver pensato che fosse il modo più rapido per chiudere la giornata. Qualcuno sostiene abbia tentato di fregare l’assicurazione. Noi non ci permetteremmo mai di confermarlo. Però nemmeno di escluderlo.
Cadillac, voto 7:Alè, oh-oh. Alè, oh-oh. Fan del chili, accorrete e insorgete, perché ce ne siamo accorti tutti. No, dico: erano punti per la Cady, almeno per un’oretta. Adesso però basta con questi sabotaggi, questi complotti, queste oscure macchinazioni. Perché la Cady, in ottica Mondiale, ha sempre fatto paura. La velocità c’è. È lì. Si percepisce. È già pronta una lettera indirizzata alla FIA, alle Nazioni Unite, alla Corte di Giustizia e alla bocciofila frequentata da Valtteri Bottas, affinché qualcuno faccia finalmente luce sulla questione. Perché oggi è arrivata la chance. Domani, chissà. Magari il podio. Dopodomani il Titolo. E a quel punto vogliamo vedere le facce di chi rideva.
Oh Canada, our home and native land… eccetera eccetera.
Montreal: dove ti servono la poutine con un sorriso, dove parlano francese ma ti rispondono in inglese se sbagli l’accento, e dove la Formula 1 arriva ogni anno per ricordarci che esistono ancora piste vere, piste da “esagero qui e se va bene, evviva”.
Il Circuito Gilles Villeneuve non perdona: muri a portata di specchietto, cordoli che sembrano trampolini, e quel dannato Muro dei Campioni che colleziona vittime illustri con la dedizione di un filatelico.
Week-end Sprint. Meno tempo per ragionare, più tempo per pentirsi dell’assetto. Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 10: Mi sa che a Giorgino stavolta il motore non è piaciuto come in Australia. Per metà gara una baruffa da riunione condominiale: le due Mercedes appiccicate, Antonelli e Russell che si scambiavano vernici come due che litigano per il posto auto. Ad un certo punto le vetture erano così vicine che erano diventate una limousine. Poi il motore di Russell ha fatto ciao ciao – fumo, ritiro, doccia in anticipo. E Kimi vola verso la quarta vittoria consecutiva, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Complimenti allo spilungone per la tempra, per il coraggio, per non essersi fatto minimamente da parte davanti ad un compagno che sta riscrivendo i record. Però, caro Giorgino, nelle dichiarazioni a caldo forse sarebbe il caso di tranquillizzarsi un pochino. Perché ci sta la mosca al naso, sia chiaro, ma questo modo di far intendere sotterfugi o complotti ha un po’ spaccato i cerchioni. E alla lunga non paga.
Ferrari, voto 8: Un piccolo passo per la Ferrari, un grande balzo per Lewis.
Alleluia, alleluia. Ci voleva un bel sorriso dopo troppe smorfie. Hamilton sale sul podio, ritrova grinta e ringrazia tutti con la solita tiritera de “il pubblico più bello del mondo”. A Maranello attendono l’ADUO come chi aspetta l’idraulico per una perdita: con speranza, nervosismo e la sensazione che sarebbe stato saggio premunirsi in anticipo.
Serve una scossa per riaccendere un Mondiale Piloti che li vede allontanarsi troppo. Nel costruttori, invece, la rimonta è tutt’altro che impossibile, ma serve appunto quella: una scossa. Auguriamoci che Lewis continui così ovunque, e non solo nei giardini di casa sua. Segnali positivi, comunque, dopo la Red Dead Depression del 2025.
McLaren, voto 4: Non ci hanno capito un’acca da quando sono atterrati. Gente che parla francese in terra canadese, vento, acqua, alberi. Passeggiavano pacifici nella foresta quando hanno avvistato un alce. L’alce ha visto le intermedie in griglia di partenza ed è rimasto sbigottito. Ha fatto dietrofront e si è tuffato nel fiume.
E il resto della gara? Perbacco, che scene. Erano lucidi e precisi come Stanlio e Ollio quando consegnano il pianoforte. Il Champ finisce KO per noie meccaniche, mentre Oscar Piastri incrocia Albon e gli rifila una steccata da biliardo degna di un bar di periferia: palla numero 23 direttamente in buca. Che tracollo per l’australiano…
Red Bull, voto 8: Come diceva il detto? Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a indurirsi. E questo è stato il primo Ford vs Ferrari dell’anno: l’olandese ha preso la Red Bull per il bavero e l’ha trascinata sul podio con la furia di uno che non contempla realtà alternative alla propria.
Sì, Max ha garantito che non si ritirerà dalla Formula 1, a patto di certe garanzie. Quali? Quelle che ti aspetti da uno che, dopo mesi senza vittorie, sta diventando sempre più aggressivo. La proposta ufficiale presentata a Mekies sarebbe stata quella di uscire dalla Convenzione di Ottawa sulle mine antiuomo. “Per sicurezza”, avrebbe detto. Nessuno al box ha riso.
Nel frattempo Hadjar fa quello che può per farsi notare, ma il team gliel’ha confessato: preferiscono Max. Lui l’aveva intuito, per carità, anche perché il compagno di squadra è l’unico pilota che ha gli interni della vettura in radica – legno pregiato, dettagli cesellati. Gli mancano solo le bandierine sul cofano e poi sembra Gorbaciov in visita presidenziale. Tempi duri per i troppo buoni.
Haas, voto 6: Ocon ha scritto dall’Alaska: il meteo è mutevole e le nevicate abbondanti. Era convinto che la gara si corresse con i cani da slitta e nessuno l’ha più visto. Nemmeno i cani. Un’Haassenza che pesa da parte di un pilota che sta raggiungendo a grandi falcate la fine della sua carriera in Formula 1. Già, perché solo a me sembra che stia prendendo la parabola di Daniel Ricciardo? Ovviamente senza ridere come Ricciardo, senza risultare simpatico come Ricciardo.
Alpine, voto 9: Risultati eccellenti per i due Alpini, che portano a casa un bottino pesantissimo per la classifica costruttori. Colapinto, va detto, ha rischiato di mandare tutto al macero con un’uscita di pista tanto inutile quanto spettacolare: roba che conferma ancora una volta una certa indole da proletario in paradiso, un talento che però deve ancora smussare qualche imprecisione di troppo.
Audi, voto 4: Audi parte anche lei con le intermedie. Considerando che la vettura a pieno carico recalcitra come un toro meccanico imbottito di dinamite, l’azzardo ci poteva pure stare: non avevano niente da perdere, se non la dignità aerodinamica. Per il resto della gara, invece, sono stati considerati meno delle penne lisce durante il lockdown. Invisibili, dimenticati, praticamente un esperimento sociale in diretta mondiale.
Racing Bulls, voto 7: Dopo il forfait di Lindblad – poveretto, un’apparizione talmente fugace da sembrare un cameo – tutta la responsabilità della scuderia è ricaduta sulle spalle di Lawson, che ultimamente sta mettendo insieme risultati sempre più pesanti. E poi quella difesa nell’ultimo stint su soft, soprattutto contro un cagnaccio come Gasly, è stata un piccolo capolavoro: una scazzottata continua, come se lì in palio ci fosse il biglietto vincente della lotteria. Gomiti larghi, zero paura e tanta cattiveria agonistica. Si merita decisamente un bel “+” sul registro.
Williams, voto 6: Williams Racing, oh, mica cotiche: Carlos ha fatto sudare il mio Bearman con una FW48, mica con l’Apollo 11. Segno che a Grove, piano piano, qualcosa sta funzionando davvero. Contando soprattutto che ormai riescono a piazzare almeno una vettura a punti praticamente ogni Gran Premio – dell’altra, nel frattempo, stanno ancora raccogliendo i cocci – il salto in avanti è evidente. E pensare che in Australia giravano per la pista con l’andatura di mia zia quando va dal parrucchiere.
Aston Martin, voto 5: L’ingratitudine di un popolo! Ho visto applaudire McLaren, Mercedes, Ferrari. Gente che tifa Hamilton, Russell, Antonelli. Bandiere, cappellini, trombette di carnevale. Pazzesco. Cioè, hai un dono del cielo come Lance Stroll – un talento vasto come un oceano e profondo come una pozzanghera – e ti comporti così da ingrato? Che pena. Che angoscia.
Cadillac, voto 2: Siamo tutti in attesa che il finlandese si sbrini. Nel frattempo però, per il vecchio Valtteri è record. Di che? Di soste! Ben quattro. Gomme intermedie, gomme morbide, gomme da neve, cingoli. Non s’è fatto mancare nulla. Ha passato così tanto tempo in pit lane che ad un certo punto ha dovuto arrendersi all’insistenza di un lavavetri.
I “ragazzi” Cadillac prendono un po’ troppo sul serio il detto ride bene chi ride ultimo. Qui, ahimè, di risate nemmeno col telescopio.