Categoria: Il Pagellone

  • Il Pagellone del Gran Premio del Giappone

    Il Pagellone del Gran Premio del Giappone

    Il Giappone resta uno di quei posti dove la Formula 1 sembra ancora vera: Suzuka è Suzuka, c’è poco da fare. Un tracciato che chiede rispetto relegato in questa commedia del recupero d’energia.

    Il 2026 ci mette del suo. Anche qui la corsa finisce risucchiata nella solita liturgia della gestione esasperata, dei numeri che si sovrappongono all’istinto.

    Lo spettacolo c’è, i sorpassi pure, la gara scorre.

    Ma sotto la superficie rimane quella sensazione stonata, come un sorriso che non arriva agli occhi.

    Un po’ come quei castelli da parco divertimenti: belli da vedere, certo, ma sai che dietro c’è il cartongesso.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time: lo leggete sul sito, sulle piastrelle dell’Autogrill, nella sala d’aspetto del dentista e in ogni luogo dove il destino vi ricorda che la pazienza è una virtù.

    Allacciate le cinture: il Mondiale è vivo, vibra, e quest’anno parla italiano.

    Mercedes, voto 8: Stato di grazia per uno, stato d’assedio per l’altro. Ad Antonelli il Nobel per la pace, l’Oscar come miglior attore protagonista, Miss Italia, centravanti della Nazionale e, stando alle ultime indiscrezioni, nome in cima alla lista ESA per la prossima missione lunare. Il ragazzino di Bologna vince, sorpassa, gestisce, ringrazia il muretto. Due GP di fila. Vent’anni d’attesa e adesso arrivano come gli autobus: nessuno, nessuno, e poi due insieme.

    Per lo spilungone inglese, invece, una domenica da cineteca del dolore: batosta al sabato, strategia barbata dalla Safety, e poi Leclerc che lo passa all’esterno di Curva 1 come se fosse un birillo sul bordo strada. Occhi pallati da pazzo, salivazione azzerata, dubbi esistenziali. Il Mondiale è ancora lì, a portata di mano, ma per vincerlo, caro Giorgino, dovrai essere più concentrato del Coccolino, più impermeabile del Gore-Tex e leggermente meno sfortunato di Giobbe. Forza e coraggio!

    Ferrari, voto 8: Leclerc ha un cuore grosso come un polmone. Classe, eleganza, grinta: lui c’è, sempre, e quando c’è esagera. Il medico gli chiede di dire trentatré? Lui risponde centosessanta e ci mette pure i decimali. Una resistenza d’altri tempi, roba che ti fa venire voglia di soffiare via la polvere dalle foto in bianco e nero. Al box, Elkann è rimasto imbalsamato nel suo sorriso smaltato, tipo statua votiva. Alcuni giurano sia ancora lì, immobile. Stanno valutando di scardinarlo con un palanchino per riportarlo a Torino prima di Miami.

    McLaren, voto 8: Della serie: “Toh, ma chi si rivede”. Oscarino tira fuori un bello show e ricorda a tutti che quando la Papaya gira, gira davvero. E lo fa con una vettura che di Mercedes ha giusto una vaga origine: se una è Roberto Bolle, l’altra è Tony Pitony.

    E poi c’è lui, il Champ. Lando Norris, detentore della corona, l’uomo che dovrebbe presentarsi a ogni GP col coltello tra i denti e la fame di chi non ha mangiato da tre giorni. Invece stavolta: dieci secondi dal compagno. Dieci! Caro Champ, una rondine non fa primavera, ma neanche un titolo fa carriera — o almeno, non dovrebbe fare pancia piena così in fretta. Siamo solo all’inizio, il Mondiale è aperto, e Antonelli ti sta guardando negli occhi con la faccia di uno che ha trovato il tuo indirizzo.

    Red Bull, voto 6: Il signore robustello del sumo ha regalato il ruotino del poleman ad Antonelli e un salvagente a Verstappen: segno che la nave di Mekies naviga in acque sempre più agitate. Il malcontento del capitano olandese – uno che finora ha vinto pure guidando l’Amerigo Vespucci – lascia presagire tempi complicati. Super Max è giustamente demotivato, infastidito da una Formula 1 che gli chiede più ragioneria che magia. E quando uno così inizia a guardarsi intorno, viene spontaneo chiedersi quanto ancora abbia voglia di restare a bordo. Speriamo ritrovi presto un po’ di fuoco, anche perché con uno così – stipendio a parte – non si tratta solo di partecipare. Come si dice: quando il gioco si fa duro, i duri… dovrebbero ricordarsi di esserlo.

    Haas, voto 5: Haaspiterina, che botta. Ocon rimette insieme i pezzi dopo settimane complicate, mentre Bearman scala posizioni, si fa sotto e pregusta un piazzamento a punti che sembrava garantito al limone. Poi, all’improvviso, la tragedia: una frombolata galattica che avrebbe steso pure Godzilla, guarda caso protagonista della livrea. Il povero inglesino ne esce sbattuto come un polpo da un pugliese, con una macchina che avrà bisogno di almeno dieci tonnellate di pasta abrasiva per tornare presentabile. Ollie, ragazzo mio, oggi è andata così. Ma se continui a guidare in questo modo, il conto prima o poi torna.

    Alpine, voto 8: Franco, ma tutto bene? Che fai, mi elimini la concorrenza? Per uno che vuole una vita spericolata e la vuole piena di guai, direi centro pieno.

    Gasly non è un pilota: è un dispositivo a combustione interna alimentato a testosterone e amor di patria. Mentre il compagno di scuderia si diletta in alcuni “Haassassinii” di un certo spessore – colpevolmente impuniti – lui resiste ora e sempre, come il villaggio di Asterix. Viene solo da chiedersi quando gli capiterà tra le mani una monoposto capace di reggere il passo del suo talento.

    Audi, voto 5: C’è un detto che dice: “ho fatto naufragio, ma ho navigato bene”. Ecco, l’Audi di questo week-end è esattamente questo: un ossimoro su quattro ruote. In qualifica la macchina si fa rispettare – velocità di punta, recupero energetico da primi della classe, Gabi e Hulk che fanno sperare. Poi però si abbassa la visiera, inizia la gara, e il ritmo sparisce come neve al sole.

    Tutto quel potenziale lì, parcheggiato ai box insieme alle buone intenzioni. Wheatley intanto prepara armi e bagagli, lasciando a Binotto il compito di spiegare perché una macchina così veloce il sabato diventi così timida la domenica.

    Caro Mattia, il cantiere è tuo.

    Racing Bulls, voto 7: Come mi divertono questi torelli. Lawson è furbo, concreto: punti in tasca senza fare rumore. Missione compiuta. Ma è Lindblad che si prende la scena: il piccoletto ronza, punge, fa il ganassa con Hadjar e non molla finché non ha detto la sua.

    Chiude in P14, sì, ma con una personalità fuori scala rispetto alla posizione. Il coraggio, in questo sport, è ancora la via più veloce per farsi notare da chi conta. D’altronde, come diceva Lino Banfi: è tutta una questione di pelle.

    Williams, voto 4: Tutela della privacy per la FW48: avvistata in griglia di partenza, poi più nulla. Sparita, volatilizzata, come un testimone scomodo in un film crime. Sainz e Albon, due piloti seri con una macchina che non li merita – o che almeno non riesce a raccontarsi come dovrebbe. Da Brixworth dev’essere arrivato un bel libretto d’istruzioni per sbloccare il potenziale della Power Unit. Peccato che per decifrarlo serva la Stele di Rosetta. Gli altri con lo stesso motore lo suonano come un pianoforte a coda, loro come una tastierina Casio. Stessa corrente, suono diverso. Il tasto “on” esiste, da qualche parte. Trovarlo sarebbe un buon inizio.

    Aston Martin, voto 4: Pur tutelando le minoranze, siamo alla frutta! I tecnici Honda stavano ancora unendo i puntini da 1 a 84 della Settimana Enigmistica. La maggior parte si è arresa e ha preferito concentrarsi sugli Strano ma Vero. Tempi duri per gente troppo buona.

    Cadillac, voto 4: Tacos de canasta al pastor — ricetta rapida: marinare la carne con achiote, ananas e chipotle. Lasciar riposare. Scaldare le tortillas. Impiattare con cipolla, coriandolo e salsa verde. Servire tiepido. Tempo di preparazione: circa quarantadue minuti. Che è esattamente il tempo libero di cui dispone Sergio Perez ogni volta che gli altri sono impegnati in Q2 e Q3. Il messicano di casa – perché Cadillac è americana ma Checo è di serie – ha tutto il tempo per affinare la tecnica, sperimentare con le spezie e probabilmente iniziare anche un corso di vela. Bottas nel frattempo annuisce in silenzio, come sempre. Che coppia.

  • Il Pagellone del Gran Premio di Cina

    Il Pagellone del Gran Premio di Cina

    Presto, compagni, presto!

    Tutti in fila, petto in fuori e unitevi anche voi a questo servile quanto doveroso aziendalismo. Benvenuti a Shanghai, dove l’entusiasmo per il nuovo regolamento è obbligatorio e il dissenso è solo un inconveniente da correggere.

    Sia lode al Mega Presidente, che ancora una volta ci ha regalato una gara da capogiro: 3.000 sorpassi più dell’anno scorso, 44 giri veloci in fila per tre e un buffet di statistiche da sovraccarico del contatore. Lunga vita all’elettrico, lunga vita alle batterie! Evviva, evviva!

    Mercedes, voto 10: La dura realtà del Dragone ci sbatte in faccia un motore così spaventoso che, per difendersi, la concorrenza dovrebbe iniziare a lanciare flare come un caccia intercettore. Siamo davanti a una superiorità tecnica quasi imbarazzante: roba che se Russell e Antonelli affondassero davvero il pedale probabilmente tornerebbero indietro nel tempo, fino all’epoca della dinastia Ming.

    In tutto questo, ci alziamo la mattina con un Kimi promosso e commosso: il ragazzo ha stoffa e porta a casa questo 10. In attesa che i nervi saltino nel box e che qualcuno inizi a nascondere le brugole al compagno di squadra, godiamoci questa lotta fratricida. È il loro mondo: gli altri solo comparse con le pile scariche.

    Ferrari, voto 8: Un cavallino entra in un bar di Shanghai e il barista gli chiede: “Perché quel muso lungo?” La risposta è tutta qui: la Macarena del venerdì si è trasformata in un amaro maccarone da buttar giù. Charles e Lewis hanno messo in scena uno show da Ferrari Challenge, tra dita negli occhi e scudisciate con l’asciugamano: un duello rusticano utilissimo a inquadrare gli sponsor e a far segnare un picco imprecisato di stampanti vendute. Il risultato finale recita P3 e P4, che ad oggi è semplicemente il massimo ottenibile contro questi alieni argentati. Non siamo disfattisti, la sostanza c’è, ma per puntare al titolo serve quel quid in più che trasformi la zuffa tra compagni in una caccia grossa.

    McLaren, voto 4: A Woking sono pionieri assoluti: hanno ufficialmente sdoganato i primi piloti in smart working della storia della Formula 1. Dopo essersi comportati bene nella Sprint, Norris e Piastri devono aver pensato che il resto del week-end fosse facoltativo, decidendo di godersi la domenica con un cornetto, un cappuccino e una buona dose di latte alle ginocchia. Se l’obiettivo era il risparmio energetico, hanno vinto a mani basse.

    Red Bull, voto 5: In attesa che il matrimonio tra Ford e i bibitari sforni qualcosa che non sia un costoso fermacarte, rimaniamo qui a contemplare un regolamento tecnico che andrebbe tenuto lontano dalla portata dei bambini. Vedere un talento come Max relegato a fare la comparsa fa male al cuore: lo sanno molto bene i Gasly, i Leclerc e pure i Quartararo, ormai abituati a lottare contro i mulini a vento.

    La Red Bull ha toppato la macchina – evento raro quanto un lunedì di buonumore – e il primo a pagarne le spese è proprio lo spettacolo. E poi c’è lui, l’olandese: uno che ha la pazienza di un predatore affamato e che, a occhio, non mi sembra il tipo capace di aspettare con calma il suo turno in fila alle Poste. Se il power non torna a scorrere, il trasloco di Max potrebbe diventare l’unico vero sorpasso dell’anno.

    Haas, voto 7: Assenze illustri offrono occasioni ghiotte! Con il forfait Papaya e qualche pasticcio ai piani alti, gli yankee di Gene erano incaricati di un abbordaggio che neanche Capitan Uncino prima di perdere la mano. I due si lanciano in prestazioni da applausi, finché Ocon non decide di risolvere la pratica con una manovra ragliante delle sue, rovinando la festa nel box. Ollie invece resta il nostro Minute Man. Lui il cocco di famiglia, lui la messa cantata, lui l’unica vera certezza che splende anche sotto lo smog di Shanghai.

    Alpine, voto 7: Domenica tutta testosterone per ColaCao Colapinto, che ha finalmente dimostrato passo e carattere. Certo, in pista si è preso più schiaffoni di Bombolo nei film di Tomas Milian e, per la cronaca, ha comunque chiuso dietro a un sempre coriaceo Gasly. Eppure la sua difesa è stata un capolavoro di resistenza: ha portato un’Alpine ad annusare l’aria rarefatta della top five. Per un attimo abbiamo visto la luce, poi la realtà (e Ocon) hanno rimesso le cose a posto, ma il ragazzo ha dimostrato di avere pelo sullo stomaco. Bene!

    Audi, voto 5: In Audi vige la rotazione del personale: uno corre, l’altro fa il Grand Tour. Questa domenica il volante è toccato a Hulk, unico a timbrare il cartellino, mentre Bortoleto è stato avvistato sul Bund a fotografare lo skyline di Pudong con l’espressione estasiata di chi ha appena scoperto che il mondo non finisce a Ingolstadt. C’è poi chi giura di averlo visto smarrito tra le pagode di Yuyuan, e chi lo ha incrociato a Nanjing Road con un sacchetto di ravioli al vapore e una t-shirt “Made in Italy” pagata un decimo del prezzo. Più che un team di Formula 1, sembra un’agenzia viaggi ad altissimo budget.

    Racing Bulls, voto 7: Punti Red Bull? 12. Punti Racing Bulls? 12. Basterebbe questo dato per far scattare un’indagine della neurodeliri a Milton Keynes. Lindblad e Lawson piazzano una pezza provvidenziale su quella che dovrebbe essere la vettura di cortesia, dimostrando che a Faenza c’è ancora qualcuno che sa dove si trova il pedale del gas. Lindblad e Lawson: no dico, mica Batman e Robin, eppure il loro lo fanno con una dignità che altrove latita.

    In particolare Liam, che ieri ha chiuso settimo: con lui viene voglia di essere severi come il prefetto del collegio, ricordando che proprio su questo asfalto, l’anno scorso, consumò il suo addio alla Red Bull madre prima di essere sostituito dal nippo più paciarotto della storia. Reagisce bene alla batosta australiana, piazza il muso davanti al compagno e porta a casa la pagnotta. Ha un talento un po’ troppo start-and-stop, ma per questa volta è stato bravo. Senza esagerare, eh.

    Williams, voto 6: Eccoci qui: anno nuovo, voti vecchi. Primi punticini stagionali per una FW48 a stecchetto, portati a casa da un Carlos Sainz che deve fare tutto da sé. A Grove sono ufficialmente entrati in ansia da prova costume: con quei 30 kg di sovrappeso, la vettura nel guidato ha il dinamismo di un Antonov. Si attendono diete miracolose entro l’estate, ma intanto ci accontentiamo di questa sufficienza stentata: comunque un voto che io al liceo, nelle ore di matematica, ho visto raramente.

    Aston Martin, voto 4: Registriamo con fiero ottimismo i progressi nel box di Lawrence Stroll. Il motore in effetti offre ancora qualche criticità, ma gli ingegneri hanno finalmente capito come far funzionare le gomme: vanno fissate con un grosso bullone centrale e fatte rotolare liberamente sull’asfalto. Solo così si riesce ad avanzare senza trascinare la vettura. Geniale!

    Cadillac, voto 3: Ninna nanna, ninna oh! Una bella ronfata per il duo Cadillac che, dopo il brio iniziale di Curva 2, si è mestamente trasformata in un coma vigile. Per evitare che i piloti si addormentassero definitivamente al volante, i tecnici hanno tentato la mossa della disperazione: proiettare sul dashboard alcuni capolavori del cinema d’impegno civile quali Giovannona coscialunga e Quel gran pezzo dell’Ubalda. L’idea era di tenerli attivi con stimoli… diciamo visivi di un certo spessore, ma niente da fare: l’encefalogramma è rimasto tragicamente piatto. Sono arrivati nelle retrovie delle retrovie, girando di media – ripeto, di media! – tre secondi più lenti rispetto al gruppo centrale. Ah, il jetlag, che brutta bestia…