Categoria: Il Pagellone

  • Il Pagellone del Gran Premio di Singapore

    Il Pagellone del Gran Premio di Singapore

    Singapore è una città che sembra passata dal tecnigrafo di un ingegnere prima che dalla Storia: ordinata, lucida, perfetta al millimetro, con multe salatissime anche solo per aver pensato di buttare una cicca a terra.

    Eppure, sotto quella superficie laccata, convivono tre anime diverse – cinese, malese, indiana – che si parlano, si mescolano e si rispettano con una disciplina quasi innaturale per chiunque venga da un continente abituato a litigare sul parcheggio sotto casa.

    E poi, di notte, tutto cambia. I grattacieli si accendono come quinte di un teatro, l’umidità si fa densa, e il Marina Bay Street Circuit si trasforma nella prova più sfiancante dell’intero calendario: due ore abbondanti chiusi in un forno su ruote, tra pareti che respirano addosso alle fiancate e un asfalto che sembra non raffreddarsi mai, nemmeno col favore del buio.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time.

    Ferrari, voto 8: In questo bagno turco singaporiano, un buon fine settimana per Leclerc, che concretizza due podi e un bel bottino di punti. Sperava in qualcosa di più, ma la concorrenza ha lavorato meglio e c’è poco da recriminare. Se gli Dei dell’Automobilismo vorranno, la rivincita arriverà.

    Risorto al sabato, risotto alla domenica: per Sir Luigi un autogol strategico da lesa maestà. Dopo il traguardo anche un piccolo malore. Un pettegolezzo da portineria lo vuole uscito dalla vettura con la vista annebbiata e le voci in testa, come Giovanna d’Arco. Le voci insistevano, con tono pacato e vagamente torinese: “Lewis, abbi fede. Il progetto è solido, la visione è chiara, siamo tutti molto orgogliosi.” Giovanna almeno sentiva i santi, Lewis ha dovuto accontentarsi del consiglio di amministrazione, che in quanto a miracoli promessi e mai visti non scherza.

    Ph. Peter Kiss / WHYOUT Media

    McLaren, voto 6: Dopo la scapocciata della Sprint, il metodo montessoriano è andato a farsi benedire. Zak Brown ha capito che, per ottenere un po’ di rigore, i piloti bisogna farli stare scomodi: innanzitutto ha commissionato loro delle tute in fustagno, poi li ha traslocati di albergo, trasferendoli direttamente al complesso carcerario di Changi. Per raggiungere la colazione, Piastri e Norris si sono alzati alle 4 del mattino, hanno scavalcato il muro di cinta e sono miracolosamente sfuggiti alle fucilate delle guardie. Li hanno cercati fino alle 6, tra riflettori e cani molecolari, ma i due sono riusciti a seminarli rimanendo immersi per oltre due ore nell’idromassaggio di Leclerc. Pare che, dopo la gara di domenica, Zak li abbia parzialmente perdonati: a mezza razione per il resto della stagione.

    Mercedes e Red Bull, voto 6 e voto 9: Gentili passeggeri, qui è il capitano che vi parla. Si prega di raddrizzare gli schienali e allacciare le cinture di sicurezza: siamo pronti al decollo per il Campionato di Formula 1 2027. 

    Dopo mesi di rullaggio, la RB22 ha finalmente trovato la quadra e Max la porta in giro con l’aria di chi ha appena ritrovato le chiavi del jet privato. Intanto, dall’altra parte dell’aeroporto, a Brackley annunciano che il volo degli aggiornamenti Mercedes è soggetto a ritardi. I passeggeri, accampati sulle panchine del terminal, cominciano a chiedersi se la valigia arriverà mai. Sommate le due cose e il ribaltamento delle forze in campo ha del magico.

    Per il prossimo anno, il buon Kimi dovrà rimboccarsi le maniche: il Titolo non è affatto prenotato in prima classe. Il quattro volte Campione, invece, è già al gate, carta d’imbarco alla mano e nessuna intenzione di cederla. Buon proseguimento e tenete a portata di mano il giubbotto di salvataggio.

    Haas, voto 8: Astenersi animi sensibili. Ho l’impressione che Bearman, nel deserto della scorsa settimana, sia stato morso da uno scorpioncino Abarth. Che sprint e che sorpassi! L’unico davvero col fegato di buttarsi, con la grinta di osare, mentre il resto del gruppo faceva la fila come alla posta. Evidentemente i berberi gli hanno insegnato qualcosa di più utile della lettura delle stelle: nel deserto la regola è semplice, o mordi o vieni morso, e Ollie ha scelto. Continua così. E se al muretto qualcuno trovasse l’antidoto, ci pensi due volte prima di somministrarglielo.

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    Alpine, voto 5: Colapinto l’hanno inquadrato giusto il tempo di vederlo fermarsi al giro 31 per la rottura del cambio: una comparsata, come il collega che si presenta alla riunione giusto per ammiccare alla segretaria. Gasly, invece, ha passato la gara a difendersi con un’Alpine che, come arma letale, vale un temperino spuntato. Più di così, con quel mezzo, non si poteva fare.

    Audi, voto 7: L’Audi è una di quelle bancarelle di cibo di strada di Singapore: tavoli di plastica, ventilatori che girano a vuoto e un’umidità da sauna. Hulkenberg è il vecchio cuoco del banco in fondo: vent’anni di riso e pollo, mani che non sbagliano una dose. Bortoleto è l’apprendista ai fornelli: quest’anno il riso gli si attacca, la salsa piccante gli scappa di mano e certi piatti li porta al tavolo sbagliato. Ma in Gabi confidiamo ciecamente. Un ragazzo così, prima o poi, il piatto del giorno lo azzecca.

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    Racing Bulls, voto 7: Quinto posto e 100 punti in classifica costruttori. Stappare lo champagne sarebbe esagerato, ma brindare con l’acqua frizzante mi sembra lecito. Stanno facendo il loro mestiere, non c’è che dire. Roba che in Formula 1 è una specie in via d’estinzione. Ci vorrebbe giusto Lindblad un po’ più vicino al compagno – e intendo in classifica, non in traiettoria come a Baku. Ma tant’è.

    Williams, voto 3: A Grove hanno visto la Mercedes trovare più energia rallentando prima del giro di qualifica e hanno tratto una conclusione di commovente linearità: se rallentare un po’ fa bene, rallentare tanto farà benissimo. Così Sainz, per andare più veloce, ha attivato il pit limiter. Ottanta all’ora, eppure nel Q1 è arrivato il miracolo: il loro miglior settore del week-end. Non ci credeva nessuno, né l’ingegnere di pista, che ha chiesto conferma tre volte, né il cronometraggio, che ha chiesto scusa. La sera la mamma l’ha premiato con la parmigiana di melanzane, tre strati di mozzarella a ribadire che in famiglia l’importante è partecipare. Che tracollo, il povero Sainz.

    Aston Martin, voto 4: Va bene che il prossimo anno l’Aston avrà l’esenzione dal bollo, ma anche Stroll ci mette del suo. Da diversi Gran Premi un inciampo a sessione, stavolta pure una retromarcia in gara e una sosta forzata a bordo pista. E pensare che da piccolo era un bambino prodigio: sapeva fare il verso del pavone e vantava ben due partecipazioni allo Zecchino d’Oro. Guarda come s’è ridotto. Alla guida è talmente pericoloso che al box c’era Bocelli: gli hanno proposto il sedile per la prossima stagione.

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    Cadillac, voto 4: Week-end fuori porta per i ragazzi Cady che, vista l’impossibilità di racimolare punti, hanno deciso di dedicarsi a un corso di equitazione. All’arrivo al maneggio, il titolare ha procurato loro due vecchi ronzini, presentandoli con una certa solennità: Sergio e Valtteri. I nostri hanno accusato un momento di smarrimento per quella curiosa omonimia, ma poi, rassicurati, sono montati in sella.

    La prima mezz’ora è filata via senza particolari inconvenienti, finché Sergio non ha rifilato una tremenda scudisciata a Valtteri (il collega, non il cavallo). Valtteri (sempre il collega), a quel punto, è partito al galoppo, lanciando un nitrito che ha seminato sconcerto. Dopo qualche minuto, però, è tornato sui propri passi, dimostrando una comprensione davvero ammirevole. D’altronde, in Cadillac, anche quando volano gli zoccoli, l’importante è non perdere lo spirito di squadra.

    FOM, voto 0: Abbiamo a disposizione un Truman Show di telecamere: onboard, droni, elicotteri e ammennicoli vari. Eppure le rarissime lotte in pista mi tocca seguirle dallo spioncino, come il condomino impiccione che sente trambusto sul pianerottolo. Ma quando si decideranno ad allargare le inquadrature? La battaglia del quinto giro tra le Haas ce la siamo praticamente persa, e se sappiamo che è esistita è solo grazie a un mesto replay. Per la regia, per favore, meno birretta e più diretta.

  • Il Pagellone del Gran Premio del Bahrain in Malaysia

    Il Pagellone del Gran Premio del Bahrain in Malaysia

    Bahrain, ma a Sepang. Per una volta la geografia va a gambe all’aria e il calendario fa confusione prima di noi.

    Dalla sabbia del deserto all’umidità della Malesia: più che una gara, un vaccino contro l’Arabia. Temporali nevrotici, vapore che si appiccica alla pelle e quell’aria da vera Formula 1 che qui non guasta mai.

    Ma questo week-end di ottobre porta con sé tanto, perché sono passati 15 anni da quel giorno a Sepang. Io Simoncelli lo conobbi al Gran Premio d’Olanda di quello stesso 2011 e, prima ancora del Campione, ricordo l’Uomo: genuino, schietto, uno di quelli che sembrano amici di una vita anche quando li hai appena conosciuti. Ciao SuperSic, ci manchi tanto.

    Ora si torna a correre, ma con un pensiero in più.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time.

    Mercedes, voto 7: Pratica evasa, questione chiusa. Giorgino domenica sera aveva il volto smunto di una partita IVA che sente parlare di tredicesima e quattordicesima, e intanto si chiede se quest’anno riuscirà almeno a racimolare l’undicesima. Ad Antonelli, invece, va tutto bene: fortunato, lucido, sempre nel posto giusto al momento giusto, con un Mondiale che ormai sembra più una formalità che un obiettivo.

    Ferrari, voto 7: Abbigliamento di Benedetto Vigna: completo color beige da geometra al catasto, camicia azzurrina a maniche corte, mocassino rigorosamente senza calzino e occhiale da sole da dirigente in vacanza a Sharm. Insomma, l’outfit di uno che si aspettava 35 gradi e un buffet a bordo piscina. Quando ha notato Wolff impacchettato in un Barbour e Stella avvolto in un trench da spia britannica, non ha nascosto un attimo di smarrimento, durato appena 20 giri.

    A disinnescare la catastrofe delle soft con condizioni meteo da Coppa Cobram ci pensano il Sir e il Principino: autorevoli, feroci, svegli. Insufficienza al muretto, applausi alla truppa. Se la Rossa porta a casa la pelle e un gruzzolo di punti pesanti, il merito è tutto delle due guide d’élite.

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    McLaren, voto 6: Quanta fretta, ma dove corri, cantava Bennato. Norris ha evitato un patatrac che gli sarebbe costato 16 kg di assegni tragicamente postdatati, ma si è giocato una chance di punti che, tanto per la sua classifica quanto per McLaren, sarebbe risultata parecchio pesante. Errore strano, difficilmente comprensibile persino nella confusione da fiera di paese in cui era ormai precipitato questo Gran Premio. Colapinto approved.

    Red Bull, voto 10: Si sa, mettere un elettrodomestico sotto la pioggia non è mai una buona idea. Eppure Super Max non resiste alla dittatura dell’elettrico e tira fuori un ritmo tutto lindo e pinto, mettendo in bacheca la prima vittoria di Red Bull da motorista. Il podio completo sfuma solo per uno sbrodolamento nelle curve finali, quando Hadjar si lascia scappare una terza piazza ormai apparecchiata. Poco male: questa stagione, per lui, funzionava ancora da ballo delle debuttanti, e la conferma per i prossimi anni gli consegna finalmente un posto stabile alla corte dei grandi. Da secondo, certo, ma con un po’ di lavoro in più da parte dei progettisti può diventare un comodo alleato per il prossimo titolo Costruttori.

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    Haas, voto 3: Biglietto in prima classe e trolley in mano, Oliver Bearman è atterrato in Bahrain per accorgersi di un’insolita tranquillità. Nessun collega, nessuna monoposto, neanche l’ombra di un box. Adesso è ancora lì, sperduto nel deserto. Impietositi, l’hanno preso su alcuni carovanieri e vaga per le dune a dorso di cammello, accompagnato da certi berberi poco raccomandabili. Speriamo almeno di ritrovarlo per Singapore.

    Alpine, voto 4: Dopo il terapeutico Bria-tour di schiaffoni rimediato a Baku, al muretto tremavano al solo pensiero di vedere i propri alfieri affiancati sotto il diluvio equatoriale. E invece, urca urca tirulero, oggi splende il sol: niente pioggia, niente scintille fratricide, solo il solito, mesto destino di un fondo gruppo.

    I primi giri con le soft hanno le gambe corte, un po’ come tutti là dietro, e infatti in Curva 12 Gasly si ritrova a contendersi la posizione col veliero del capitano Findus, in quella che assomiglia più a una regata sottotono. Da lì in poi, con la pista ormai asciutta, la musica non cambia: nessuna chance di risalita, gara chiusa fuori dai punti.

    Audi, voto 3: Gara desolante quanto la banda del Bahrain, che in vita sua aveva visto la pioggia soltanto in televisione e si ritrova a strombazzare l’inno sotto i monsoni malesi. Gabi, dal canto suo, è finito in tutte le risse che il centro gruppo potesse offrire. Risultato? Una specie di Bud Spencer al contrario: le prende da tutti e non ne vince una. E ormai è dal Belgio che non tira fuori qualcosa di veramente buono. A Sepang, l’ennesima scazzottata senza lieto fine.

    Racing Bulls, voto 7: In partenza guadagna e aggredisce, si affianca a Verstappen e lo accompagna cortesemente verso il prato – roba che, in confronto, rapinare una gioielleria piemontese è una passeggiata di salute. Se c’è uno a cui sta riuscendo benissimo fare il ganassa quest’anno, è proprio Lawson.

    Pensateci: ha un compagno di squadra bello tosto, una vettura senza troppe pretese, eppure non c’è verso di vederlo davvero in difficoltà: trova sempre il modo di stare lì, a infastidire chi ha più macchina di lui. Fossi in Audi, ci penserei seriamente. Fossi in Aston, l’avrei già messo sotto contratto da un pezzo.

    Williams, voto 5: C’era Vanzini che spronava in telecronaca, in pista una confusione da matti, gomme montate impropriamente e vetture che si beccavano 6 secondi al giro: praticamente la gara si era trasformata in una puntata di Ciao Darwin. E pensare che in Williams avevano pure azzeccato le mescole, occupando con una certa autorevolezza la zona punti. Poi? Poi Albon decide che il suo contributo alla causa sarà tirare fuori l’ennesima Safety Car e Sainz si ritrova vis-à-vis con il già citato Bortoleto, trasformando una strategia vincente nel caos di un parcheggio del centro commerciale di sabato pomeriggio. Pasticcioni.

    Ph. Peter Kiss / WHYOUT Media

    Aston Martin, voto 8: Siamo tutti qui, a versare grandi lacrime da favola illustrata. Oh, 45 anni. A quell’età c’è gente che fa fatica ad alzarsi dal divano quando è troppo basso, altro che Formula 1. E invece guarda che grinta, guarda che prontezza: il vecchio Fernando rinnova il contratto e non sfigura affatto coi giovinetti, portando a casa 4 bei punticini in classifica.

    Per chi si accontenta, c’è da godere parecchio – e francamente, a questo punto della carriera, godersi Alonso che ancora morde è uno spettacolo che non stanca mai.

    Cadillac, voto 4: Il vecchio Bottas, questo week-end, si è lanciato in una filippica sulle tasse italiane che definire appassionata è poco. Visto il livello d’indignazione, normalmente riservato alle sole campagne elettorali, per un attimo ho pensato volesse candidarsi con Vannacci.

    In ogni caso, la pista ha preteso il suo saldo: si è qualificato in P15 + IVA e ha alzato bandiera bianca al giro 5 + IVA, vittima probabilmente di un fermo amministrativo. Una trasferta chiusa in contabilità separata, con ritenuta d’acconto pure sui punti mondiali. Piove, governo ladro!

    FIA, voto 0: Un’ora e mezza di ritardo, software che annegano alla prima goccia, regolamenti che fanno acqua e l’ennesima dimostrazione di quanto sia sottile il confine tra dirigere uno spettacolo e impedirgli di andare in scena. L’idea di assistere a uno scempio del genere fino al 2030 è una vergogna. In questo gioco chiamato competizione, loro sono i profeti dell’inutile.

  • Il Pagellone del Gran Premio dell’Azerbaijan

    Il Pagellone del Gran Premio dell’Azerbaijan

    Azerbaijan. Il vento che sale dal Mar Caspio e una città disegnata da qualcuno con parecchia fantasia e pochissimo rispetto per la coerenza. Grattacieli di vetro e luce accanto alle pietre stanche del Medioevo: la modernità che si mette in mostra, la città vecchia che la osserva con l’aria di chi ne ha già viste abbastanza.

    In mezzo a questo cortocircuito urbano si srotola il circuito di Baku: un rettilineo dove il tempo si dilata e il motore urla fino a perdere il fiato, prima di tuffarsi, quasi senza preavviso, tra le Mura antiche. Lì l’asfalto si stringe, la storia si avvicina e il volante diventa una questione d’istinto. Qui il millimetro non è un’unità di misura: è la distanza che separa una traiettoria da pole position dalla consistenza del muro.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time.

    Mercedes, voto 10: Gründlichkeit. Rigore teutonico, pignoleria pura, la mania del dettaglio. Giorgino ha fatto esattamente questo. Ha passato l’ultima parte di gara a sgranellare decimi col fiato caldo di Verstappen piantato sulla collottola. Un esercizio di sopravvivenza da far tremare i polsi: gli saranno pure spuntati d’un tratto ventidue capelli bianchi e un allevamento di zampe di gallina attorno agli occhi, ma è rimasto granitico fino alla bandiera a scacchi. Magari non cambierà la storia del Campionato, d’accordo, ma è una vittoria che serve come l’aria: disappanna il parabrezza dell’umore, rinfresca il morale e ricorda al box che, ogni tanto, si può vincere pure senza Mameli.

    Ferrari, voto 6: Ucci ucci, sento odor di Christianucci. Il clima a Maranello si fa decisamente frizzantino, col forte sospetto che Fred abbia finalmente capito perché, da un paio di gare a questa parte, in amministrazione si scordassero sistematicamente di prenotargli il biglietto d’aereo per il ritorno.

    D’altra parte si sa, in Ferrari la cosa dura è durare. E con un Hamilton in stato di contrasto perpetuo e un Leclerc ormai vittima di un bruxismo cronico per il nervoso, il bollettino dei naviganti segnala mare molto mosso per le prossime settimane. Una cosa però rimane certa: alle vetture del cuoco Vasseur non manca di certo la ricetta del buon riposo. Buonanotte e sogni d’oro.

    McLaren, voto 5: Ottima settimana in vista, Ariete. Venere ti osserva con simpatia e finalmente, dopo mesi di transiti complicati, torni a essere il centro dell’attenzione che meriti – anche rispetto a quel collega di segno che ultimamente ti stava facendo ombra. Marte ti dà la grinta per respingere assalti indesiderati, e le stelle sembrano allinearsi tutte a tuo favore, come non succedeva da tempo.

    Attenzione però, Ariete: Mercurio retrogrado è sempre in agguato, e potrebbe portarti a un gesto impulsivo proprio quando meno te lo aspetti. Le occasioni belle capitano, ma sta a te non sciuparle con le tue stesse mani. Il consiglio degli astri, questa settimana: respira prima di agire.

    Red Bull, voto 9: In una gara da tazzone d’arabica forte, loro sono stati la vera scarica di caffeina. La RB22 sarà pure un po’ goffa nel guidato, ma con la gomma rossa ha trovato il veleno necessario e due piloti pronti a tutto. Con Verstappen in particolare, a raddrizzare le traiettorie a picconate, pur d’inseguire un’idea tanto meravigliosa quanto ingombrante.

    Max è fatto così: il mago delle cause perse, il domatore di ferraglia, un tipo che stabilirebbe il record del mondo pure andando a prendersi l’asporto il sabato sera. Si dice che, appena rientrato a casa, la piccola Lily gli abbia chiesto di spingerla più forte sul triciclo. Lui, manco a dirlo, l’ha elaborato in garage al punto da farlo andare ai 140 all’ora in salita. Insaziabile, feroce, meraviglioso.

    Haas, voto 8: Se è palese a tutti che il motore Mercedes funzioni meglio sulla scuderia capitana, con Ferrari sembra quasi l’opposto. Record di velocità di punta e doppio arrivo a punti, complice anche il carosello di zeri piovuto davanti. Ma forse abbiamo finalmente capito il trucco: visto l’aumento del prezzo dei carburanti, in Haas hanno deciso di fare economia e passare direttamente alla grappa. Altro che Shell: quando Ocon e Bearman spalancano il gas, sentono il coro degli Alpini. E a giudicare dalla velocità, dev’essere pure una bella annata.

    Alpine, voto 5: Lo strike di Colapinto mi ha lasciato a bocca spalancata. Ma che dico: mi si è proprio aperta la faccia a portafoglio. Eppure, a leggere il web, i fan argentini hanno tutte le ragioni del mondo per essere inferociti. Insomma, con quale arroganza Gasly si permette di impostare la sua curva proprio mentre Franco ha deciso di proseguire in linea retta? Una mancanza di rispetto intollerabile.

    Il ragazzo un contratto ce l’ha pure, per carità. Il problema è che, iniziando con certi numeri, il rischio concreto è che Flavio lo demansioni con effetto immediato a scrostare teglie da Crazy Pizza. Occhio!

    Audi, voto 6: Agli aggiornamenti servirà forse del tempo: bisognerà stringere un bullone di qua, regolare una valvola di là, dare una lucidata al cofano e magari chiedere consiglio al parroco. Di passi in avanti, però, neanche l’ombra. Il team continua a scalmanarsi tra la plebe, in una gara che sembrava una partita di Uno giocata senza mai arrivare al colore giusto. Appena risolvi una magagna, qualcuno ti cala un bel +4 e si ricomincia da capo. Insomma, più che sviluppare la macchina, a Hinwil stanno facendo manutenzione ordinaria all’esistenza.

    Racing Bulls, voto 6: Il contatto di Lindblad con il compagno di squadra è stato un errore bello grosso, soprattutto perché arriva in una gara in cui la vettura aveva ritmo e la strategia non concedeva poi chissà quali margini per inventarsi la mandrakata definitiva. Se ci fosse stato ancora Marko, forse avrebbe tirato fuori la vecchia filastrocca: “Chi va addosso perde il posto”. Ma il padrone è pensionato e il posto non va toccato.

    Nel finale, almeno, rimette insieme i cocci e recupera terreno con un bel passo. Sufficienza strappata per la grinta della risalita.

    Williams, voto 6: Aiutati che il ciel t’aiuta, recita il saggio. E stavolta il cielo si è mosso sul serio: il caos generale ha fatto il lavoro sporco, Carlitos ha fatto il resto, flirtando spudoratamente coi punti fino a una P10 che, sull’onestà del passo, la sua FW48 non si sarebbe mai meritata da sola. Qualche santo in paradiso, evidentemente, tifa Williams.

    Aston Martin, voto 2: Tra la pigrizia del motore termico e l’incontinenza della batteria, si finisce per preferire la seconda: se non altro, la batteria un lato positivo ce l’ha per davvero.

    Per il resto, la verdona dimostra ancora una volta la sua solida consistenza collezionando un bel doppio ritiro prima ancora di arrivare a metà gara. La stessa consistenza della salsa verde sulle acciughe, con cui tra l’altro condivide lo stesso identico colore. Un disastro al sapore di prezzemolo.

    Cadillac, voto 4: Il nonnino si è abbioccato sul più bello o si è solo distratto a cercare gli occhiali nel cruscotto? Processo sommario, e sbagliato: stavolta incolpare il povero Bottas pare ingiusto persino per i suoi standard.

    Passi il telaio claudicante e l’aerodinamica raffazzonata, ma il software che offre un bilanciamento di frenata a simpatia è un’altra faccenda. Il resto è una storia d’amore combinata: pomiciare coi muri di Baku all’ultimo giro, da solo e senza lottare per nulla, non era un vezzo da spasimante del guardrail, ma un matrimonio d’interesse organizzato da qualcun altro. In ogni caso, superata l’impasse, al vecchio finnico servono i sali per rianimare i tempi sul giro. Forza!

  • Il Pagellone del Gran Premio di Spagna

    Il Pagellone del Gran Premio di Spagna

    Madrid. Una città che non ha mai avuto bisogno della Formula 1 per andare veloce. Ha sempre avuto il traffico, le notti lunghe e quella certa abitudine a fare le cose con una discreta ostinazione.

    Adesso ha anche il Madring: un circuito tecnico, tortuoso, con tratti che chiedono precisione e altri in cui bisogna avere il coraggio di non alzare il piede. La Monumental, con i suoi 550 metri e il 24% di pendenza, sembra quasi una parentesi venuta male in mezzo a una frase già complicata. 

    Poi ci sono le sequenze strette, i cambi di direzione, i muri a cui dare del lei.

    Circuito nuovo, trofeo nuovo. Stesso vincitore.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time.

    Mercedes, voto 9: I 30 mesi di stagionatura delle decisioni della direzione gara convogliano la vittoria verso un morigerato Antonelli, che gestisce la gara con una calma da Zorro e porta a casa il risultato senza mai dare l’impressione di perdere il controllo. Giorgino, invece, questo week-end ha avuto più o meno lo stesso valore di una pianta di plastica: non chiede acqua, ma nemmeno produce ossigeno. Per ambire a certi risultati servono grinta, consistenza e carattere. A lui, per ora, rimane solo un timido olé.

    Ferrari, voto 5: Visto l’Hamilton sfrenato nei primissimi giri, Leclerc prova almeno a riempire il mezzo bicchiere di Maranello. Una Ferrari da rosso relativo, come canta Tiziano Ferro – che salutiamo, visto che ci segue sempre. Il ritmo di Charles con la gomma dura è stato eccellente e, dopo le ultime uscite del monegasco, era una risposta a dir poco necessaria. Ma non basta. Ferrari questo week-end aveva più dati degli altri, conosceva la pista e aveva una pole alla portata. Anche il podio sembrava un obiettivo realistico. Alla fine non è arrivato né l’uno né l’altro. Forse si poteva fare qualcosa in più.

    McLaren, voto 7: Sull’asfalto del Madring va in scena una surreale riedizione del Don Chisciotte in salsa papaya. Lando Norris è il Cavaliere dalla Triste Figura: lancia in resta, carica i mulini a vento della Mercedes guidando da Re, tanto che al muretto avevano già travasato lo champagne nella borraccia. Poi, però, gli eventi impongono alla squadra una strategia rattoppata e una sosta zoppicante. Un’occasione sprecata, perché contro questa freccia d’argento le occasioni non arrivano certo a mazzi.

    Dall’altra parte del box c’è Sancho Panza. Completamente stordito dalla movida madrilena, l’australiano ciondola svogliato sul suo ronzino a quattro ruote. Come sia potuto evaporare un talento così cristallino resta uno dei grandi enigmi dell’umanità: una roba da affiancare all’origine dell’universo, all’esistenza di Dio e all’eterno dilemma se le uova vadano in frigo oppure no.

    Red Bull, voto 7: Si fa quel che si può con quel che si ha. Max passa mezzo Gran Premio murato come la Monaca di Monza, rinchiuso tra gli avversari e le pareti del Madring. Eppure, da quella cella, riesce a tirare fuori una P2 che suona comunque come un ottimo flamenco. Il dubbio atroce, però, è che la vittoria se la sia sfilata da solo dal piatto: quel rallentamento quasi contemplativo, una cortesia da hidalgo per far sfilare Antonelli e Hamilton, gli è costato forse l’intera corrida. Roba da mordersi le mani prima ancora di buttarsi sulla sangria.

    Haas, voto 4: Sabato da pedalata in salita e domenica di pura disperazione. Passi pure la partenza dalla pit, ma da Bearman era lecito aspettarsi qualcosa in più rispetto a una gara intera passata a bollire nella pancia meno nobile della classifica. Sia chiaro: la macchina è quello che è, un arnese con cui farebbe fatica a vincere persino un ambo alla tombola di Santo Stefano. Però la prima regola del mestiere resta scolpita sulla pietra: prima di guardare i miracoli degli altri, devi battere chi guida con la tua stessa divisa. E al momento, Ollie sta prendendo troppi appunti.

    Alpine, voto 8: Franco, oh Franco! L’imprevedibilità fatta persona. Se lo inviti a cena e gli chiedi di portare il vino, si presenta in ritardo di un’ora con mezza confezione di sigarette al mentolo. Fa sempre l’opposto di quel che ti aspetti, ma alla fine la pagnotta la porta a casa. In questa Madrid rovente ha piazzato una stoccata mica da ridere, regalando sei punti alla banda Briatore. Genio, sregolatezza e punti in tasca. Bravo.

    Audi, voto 6: Che difesa, Bortoleto. Tenacia pura e gomiti larghi, per quanto del tutto inutile: alla fine non gli è valsa nemmeno una misera P10. Eppure un miracolo l’ha fatto, costringendo la regia a inquadrare finalmente le R26. Fino a ieri, infatti, per vedere un pilota Audi in tv dovevi sperare che spuntasse negli spot d’intermezzo mentre ti spacciava l’ennesima carta di credito multicolore. Almeno stavolta ci siamo preoccupati di loro per azioni in pista. Bentornati in mondovisione.

    Racing Bulls, voto 7: Nel calendario di Arvid Lindblad non c’è traccia del primo d’aprile: già, perché con il ragazzo non si scherza affatto. Con Lawson spedito a nolo al piano di sopra, i riflettori di Faenza sono tutti puntati su di lui, e l’inglesino risponde presente senza fare una piega. Archivia l’ennesima Q3 e un altro giro in zona punti con un piglio da pelo sullo stomaco. Bene per davvero, bravo sul serio: in Romagna hanno trovato un martello che sgarra di rado.

    Williams, voto 2: ¡Arriba, arriba! Con questo caldo madrileno da calzoncini e infradito, il vecchio Carlitos si è presentato all’appuntamento di casa col ritmo rilassato di chi sta pensando solo a sdraio e ombrellone. Una partenza scriteriata in stile kamikaze – con Fernando che gli ha rifilato un kamikazziatone da cavarsela a stento – e qualche fiammata senza pretese non bastano a conquistare le prime pagine dei giornali, trasformandosi invece in un week-end passato a galleggiare malinconicamente nelle retrovie. Se i frutti dell’esame di riparazione sono questi, avevamo torto a rimandarlo a settembre: toccava direttamente optare per la bocciatura a giugno e non pensarci più.

    Aston Martin, voto 5: Viene sempre da dire che non era il circuito adatto. Il problema è che ormai stiamo ancora cercando di capire quale sia, effettivamente, il circuito che si adatta alla AMR26. Nel settore guidato la macchina oscillava e sottosterzava così tanto che Alonso, per affrontare la gara, si è fatto preparare una Travelgum. E a questo punto viene quasi da chiedersi se AMR non sia in realtà il diminutivo di Amarezza.

    Cadillac, voto 5: Incassare 2,1 secondi in qualifica da Perez e chiudere in un pietoso ultimo posto in gara, doppiato persino dall’Aston di Alonso – un giro intero dall’Aston di Alonso, rendiamoci conto -, fa sorgere una domanda spontanea: ma il contratto di Bottas esiste per davvero o il giovanotto ha semplicemente grattato un Turista per Sempre alla ricevitoria del paddock? Con questa marea di leoncini aitanti che spingono alle spalle, forse per il caro Finno-Saunista è giunta l’ora di salutare la brigata. Ci sarebbe una bellissima corsia riservata ai corsi di acquagym del martedì mattina: ritmo rilassato, zero stress e ciambellone assicurato. Da valutare.

  • Il Pagellone del Gran Premio d’Italia

    Il Pagellone del Gran Premio d’Italia

    Martedì. Lo so, il Pagellone arriva con un certo ritardo. Diciamo che questa settimana ho deciso di scriverlo con un ritmo Ferrari: partenza incoraggiante, qualche buon passaggio e poi una lunga fase in cui nessuno capiva bene quando sarebbe arrivato. Questo è il risultato, ahimè.

    Ma finalmente eccoci a Monza.

    Il Gran Premio d’Italia non ha bisogno di troppe presentazioni: è quella settimana dell’anno in cui anche chi confonde una Formula 1 con una Formula E si ritrova improvvisamente a discutere di ali, gomme e cavalli al bar.

    E mai come quest’anno, però, conta avere un elettrico di classe. E quando dico di classe, intendo proprio A+++, come per le lavastoviglie.

    Perché con le nuove regole non basta spremere il motore: bisogna anche sapere cosa fare con l’energia, quando usarla e soprattutto come non finirla nel momento peggiore. A Monza, dove si corre forte e si respira poco, il conto arriva in fretta. Insomma, bentornati dalle ferie. Gambe in spalla e vediamo un po’ il da farsi.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time.

    Mercedes, voto 10: E che gli volete dire? Ritmo protopower e gara Monzafiato, soprattutto per il beniamino di casa. Giro veloce, vittoria e doppietta: praticamente il pacchetto che conta. Soprattutto se paragonata alla concorrenza, Mercedes è così avanti che, quando si guarda indietro, vede il regolamento 2028 e gli fa: “Oh! Vieni?”.

    Andrea Kimi Antonelli, italiano, 20 anni, portatore sano di velocità. L’eroe di cui necessitava l’appassionato ferrarista per superare il logorio della vita moderna. Aggettivi? Superflui. Bravo, bravo, bravissimo.

    Ferrari, voto 5: Ma voi ve la immaginate la vita di Leclerc?

    1. Nelle prove vai forte e inizi ad avere quel sorriso fidati-di-me che, forse forse, è la volta buona.

    2. Qualifiche così tanto dell’orrore, che per calmarmi ho dovuto guardare Shining.

    3. In gara due giri e padellata fenomenale sul muro. Si è sfilato il casco che aveva il naso su una guancia e gli occhi sulle tempie, tipo squalo.

    4. Ennesima intervista ingrugnata.

    5. Torni a casa con tua moglie in dolce attesa, con le voglie e qualche lieve sbalzo d’umore. Ci sono delle volte che è in modalità Pomata e non si leva di dosso, e ci sono delle volte che ruggisce tipo leone della Metro Goldwyn Mayer.

    Mamma mia, Charles. Ti siamo vicini.

    McLaren, voto 7: Fine settimana da castigamatti per il duo Papaya, che – posso dirlo? – mi ha proprio divertito. Norris rimane appeso una cifrissssima di giri, prima dietro a Hamilton e poi dietro a Piastri. Era lì, a bussare alla porta come Terminator con Sarah Connor, finché nelle ultime tornate riesce finalmente ad avere la meglio.

    Qualche nota positiva, perlomeno, è arrivata dall’australiano, autore di una prestazione più convincente rispetto alle ultime uscite. Ma il confronto interno, quest’anno, continua a essere decisamente a suo sfavore. E se Norris comincia a bussare alla porta così spesso, forse per Piastri è arrivato il momento di controllare chi ha lasciato le chiavi nella toppa.

    Red Bull, voto 7: Dopo essersi accorto che la macchina di Zandvoort non era in garanzia, Verstappen pesca sul fondo di un barile di rovere e passa il Gran Premio a spolmonarsi dietro alle Mercedes.

    Che non abbia i mezzi per competere con quelli davanti lo sappiamo tutti. La cosa, del resto, è confermata anche dalle comunicazioni radio: ormai, ogni volta che Max chiede qualche informazione a Lambiase, dall’altra parte arriva sempre un laconico “Sì, ehm… ad occhio e croce”.

    Haas, voto 3: La differenza di prestazione con le altre vetture l’ho intuita da un particolare piuttosto curioso. Quando è sceso Antonelli, sulla visiera aveva uno sfoltimento di moscerini degno dei nei di Bruno Vespa. Quando è sceso Ocon, invece, ho scoperto che era l’unico pilota autorizzato a girare senza nemmeno il casco. Del resto, con le velocità di punta espresse dal motore Ferrari, i moscerini hanno tutto il tempo di scansarsi, salutare e riprendere il volo.

    Alpine, voto 10: Mannaggia, eccolo lì. Anche stavolta il contributo del buon Rosberg ha colpito. Caspita oh, quel ragazzo porta più sfortuna di Jessica Fletcher. Pensare che dopo la ripartenza eravamo lì a spellarci le mani per gli applausi, e invece quella prestazione meravigliosa si è sciolta in una pirlata. Pazienza, sarà per la prossima.

    Ciononostante, io un 10 glielo voglio comunque dare. Tiè. Perché quando riesci a farci credere per un attimo che l’Alpine possa combinare qualcosa di grosso, un premio te lo sei guadagnato comunque. Anche solo per averci regalato quei cinque minuti di illusione.

    Audi, voto 6: Prezioso l’aggiornamento che i progettisti hanno fatto trovare installato sulle vetture di Hülkenberg e Bortoleto. Visti i lunghi rettilinei di Monza, le due R26 adesso hanno il citofono, la filodiffusione e i remi. Per quanto riguarda invece il comparto frenante, importanti novità: due freni a disco in versione 33 e 45 giri.

    Binotto, intanto, ci fa sapere che per il Madring potrebbero persino anticipare uno dei pacchetti evolutivi più attesi: il pianobar.

    Racing Bulls, voto 8: Yuki, oh Yuki, che bello rivederti. Insomma, dov’eri finito? Eri in esilio all’Isola dei Famosi? No, perché devi sapere che, da quando sei sparito, sono cambiate tante cose. Innanzitutto non c’è più Striscia la Notizia. Eh sì, una tragedia. E poi? E poi in macchina c’è l’elettrico, ormai. E conta troppo, ben più di quel che pensi. Sì, insomma, non me ne parlare.

    E il paddock? Uh, quello è cambiato tanto. Ora è pieno di comici, influencer con le unghie da Wolverine che di motori, uff, ne magnano da quando so’ grandi così. Sono tempi difficili, caro Yuki. Eppure, sono felice che tu sia tornato. La prossima volta, però, prima di andartene, chiudi bene la porta: qui dentro entra chiunque.

    Williams, voto 3: Dopo le inquadrature poco lusinghiere dell’Olanda, in Williams devono essersi dati una calmata. Ora per Sainz non vige più quello spagnoleggiante “Hola va, Hola spacca”, ma un più morigerato modo di vedere le corse. Forse un po’ troppo morigerato, vista la mesta P13 al traguardo, senza essere mai della partita e inquadrati solo al momento di quel patetico swap.

    La situazione, comunque, è decisamente più in quadro. Peccato che il quadro in questione, tuttavia, rimanga pur sempre un Picasso.

    Aston Martin, voto 2: Ed eccoli qui, gli specialisti in lentezza nel Regno della Velocità. In Aston stanno affrontando una situazione così difficile che, se ci fosse Jovanotti al box, nemmeno lui riuscirebbe a pensare positivo.

    Pensare che Newey sarebbe dovuto essere il trampolino verso l’Olimpo e invece il suo intervento si è trasformato in un riflettore puntato verso un vicolo cieco. Da quando è arrivato, i conti sono così in rosso che ormai risparmiano su tutto. Si dice persino che vogliano affittare i propri box: probabilmente, in futuro, faranno i pit stop dentro un tendone, tipo quello di Gheddafi. Che brutta fine. Dal sogno dell’Olimpo al campeggio itinerante.

    Cadillac, voto 4: Volgiamo infine lo sguardo verso la Premiata Ditta dei ragazzi Cady, che questa domenica avevano evidentemente impegni più importanti del Gran Premio. Bottas e Perez, infatti, risultavano tra gli invitati al matrimonio dei Me contro Te, evento al quale la Cadillac ha preferito partecipare in borghese.

    Valtteri si è presentato elegantissimo, ma durante l’aperitivo si è sbrodolato il gilet alla prima maionese. Perez, invece, ha affrontato la cerimonia con maggiore disinvoltura. Giusto qualche bicchiere di champagne, perché diciamocelo: se non lo bevi al matrimonio, in gara quando ti ricapita? Il problema è che alla fine gli girava la testa. Nessun dramma: per il rientro hanno optato per la soluzione più sicura. Ha guidato Valtteri, con la compostezza di sempre, impeccabile al volante e assolutamente padrone della situazione. Sono arrivati in albergo sani e salvi, certo, ma con i soliti minuti di ritardo.

  • Il Pagellone del Gran Premio d’Ungheria

    Il Pagellone del Gran Premio d’Ungheria

    Ungheria. Un Paese che parla una lingua senza parenti, come se avesse deciso di restare ostinatamente se stesso mentre tutto il resto d’Europa imparava a somigliarsi. Budapest è il Danubio, i ponti, i palazzi imperiali e le terme. Poi, una trentina di chilometri più in là, c’è l’Hungaroring.

    Un circuito che non urla, soffoca. Qui i rettilinei durano il tempo di un sospiro e le curve si rincorrono come le parole in un litigio di coppia. Qui sorpassare è complicato quanto trovare un tassista ungherese disposto a parlare italiano, e il caldo di fine luglio trasforma ogni abitacolo in una sauna magiara.

    È l’ultimo ballo prima delle ferie. Poi il paddock chiuderà i battenti, la Formula 1 abbasserà le serrande, in attesa di tornare a ruggire tra le dune di Zandvoort. Buone vacanze a tutti.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time.

    Mercedes, voto 7: Tempo di reazione al semaforo: caffellatte e croissant. Per il Giorgino continuano le magagne elettroniche di Spa-Francorchamps, argomento per il quale non sembra aver ancora elaborato il lutto. Del resto la fortuna, a Silverstone, lo aveva baciato. È sempre più evidente che fosse un bacio d’addio.

    Antonelli invece, mette insieme un’altra gara di testa. Dal muretto le provano davvero tutte per dargli una mano: strategie alternative, finestre di pit-stop aperte e richiuse come persiane in pieno agosto, un pizzico di fantasia e persino qualche generoso centimetro oltre i limiti della pista. Ma stavolta la W17 non ne voleva sapere di andare oltre quello che aveva. Il resto è tutto bicarbonato: Kimi continua a raccogliere punti senza fare chiasso e, guardandosi alle spalle, vede il mondo allontanarsi sempre di più. Altro che pacchetto d’aggiornamenti, per raggiungerlo servirà un binocolo.

    Ferrari, voto 5: Le volte in cui, alla vigilia, la Ferrari avrebbe dovuto stravincere ormai sono seconde soltanto alle numerosissime vittorie di Trump contro l’Iran. Il venerdì, lo ammetto, per un attimo ho temuto il meglio: la SF‑26 sembrava averne decisamente più della concorrenza, ma poi la domenica buonanotte e sogni d’oro. Ritmo a corrente alternata e una strategia talmente criptica che, per capirla, mi sono dovuto collegare alla pagina 777 del Televideo.

    Quanto al Sir, certi di non farlo arrabbiare – visto il ricco repertorio, il bottino, il talento e tutto il resto – un piccolo appunto possiamo concedercelo: ultimamente di penalità ne sta collezionando un po’ troppe. E questa, francamente, era una di quelle che si poteva evitare.

    McLaren, voto 9: Norris si stava trasformando nel Jalisse della Formula 1: dopo il grande trionfo non l’aveva più visto nessuno. A Budapest, però, rieccolo. E bravi gli inglesi, che impartiscono a Maranello una lezione piuttosto elementare su cosa significhi fare le cose con criterio. Vettura in bolla, strategia impeccabile e guida da Champ confezionano una prestazione d’argenteria che il resto della compagnia farebbe bene a prendere molto sommessamente sul serio.

    Piastri, dopo una partenza a razzo, mette dentro marce ridotte. Infine ci si mette anche la tecnica a chiudere il sipario in anticipo, lasciandogli in mano soltanto una domenica da dimenticare. Capita – a lui in particolare. La vera domanda, adesso, è un’altra: la McLaren riuscirà a tenere questo filo fino alla fine della stagione, oppure assisteremo all’ennesimo saliscendi? Perché, se continua così, c’è poco da scherzare.

    Red Bull, voto 7: Se esistesse un corso di sopravvivenza per leoni, il docente sarebbe Max Verstappen. In qualifica combina una sciocchezza a fondo perduto – segno che, in fin dei conti, non è fatto di ferro nemmeno lui. Alla domenica, invece, la solita ira di Dio: l’olandesino non molla nemmeno un lecca-lecca pur avendone le ceste piene. E il sorpasso su Hamilton? Più che una staccata, un trasloco: è partito da un altro codice postale. Bravo, bravo, bravo.

    Haas, voto 3: Che si volga lo sguardo a Buda o che si volga lo sguardo a Pest, la situazione resta un disastro. Pensate che, prima di conoscere Bearman, il salice piangente rideva di gusto. E quando si è girato da solo come un baccalà? Mamma mia, ammetto che lì ho avuto la stessa reazione di Dracula al sorgere del sole. Il talento non si discute, ma ultimamente la svogliatezza lo marca a uomo peggio di Gentile con Maradona. Dai, ragazzo, stringi i denti: è ora di tornare all’Haassalto.

    Alpine, voto 5: Ma come, proprio qui, nella terra marchiata a fuoco da Ocon nel 2021, mi rimanete imbalsamati fuori dai punti? C’è chi sostiene che l’A526 renda al meglio quando fa freddo. Può anche essere. Il problema è che non possiamo mica spostare il Mondiale a Cortina, con Jerry Calà al piano bar che attacca Maracaibo tra un bombardino e l’altro. Tocca adeguarsi. Perché se un’altra cliente Mercedes vola e voi restate inchiodati al marciapiede, forse il problema non è il termometro.

    Audi, voto 7: Una P9 per Hulk che, dopo le recenti indiscrezioni, sa tanto di piccolo riscatto. Si dice abbia talmente paura che gli rubino il sedile per il prossimo anno che, ogni volta che rientra ai box, prima spegne il motore e poi monta il bloccasterzo. Prudenza tedesca. E a ben guardare, restare in Audi sembra una scelta tutt’altro che sbagliata. La crescita è lenta, certo, ma costante, e nel paddock ci sono parecchi piloti inchiostrati dentro progetti che hanno già mostrato il proprio soffitto prestazionale. Da quelle parti, invece, il soffitto lo stanno ancora costruendo. E quando arriverà il 2028, quel sedile potrebbe fare gola a molti più colleghi di quanti oggi siano disposti ad ammetterlo.

    Racing Bulls, voto 7: Alla cortese attenzione del Presidente Stefano Domenicali. Per il 2027 avrei una proposta semplice semplice: aumentiamo le vetture di Racing Bulls da 2 a 24. A Budapest, dove il sorpassometro segna linea piatta, sono riusciti comunque a trasformare ogni giro in una questione personale. A Faenza devono aver trovato una sorgente d’acqua miracolosa, perché quella macchina vive di una grinta che il resto della griglia si sogna. Se possibile, ordinate qualche damigiana anche per gli avversari.

    Williams, voto 3: Il vecchio Carlitos non sta più nella pelle, e la faccenda comincia a non giovargli. Capisco la frustrazione lunga mezza carriera, ma qui tocca fare giudizio, perché ultimamente il rischio di vedersi ritirare la patente per guida in stato confusionale inizia a diventare concreto. Per uno che percepisce uno stipendio pari al debito pubblico della Grecia, ci si aspetterebbe qualcosa di più: non tanto un miracolo, quanto almeno una domenica senza polemiche e con qualche sorpasso da raccontare.

    Aston Martin, voto 7: Vettura B? Quando hanno iniziato a parlarne ero scettico quanto Giuseppe davanti al celebre “Ma no, non è tuo, è dello Spirito Santo”. E invece, oh, mica male. Certo, questo aggiornamento non è la ventiquattrore di Pulp Fiction, però per la prima volta dopo mesi ci lascia annusare il profumo dei punti. E, visto da dove si partiva, non è affatto poco.

    Adesso la palla passa ai giapponesi di Honda. Il telaio sembra finalmente aver imboccato la strada giusta, ma anche la power unit ha bisogno di una bella sgrassata. Una proposta, umilmente, ce l’avrei: come primo aggiornamento per il motore, proviamo a metterci della benzina al posto della salsa teriyaki.

    Cadillac, voto 3: Quindicesimo giro per Bottas, cinquantunesimo per Perez: ferie anticipate, rigorosamente autorizzate dalla badante. Del resto, quando la macchina va così piano, tanto vale evitare il traffico dell’ultimo giorno di lavoro. Adesso i due passeggiano per Budapest a caccia di bei sorrisi, che da quelle parti, mi dicono, abbondano. In pista, invece, continuano a cercare i decimi: se li trovate, consegnateli agli oggetti smarriti.

  • Il Pagellone del Gran Premio del Belgio

    Il Pagellone del Gran Premio del Belgio

    Il Belgio è un Paese piccolo che si è dato tre lingue, un solo re e un’infinità di modi per litigare pacificamente su tutto.

    È la sede del Parlamento Europeo, dove si decide il destino del continente tra una riunione e un waffle. Poi, in mezzo alle Ardenne, qualcuno ha avuto l’idea di scavare Spa-Francorchamps. E lì, tutta quella pacatezza belga va a farsi benedire.

    Perché Spa non è un circuito, è un capriccio del terreno che la Formula 1 ha deciso di addomesticare senza mai riuscirci del tutto. Il sole può splendere a Les Combes mentre a Stavelot, due chilometri più in là, sta già diluviando. È l’unico posto al mondo dove anche il meteo si iscrive al Mondiale con pieno diritto di voto.

    E poi c’è l’Eau Rouge-Raidillon, che non è una curva: è un patto di fiducia rinnovato ogni anno tra il pilota e la fisica, con la fisica che finora ha sempre avuto l’ultima parola. Da queste parti sono passati tutti, e tutti hanno lasciato un segno. Spa non misura solo chi va più veloce. Misura chi ha ancora qualcosa da dimostrare.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time.

    Mercedes, voto 8: Inno di Mameli, tortellini alla bolognese e ricchi cotillon. Antonelli è lo scolaretto pettinato con la riga, è il pozzo di San Patrizio, è l’erba del vicino, vincente in un Gran Premio nel quale è andato tutt’altro che a Spa-sso. Recupera il maltolto di Silverstone, lasciando a bocca asciutta un Giorgino uscito subito di scena. Se l’inglese fosse il personaggio di un film horror, sarebbe il figurante che si fa divorare dallo zombie nella scena iniziale. Peccato davvero, perché sarebbe stato interessante vedere la vera differenza tra i due a parità di vettura, su una pista che notoriamente premia chi ha il coraggio di tenere il piede sull’acceleratore. Invece l’esperimento è saltato al primo giro, e la curiosità resta lì, arenata nella ghiaia. Saluti e baci.

    Ferrari, voto 8: La Ferrari è come il caldo: più che i dati conta il percepito. E questo week-end, francamente, è stato migliore del previsto. Su una pista che prometteva sofferenze, la Rossa ha invece tenuto botta, portando a casa una gara solida e convincente. E poi, perbacco, il primo colpo di fortuna per Carletto! Quando la Virtual Safety Car stava per trasformarsi in un pit-stop da manuale, il mio lato superstizioso ha preso il sopravvento: ho sparso sul pavimento più sale di Neil di Art Attack. Ha funzionato.

    Meno fortunato Sir Luigi, che raccoglie decisamente meno di quanto aveva seminato. E a essere raccolto, purtroppo, è stato pure un meccanico, travolto nella concitazione del pit-stop. Caro Lewis, se il cambio gomme non ti soddisfa, evita perlomeno di falciare la crew: non ti hanno nemmeno mai chiesto la mancia.

    McLaren, voto 7: Davvero un buon lavoro per il Champ, che ci ha fatto divertire in quella che per McLaren è stata, altrimenti, una gara da sonni profondi. Rimonta con la fretta di un corriere, al pit perde 6 litri di tempo e nonostante questo chiude a una distanza totalmente accettabile dal compagno di scuderia. Applausi per il tentativo, quantomeno. E Piastri? Incolore, come gli capita spesso ultimamente. Chi riesce a spiegarne le ragioni vince una bambolina. Io, onestamente, ho smesso di provarci da un paio di week-end. Lui anche, mi sa.

    Red Bull, voto 7: Dal regista di Missione più che possibile, un’altra domenica sopra le righe per il duo Red Bull. Verstappen tira fuori il solito repertorio di prodigi, trasformando una macchina non perfetta in qualcosa che assomiglia tremendamente a una candidata alla vittoria. Il vero capolavoro, però, lo firma Hadjar. Partiva da una galassia lontana lontana, eppure chiude con una P6 che profuma d’impresa. Il francesino è in uno stato di forma talmente smagliante che, quando gli scattano una foto, è il flash a rimanere accecato.

    A questo punto la domanda è una sola: riuscirà questa Red Bull a vincerne una prima della fine del Mondiale? Se avete la risposta, scrivetela su un foglietto e inviatecela via fax. Le consegne tramite piccione sono sospese per il periodo estivo.

    Haas, voto 5: Ormai il povero Ocon è salito sul carro di certe mammole che, in Formula 1, cominciano a sentire il ticchettio dell’orologio. E con il caldo estivo sembra essersi sciolta anche un po’ della sua già precaria tenuta. Ciccio, quando ogni domenica ti ritrovi a battagliare gomito a gomito con le Cady, vuol dire che i gelati sono proprio finiti. Dai, su. Largo ai giovani.

    Audi, voto 7: Stai a vedere che forse abbiamo sfatato quel modo di fare tutto chiacchiere e distintivo che distingueva la Compagnia degli Anelli. È Bortoleto il man of the match, forse tra le prime vere dimostrazioni in Formula 1 di un talento così grande da poterne far scarpetta. P8 per una vettura che non è di certo un bisturi da chirurgo plastico, ma che nelle sue mani sembra improvvisamente meno grezza, meno approssimativa.

    Dall’altra parte del box, invece, Hulk vive un fine settimana da comparsa. Sempre in affanno, mai davvero nel ritmo, finisce per fare da spettatore al compagno proprio quando serviva l’esperienza del veterano. Se Bortoleto ha acceso la luce, Nico ha passato il week-end a cercarne l’interruttore.

    Racing Bulls e Alpine, voto 7: A braccetto per tutto il Gran Premio. E chi sono io per dividerli? Se le sono date di santa ragione dal primo all’ultimo giro, regalando uno dei duelli più belli della domenica. Peccato che la FOM abbia deciso di trattarlo come un segreto di Stato: non un’inquadratura, non un replay, non un briciolo di attenzione. Più che una regia, un atto di vilipendio al Motorsport. A godersi lo spettacolo sono rimasti soltanto i tifosi sulle tribune e gli abitanti di Spa, gli spartani, che almeno hanno potuto voltare la testa e seguirseli dal vivo. Tutti gli altri, invece, dovranno fidarsi della parola di chi c’era: ed è un peccato, perché quella battaglia meritava molto più di qualche cronometro in sovrimpressione.

    Williams, voto 4: I due piloti Williams sono rimasti trattenuti all’assemblea condominiale. Punto quinto all’ordine del giorno: ripartizione millesimale delle spese per l’ascensore. Albon sosteneva di vantare un rimborso arretrato dal 2019, Sainz chiedeva invece il rifacimento della facciata, ma ahimè i bonus sono scaduti da un pezzo. Due ore di discussione, tre sospensioni, una minaccia di chiamare l’avvocato e, naturalmente, quorum mancato. La delibera salta ancora e l’unica decisione approvata all’unanimità è mettere a verbale che l’amministratore è un cornuto. Carlitos, però, la serata l’ha comunque salvata: la Spagna si laurea Campione del Mondo e lui si affaccia al balcone urlando “Campeones!” con tale entusiasmo da costringere il vicino del terzo piano a minacciare querela. In pista, invece, la Williams è rimasta fedele allo spirito dell’assemblea: tanto rumore, tante parole e nessuna decisione che cambiasse davvero le cose.

    Aston Martin, voto 2: Altro che Nolan, questa è la vera Odissea. Ogni Gran Premio è un nuovo capitolo di un viaggio che sembra non finire mai, con la Verdona di Silverstone costretta a navigare tra più problemi che chilometri. L’elenco dei guai è talmente lungo da sembrare una delle infinite liste di Salvini. In qualifica restano affacciati al davanzale, in gara il distacco è talmente ampio che ormai viene espresso in ferie maturate anziché in secondi. Se gli aggiornamenti non funzionano, più che Adrian Newey servirà uno psichiatra di reparto. Che disastro.

    Cadillac, voto 3: In attesa di metalli più pregiati, in Cadillac si godono queste due facce di bronzo. Tra un oh issa e un oplà, Perez saluta anzitempo per una buona dose di sfortuna, mentre Bottas resta più introvabile dell’indirizzo di casa di Saviano. Le uniche apparizioni televisive arrivano durante i doppiaggi. E lì confesso di aver avuto un dubbio: ero convinto che con la bandiera blu ci si dovesse spostare. Ma si sa, Paese che vai, usanza che trovi. Per il resto, il nulla cosmico. Prossima fermata? Il carrello dei bolliti. E, al ritmo attuale, rischiano pure di perderlo.

  • Il Pagellone del Gran Premio di Gran Bretagna

    Il Pagellone del Gran Premio di Gran Bretagna

    Silverstone. Un luogo che non appartiene soltanto alla Formula 1, ma alla sua mitologia. Qui non ci sono palme, yacht o montagne a fare da cornice.  Ci sono prati sconfinati, cielo basso, nuvole capricciose e quell’aria inglese che sa essere malinconica anche in piena estate.  È il tempio del Motorsport britannico, nato da un vecchio aeroporto militare e trasformato col tempo in una delle cattedrali della velocità.

    Da queste parti la Formula 1 respira un’aria diversa.  Si passa da Copse a Maggotts, da Becketts a Stowe come se fossero capitoli di un romanzo cavalleresco, nomi pronunciati con rispetto quasi religioso da piloti, ingegneri e appassionati.

    Silverstone è la patria dei tifosi rumorosi, delle bandiere al vento, dei prati trasformati in campeggi e delle domeniche in cui il sole e la pioggia sembrano darsi appuntamento nello stesso pomeriggio.

    E se Monza è il cuore, Silverstone resta probabilmente il battito.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time.

    Mercedes, voto 7: La fortuna aiuta gli audaci, ma col Giorgino sembra aver fatto proprio un’eccezione. Prestazione in do minore la sua, premiata però da un buon vento da parte della sorte: 18 punti guadagnati su un compagno di squadra piuttosto rognato, che dall’altra parte del box prova invece a stringere i denti fino alla fine con una Mercedes più imbizzarrita del Generale Lee di Hazzard. Certo, a Brackley dovranno iniziare a mettere una pezza a questi inconvenienti tecnici: la vettura è eccezionale, ma per portarla integra al traguardo, anziché un pilota, sembra più necessario un esorcista.

    Ferrari, voto 8: Non gli stava nel casco il sorriso! Bravo Carletto, che porta a casa una vittoria costruita con le unghie e con i denti, senza avere tra le mani la monoposto più felice del lotto – ma ormai questa, a Maranello, è quasi una tradizione di famiglia. Un canto libero di battistiana memoria, di quelli che arrivano in un periodo amaro come il cacao e ricordano a tutti che, quando il monegasco è in bolla, riesce ancora a trascinare la Ferrari oltre i propri limiti.

    A spellarsi le mani dagli applausi c’era anche un sempre grintoso Little John, spaesato come Enzo Miccio alla Cinghialata di Zompicchia. Eppure, alla domanda più scomoda – “Possiamo parlare di Mondiale?” – ha risposto con un sorriso di gesso che era tutto un programma.  Del resto sappiamo bene che una rondine non fa primavera e che, prima di parlare di Titolo, serviranno molte altre domeniche come questa.

    McLaren, voto 5: Dicono che la realtà superi sempre la fantasia, ma a Silverstone ad essere superata è stata soprattutto la McLaren. Nulla può il verde speranza della livrea celebrativa, capace di consegnare ai tifosi appena una medaglia di legno, peraltro conquistata con una discreta dose di benevolenza da parte della sorte.  La MCL40 non è mai sembrata realmente in partita: né veloce, né incisiva, né abbastanza brillante da impensierire chi le stava davanti.  E così persino la proverbiale concretezza di Norris finisce sotto chiave, custodita come lo zafferano al supermercato. Il pilota c’è, la squadra pure, ma ultimamente il Papaya assomiglia più a una spremuta annacquata che a un succo concentrato.

    Red Bull, voto 6: Verstappen, si sa, è uno che trova sempre l’ago nel pagliaio, infila le chiavette USB al primo tentativo e riesce persino a montare i mobili IKEA senza avanzare alcuna vite. Però, se la Red Bull gli toglie le ali, il risultato è che la vettura lo spara fuori come un pomodorino quando addenti una bruschetta troppo generosa. Peccato, perché fino a quel momento l’impresa aveva contorni quasi erculei.

    Di tutto ciò beneficia Hadjar, che stavolta piazza uno scacco al Re e porta a casa un risultato pesante, confermandosi uno di quei piloti che non fanno rumore ma continuano ostinatamente a comparire nelle posizioni che contano.  E mentre Max raccoglie i cocci di una domenica amara, il francese si gode il momento con la serenità di chi, a inizio stagione, era considerato poco più di una comparsa. Bravo, bravo, bravo.

    Haas, voto 3: Bearman è in un periodo così difficile, che quando taglia una cipolla piange lei.  Lui e Ocon, a quanto pare, sono ancora seduti in un pub di Northampton a tracannare pinte con un gruppo di allevatori scozzesi, intenti a spiegare i vantaggi della pastorizia rispetto alla Formula 1. Pare abbiano già promesso vitto, alloggio, un cane da gregge e un maglione di lana a quadrettoni.  E, visti gli ultimi risultati, l’offerta ha un non so che di invitante.

    Alpine, voto 7: Oh, ditelo agli amici, svegliate la nonna: che rimonta per Colapinto. Il giovanotto partiva dalla stanza più remota della torre più alta e, giro dopo giro, è riuscito a risalire la corrente fino a precedere persino Gasly, che in squadra resta ancora il metro di paragone.  All’argentino va dunque il premio Verstappen dei poveri: non sarà il principe azzurro della Formula 1, ma questo risultato può tranquillamente appenderlo sopra il tinello di casa, tra la foto della comunione e il calendario del salumiere.

    Audi, voto 7: P8, baby. Un ritorno in ghingheri per Gabrielito, che si sbatte come un dannato e qualcosa porta a casa. Un pensiero va a quelli come lui: gente con ambizioni da attico vista mare e classifiche da bilocale in periferia. La vita è dura, il motorsport ancora di più.

    Racing Bulls, voto 9: La VCARB 03 è una vettura ibrida, nel senso che sembra nata dall’accoppiamento clandestino tra un carro armato M1 Abrams e una RB22.  A differenza della sorella maggiore non tentenna, non filosofeggia, non si perde in crisi esistenziali: aggredisce. Aggredisce sempre. Non va a benzina ad alto numero di ottani, ma a pura speranza: quella di ogni ragazzino cresciuto nel girone infernale targato Red Bull, dove o vinci subito oppure finisci a commentare le gare dal divano.  In pista i due torelli si comportano come Sandra e Raimondo: si beccano, si punzecchiano, si fanno i dispetti. Ma alla fine il risultato arriva puntuale come la bolletta della luce, e ormai questa consistenza non è più una sorpresa: è un’abitudine. Che squadra.

    Williams, voto 2: Mi mancano le parole, figuriamoci i voti. Quella della Williams è stata probabilmente la prestazione più imbarazzante del week-end, quasi più dell’esibizione a tinte colonialiste andata in scena nel pre Sprint Race.  Per Albon 6 pit-stop, uno dei quali durato ben 13 secondi, il tempo necessario per compilare un modulo alla motorizzazione. Per Sainz addirittura una penalità di un giro, roba che ormai mancava solo la retrocessione in Serie B.

    Da Grove arrivano aggiornamenti – peso netto risparmiato nell’ala anteriore: 3 kg sgocciolati, come le olive – ma l’effetto in pista è stato quello di una tisana contro un incendio boschivo. E poi c’è Carlitos, che non riconosco più. Si è fatto annusare dal suo cane e anche lui ha mostrato qualche perplessità. Ci vorrebbe un tonico, non so: una paella, due fette di prosciuttino.  Dai, Matador, reagisci.

    Aston Martin, voto 3: Siamo tutti in trepidante attesa degli aggiornamenti ungheresi. Non so voi, ma io ho fiducia: ho visto Newey scrivere come un ossesso sul suo taccuino.  Mi sono avvicinato e l’ho trovato chino su uno schema piuttosto familiare: “12 orizzontale, sette lettere: verde, lenta, non arriva mai in tempo”. Io ho suggerito “lumaca”. Lui ha scritto “Aston Martin”. Le caselle non tornavano, ma lui è andato a capo e tanti saluti.

    Vediamo anche come si muoverà Honda con l’ADUO, perché non voglio credere che un popolo che si è beccato sulla zucca ben due atomiche possa arrendersi così.  Intanto hanno messo una pezza a un problema gravoso: per ovviare al fatto che la vettura non sterza, i tecnici hanno sostituito il sedile del pilota con un sellino da Motomondiale, così da permettere uno stile di guida più “di corpo” nelle curve. Peccato che la monoposto tendesse paurosamente verso la ghiaia: si è poi scoperto che il sellino era quello di Joan Mir.

    Cadillac, voto 250: 250, sì. Come le vittorie Ferrari? Ma chi se ne importa di Ferrari: qui si festeggia il quarto di millennio della Grande Madre Patria, per la quale hanno pepsizzato la livrea. E se questa deve essere la squadra incaricata di rappresentare l’orgoglio a stelle e strisce nel 2026, forse è il caso di rileggere la Costituzione. O almeno il regolamento tecnico.

    Prosegue intanto il calvario prestazionale del finnico Valtteri. Sempre dietro al compagno, lento in qualifica, in gara va talmente piano che è l’unico pilota autorizzato a circolare senza casco.  Capivo quando finiva dietro a Hamilton, ma Perez…

  • Il Pagellone del Gran Premio d’Austria

    Il Pagellone del Gran Premio d’Austria

    Austria. L’unico Gran Premio davvero alpino del calendario. Un catino d’asfalto incastonato tra i monti della Stiria, con prati, boschi e strade strette e tortuose abbarbicate su un paesaggio da piccolo Eden.

    Eppure, come spesso accade agli austriaci, le dimensioni ingannano. Perché la Formula 1 da queste parti ha prodotto personaggi grandi come paesi: Jochen Rindt, Niki Lauda, Gerhard Berger.

    Il Red Bull Ring è un po’ così: corto, essenziale, quasi spartano. Tre rettilinei, poche curve e ancora meno scuse. Un circuito che non concede riparo e che, tra saliscendi e staccate violente, riesce sempre a separare chi corre da chi semplicemente partecipa.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time.

    Mercedes, voto 9: Un monologo a tinte british per la vittoria, giusto in tempo per presentarsi al meglio all’appuntamento britannico della prossima settimana. Russell domina e, per una volta, relega Antonelli al ruolo di garzoncello dell’albergo. In ogni caso fa sorridere come una pole (discussa) e una vittoria (risicata) siano bastate a restituirgli, al netto dei quaranta punti di ritardo in classifica, un ego da Fabrizio Corona in tuta da corsa. Ora tocca mantenere la tostatura per il resto della stagione.

    Per Kimi arriva invece una P3 di corto muso. Capisco la piccola delusione, ma con la macchina che ha e il talento che ha, potrebbe forse concedersi qualche sorriso in più. Pare che il reparto marketing abbia già assunto per lui un addetto al solletico.

    Ferrari, voto 5: Il momento più gagliardo del week-end? La battaglia Hamilton-Verstappen. Grinta, classe, ruota a ruota – roba da far rizzare i capelli. A fine gara l’olandese ha rivelato che Sir Lewis volesse assolutamente una foto con lui e che lo avesse addirittura implorato. Hamilton ha ribattuto che la Ferrari non implora mai. Affonda con dignità, piuttosto.

    Domenica tutta in salita per Carletto, uno che ha immolato la sua carriera alla scalata. Eh già, perché Leclerc in Ferrari ne ha passate davvero tante, diciamo che ha vissuto più vite di qualsiasi vampiro. Solo il tempo dirà se questo ennesimo rinnovo equivale a un paletto di frassino alle sue ambizioni iridate.

    McLaren, voto 7: Finalmente una buona prestazione per Piastri, che così lenisce un po’ i dolori del giovane Webber – citazione per i tre appassionati di Goethe che seguono questa rubrica. Il talento dell’australiano resta però un bel mistero: basta un nonnulla, una folata di vento per fargli cambiare direzione, girando su se stesso come quei galletti segnavento piazzati in cima ai comignoli. E questa instabilità, a tratti, sembra contagiare l’intero box papaya, dove pare impossibile far sorridere entrambi i piloti contemporaneamente: quando uno vola, l’altro si appisola. Bah!

    Red Bull, voto 8: Per citare un vecchio spot, 3 is the magic number. Verstappen ieri non ha guidato la sua RB22: l’ha indossata. P2 pesantissima, giri veloci sparati come fuochi d’artificio e un duello con Hamilton che ha restituito per qualche istante il profumo delle grandi annate. Confesso però che, quando l’ho visto buttarsi all’esterno del Sir, ho trattenuto il respiro. È una manovra altamente sconsigliata e da quelle parti si entra a proprio rischio e pericolo, un po’ come lanciarsi in un corteo femminista con la t-shirt “Donna nana, tutta tana”. L’ha fatto lo stesso. E mentre Hamilton ancora ci pensava su, Max era già altrove. Che grinta.

    Haas, voto 4: Gara da sonni profondi per il team USA. Strategia nella media: né troppo aggressiva né troppo conservativa, né troppo anticipata né troppo attendista. Parlo come Riccioli d’Oro, lo so: la pappa non troppo calda, la sedia non troppo dura, eccetera eccetera. Peccato che, alla fine, la favola si sia trasformata nel secondo Gran Premio consecutivo senza raccogliere nemmeno un punto. Il vero problema, però, è una vettura smunta come poche. La VF-26 era così lenta in rettilineo che nello sprint 0-100 km/h riusciva a esprimere punte entusiasmanti di 80. Quando Bearman ha chiesto più potenza, dal box hanno scosso la testa e gli hanno suggerito di sfruttare meglio le discese. Che disastro.

    Alpine, voto 4: Non mi aspettavo gli Alpini così in affanno. Colapinto, in particolare, non ha mai trovato il ritmo della concorrenza e, quel che è peggio, nemmeno quello del compagno di squadra. Strano destino per uno che, dopo le recenti dichiarazioni di Briatore, sembra godere di tutte le attenzioni del team. Pare infatti che il dirigente piemontese gli abbia fatto realizzare un sedile in carta vetrata, l’ennesima buona azione per metterlo a suo agio. Che abbiano già preparato il benservito per il 2027? Bah. Di certo, quando circolano certe voci, anche un semplice pit-stop comincia ad avere il sapore di un colloquio con le risorse umane.

    Audi, voto 5: Ma no! Ma sì. Ma va? Per combattere il logorio della vita moderna, il team di Binotto pare essersi fermato in Austria, disperso tra i prati della Stiria alla ricerca di funghi per la zuppetta della sera, con la vista sul rifugio e qualche capretta a brucare placidamente accanto al vialetto. Il problema è che, mentre loro si dedicano alla vita bucolica, il resto della griglia continua a correre. Bortoleto mette in cascina il possibile, Hulk limita i danni, ma la sensazione è quella di una squadra ancora in gita scolastica più che in piena rivoluzione tecnica. Speriamo che, per il prossimo futuro, l’ingegnere italiano si dedichi un po’ più alla macchina e un po’ meno alla macchia. Perché il panorama è splendido, ma i punti non crescono nei boschi.

    Racing Bulls, voto 8: Da Faenza piazzano sul fuoco l’ennesima gara tutta superlativi. Lawson aggredisce e convince, tenendosi stretta la corona di Primo degli Altri, dimostrando ancora una volta di essere stato probabilmente giudicato con troppa fretta. E un po’ dispiace vederlo vivere in questo precariato permanente targato Red Bull, dove ogni week-end assomiglia a un rinnovo di contratto. Liam però incassa, restituisce e continua a stare in piedi fino ai titoli di coda, portando a casa gran risultati. Se la carriera da pilota dovesse prendere una brutta deriva, lo consiglierei nel ruolo dello sfidante per il prossimo film di Rocky.

    Williams, voto 3: Uscita dall’ultima curva, quarta, quinta, sesta marcia e… saremo di nuovo da voi dopo un breve intermezzo pubblicitario. Che peccato. Già la vettura di Grove non è esattamente una gazzella tra i cordoli, se poi a portar vasi a Samo ci si mette anche la batteria Mercedes, il quadro è completo. Che grana, che periodo per Carlitos. Scendendo dalla vettura l’ho visto più demoralizzato di un tifoso di Stroll. Dai, vecchio Matador, tieni duro: prima o poi il toro smette di rincorrerti e comincia a incornare qualcun altro. Arriveranno tempi migliori!

    Aston Martin, voto 1: Nonostante le insistenti raccomandazioni di Studio Aperto, c’è un anziano che continua imperterrito a non rispettare gli orari più freschi della giornata. A un certo punto l’ho visto aggirarsi sul podio e ho pensato fosse Alonso; poi ho strizzato gli occhi e ho capito che era Ecclestone. Peccato, perché le occasioni per stare lassù rischiano di diventare più introvabili di Waldo nelle sue vignette. E vedere Fernando arrancare con questa Verdona fa un po’ l’effetto di vedere un alpinista con le infradito: ammirevole la tenacia, discutibile l’attrezzatura.

    Cadillac, voto 1: Con questo caldo, anche i vecchi sono bruciati come la gioventù. Ai piloti si sono poi aggiunti i freni, che già al giro 5 hanno deciso di staccare dal turno e andare a cercare un po’ di refrigerio. Insomma, una gara durata meno di un padrenostro: l’ennesima magra figura per una monoposto decisamente poco indicata per chi tifa col sombrero sulla zucca.

    FIA, voto 0: Alé, altro giro, altra corsa. Via alla musica, stop alle telefonate. Al sabato c’erano tutti: Sherlock Holmes, Padre Brown e Don Matteo, ma niente da fare. Qualcuno rallenta, qualcuno rinuncia al tentativo, qualcuno festeggia la pole. Tutto regolare, dicono loro. Il problema è che, ormai, per interpretare certe decisioni servono più detective che commissari. E quando la giustificazione viene snocciolata, è puntualmente la solita spazzatura arruffapopolo. Non proprio il massimo per chi pretende di rappresentare il vertice dell’automobilismo mondiale.

  • Il Pagellone del Gran Premio di Barcellona

    Il Pagellone del Gran Premio di Barcellona

    Barcellona. Che sia per un Gran Premio, per una vacanza o per una decisione presa con scarso senso dell’autoconservazione, la Spagna pare sempre una buona idea.

    Paese di navigatori, conquistadores e soprattutto di gente che guarda un edificio perfettamente normale e pensa: “Sì, però incliniamolo un po’, mettiamoci tre guglie, un drago e una finestra a forma di carciofo”. Da queste parti l’architettura non è una disciplina: è un episodio psicotico collettivo durato secoli.

    Dal 1991 la Formula 1 corre qui in Catalogna, su una pista che non regala nulla a nessuno: se la macchina va forte, lo dimostra. Se va piano, pure. Niente yacht, niente casinò. Solo sole, asfalto e ventidue piloti pronti a complicarsi la vita.

    Questo è il Pagellone di Hammer Time.

    Mercedes, voto 7: Al Giorgino hanno dovuto togliere tutto. Prima il parcheggio, poi il tavolo della colazione, quindi il portafoglio in metropolitana. Infine gli hanno portato via anche la vittoria. La pole era sua, la gara sembrava sua, il momento era quello giusto per ridare grinta dopo mesi sghembi. Invece il destino gli ha lasciato soltanto un secondo posto e la sensazione di essere stato derubato con metodo. Per l’inglese, tempi durissimi.

    Ad Antonelli, invece, KO tecnico. Normale amministrazione: cose che capitano. Nel frattempo il secondo in classifica si riprende 25 punti in un colpo solo. E allora nasce il dilemma: se la Ferrari fosse davvero della partita da qui a fine anno, cosa scegliereste? Un campioncino italiano fresco di conio o una Ferrari iridata? Sì, lo so, è come chiedere a chi vuoi più bene: a papà o a mammà?

    Ferrari, voto 9: Strategia impeccabile, guida perfetta e quel pizzico di fortuna che, ogni tanto, bisogna anche meritarsi. Bellissimo il team radio con l’accento da Stanlio e Ollio, molto meno la cuffietta sul podio che lo faceva sembrare un rapinatore sudamericano in trasferta. Il ragazzo deve maturare, dicevamo. E oggi ha regalato una bella botta di vita a chi vede rosso. Bravo, Luigino. Bel lavoro.

    Dall’altra parte del box, dopo l’inciampo del Principato, sulla vettura numero 16 hanno aggiornato l’impianto frenante: dai freni a tamburo si è finalmente passati ai freni a disco. Purtroppo il problema non era solo quello. Già, perché cos’è capitato in gara è un peccato. Cos’ha combinato in qualifica è evidente. E vedere Leclerc così spento e affaticato, dopo averlo visto trascinare la Ferrari per mesi, fa quasi più male del risultato stesso. Forza, vogare per credere.

    McLaren, voto 7: Mentre il compagno di squadra dipingeva un podio tutto lord e sir, Piastri è scomparso alla partenza assieme alle luci del semaforo. Ormai vederlo dietro, ingrigito e senza mordente è diventata una di quelle istituzioni eterne: come la Pasqua, il Natale o il pistacchio di Bronte.

    Qui tocca urgentemente far giudizio, perché in McLaren i sedili sono ambiti e la concorrenza non manca. Un giovane Fornaroli, per esempio, si sta costruendo una reputazione da rapace: veloce, brillante e con quella fastidiosa abitudine di stupire ogni qual volta gli si offra l’occasione. Nessuno dice che il posto sia a rischio. Però, ecco, magari una sveglia sul comodino iniziamo a metterla.

    Red Bull, voto 6: Per Hadjar, partenza da manuale se il manuale s’intitolasse “sbagliare bene, sbagliare tutto”. Un avvio da dimenticare che ha complicato immediatamente una domenica già poco generosa. Sia lui che Verstappen faticano e sgobbano, ma senza gli strumenti per stupire, godere e consolare. La macchina non offre molto e il cronometro è impietoso. Visto il distacco rimediato – specialmente dal francese – questa sufficienza è quasi un atto caritatevole.

    Haas, voto 3: Ma chi gliel’ha fatta la strategia a Bearman? Saw l’Enigmista? Media, hard, soft: ogni pit sembrava estratto dal sacchetto della tombola. Quaterna!

    E dire che proprio nel giorno in cui il Cavallino si è trasformato in un purosangue, gli strateghi di Gene Haas riescono nell’impresa di vivisezionare un possibile arrivo a punti. Quando i piloti sono rientrati al box, giurerei di aver visto Ayao Komatsu scappare a tutta velocità dall’uscita sul retro. E, tra l’altro, ha fatto segnare anche il miglior settore del fine settimana. Che disastro.

    Alpine, voto 7: Risultato bello vispo per Gasly e Colapinto. Alcuni dicono che siano arrivati in P7 e P10, ma il risultato definitivo si scoprirà in dieci comode rate. Ormai, sapete, con la FIA va di moda così. Quanto all’argentino, anche questa volta l’esame è superato. Del resto la Spagna non è affatto un Paese per lenti, e lui ha risposto presente quando contava. Manca ancora qualche svolazzo per dimostrare definitivamente di meritarsi quel sedile, anche se a volte sembra proprio un mulo di talento.

    Audi, voto 4: La R26 trattiene con la velocità un rapporto isterico. In qualifica è tutta nacchere, sangria e grandi promesse: ti guarda negli occhi e ti fa credere che questa volta sarà diverso. Poi arriva la domenica e diventa un chitarrista solitario sotto un balcone vuoto. Sul dritto niente da dire: viaggia come un AVE Madrid-Barcellona. Peccato che i rettilinei siano spesso intervallati da qualche curva.

    Bortoleto trascorre il pomeriggio affacciato al terrazzino a osservare la vita che passa, mentre l’intramontabile Hulk viene eliminato da un sasso. Da un sasso. Una sfortuna così assurda che, al confronto, Paperoga e Lupo Alberto sembrano nati con la camicia. Quando la dea bendata distribuisce i numeri, a Nico scappa sempre la pipì.

    Racing Bulls, voto 8: Piccoli passi – come diceva Cavour – per i faentini di casa Red Bull. A inizio stagione ero convinto che a Lindblad sarebbero bastate poche gare per imporsi sul compagno di squadra. Invece Lawson, zitto zitto, si è costruito una stagione più che dignitosa e continua a portare a casa risultati con una regolarità che merita rispetto.

    Eppure il suo futuro resta nebuloso. In Formula 2 c’è già la fila per il suo sedile: ogni sei mesi in Red Bull nasce un nuovo predestinato. Lawson assomiglia un po’ al figlio di mezzo: non fa grandi danni, prende bei voti, apparecchia la tavola e si comporta bene. Però i genitori parlano sempre del fratellino appena arrivato.

    Williams, voto 3: Una gara noiosa come un talk show in prima serata. E a questo punto la domanda sorge spontanea: ma cosa fanno ‘sti due il sabato sera? Burraco? Tressette? Monopoly? Qualcuno li metta a nanna sul presto, o meglio ancora li tenga svegli tutta la notte: magari arrivano al Gran Premio un po’ più irrequieti e succede qualcosa. Così, giusto per vedere se sono vivi.

    Aston Martin, voto 2: Mi piange il cuore vedere un Fernando così, soprattutto in quella che potrebbe essere la sua ultima Catalogna. La prestazione è stata talmente mesta che più che Barcellona sembrava Barcellina, percorsa a bordo di una tartarugona verde con l’entusiasmo di un impiegato al rientro dalle ferie. Ultimo in qualifica, in gara fa quello che può, ma il risultato è una lenta processione verso il nulla.

    Newey? Ci sei? No, non risponde nessuno.

    Cadillac, voto 2: Dopo il quasi-punto dell’episodio precedente, qui soltanto un sordo cicaleggio. La Cady torna alle sue abitudini e sparisce dai radar con una puntualità quasi commovente.

    Quanto al Sergione, risulta disperso nel trasferimento tra Monte-Carlo e Barcellona. Qualcuno giura di averlo visto in spiaggia, altri sostengono fosse imbambolato davanti alla Sagrada Família, vitreo, con la bocca spalancata a contemplare le guglie di Gaudí. Perché? Sindrome di Stendhal. Ogni tanto capita, a lui particolarmente.

    FIA, voto 0: Il risultato tardivo di Monaco mi ha lasciato così, con le braccia aperte come in croce.

    Un dispiacere vedere la Formula 1, una delle ultime fiere dell’ingegneria automobilistica occidentale, ostaggio di decisioni che troppo spesso sono tardive, con criteri non sempre facili da comprendere dall’esterno.

    Una Federazione che dà talvolta l’impressione di essere inflessibile con alcuni e sorprendentemente elastica con altri, alimentando polemiche che lo sport non avrebbe bisogno di creare da solo. La credibilità di una competizione si misura anche nella chiarezza delle sue regole e nella rapidità con cui vengono applicate. Su questo fronte, tifosi, squadre e addetti ai lavori meritano qualcosa di meglio.