Autore: Jacopo Mandò

  • Singapore, a Verstappen il titolo di Hammer of the Day

    Singapore, a Verstappen il titolo di Hammer of the Day

    “Il fuoriclasse che pochi avevano capito”

    Max Verstappen vince tutto. O quasi.

    Lui e Leclerc hanno regalato spettacolo puro a Singapore, ma hanno lasciato, allo stesso tempo, un retrogusto amaro agli appassionati di questo sport.

    L’amaro di chi intuisce, con una certa malinconia, che forse non vedrà mai l’olandese e il monegasco contendersi davvero qualcosa di grande, qualcosa di definitivo.

    Il Mondiale, con ogni probabilità, prenderà la strada di Andrea Kimi Antonelli, nettamente superiore a chiunque altro in questa stagione.

    Non c’è paragone possibile, né per la macchina né per i risultati.

    Ma Max Verstappen era, è e resterà il pilota da battere. L’uomo in più di ogni week-end di gara, il jolly imprevedibile del Mondiale, colui che riconosce l’essenza più autentica del racing e la trasforma in atto, gara dopo gara, curva dopo curva.

    Ph. Peter Kiss / WHYOUY Media

    La Formula 1 si concederà ora un week-end di pausa, prima che Antonelli affronti il suo primo match point iridato ad Austin. Ma Verstappen non sembra avere la minima intenzione di fermarsi.

    Vuole continuare. Vuole risalire in macchina, riaccendere un motore, affrontare un’altra curva, anche se al volante di vetture diverse da quelle a cui è abituato. Sono comunque le macchine del motorsport vero, quello che non conosce categorie né gerarchie, e lui lo sa bene.

    Max Verstappen è un fuoriclasse. Un fuoriclasse appassionato. E la passione, soltanto quella, fa la differenza che conta davvero.

    Il suo ritorno alle corse GT, sabato a Portimao con la Mercedes del suo Verstappen Racing, racconta esattamente questo. Ci sarà il solito bagno di folla ad attenderlo, perché forse, finalmente, sta raccogliendo ciò che gli spetta da sempre: l’affetto autentico di un popolo che ancora crede nei motori veri, in quelli che si amano senza bisogno di spiegazioni.

    Max Verstappen non è mai stato capito fino in fondo.

    Ora lo sanno tutti.

  • Bahrain, a Hamilton il titolo di Hammer of the Day

    Bahrain, a Hamilton il titolo di Hammer of the Day

    “L’attesa che plasma il giudizio”.

    Negli anni, in tanti hanno preso la parola su uno degli atleti più vincenti e completi nella storia dello sport: tifosi, addetti ai lavori, giornalisti e colleghi di pista.

    L’estetica del gesto, la mentalità ferrea, la fame mai sopita. Tutto questo porta un solo nome, quello del sette volte campione del mondo Lewis Hamilton.

    Un uomo che non si limita a conoscere il proprio mestiere, ma lo possiede in ogni sfaccettatura, abitandolo con una naturalezza che pochissimi altri, nella storia della Formula 1, hanno saputo replicare. Un atleta totale, un alieno per ciò che ha conquistato, eppure, ed è questo che lo rende ancora più grande, profondamente umano.

    Ph. Peter Kiss / WHYOUY Media

    Nella scorsa stagione è emerso il lato più scomodo di quella medaglia: la fragilità vera, non costruita né recitata a favore di telecamera.

    Sembrava la fine. Sembrava che persino lui, per la prima volta, potesse arrendersi all’evidenza della sconfitta. Ma il cognome Hamilton rappresenta ormai qualcosa che trascende l’individuo.

    È un’eco che risuona in ogni box, in ogni abitacolo e nel paddock di ogni categoria del motorsport, scolpito nella mente di chiunque, in pista, si sia mai ispirato a lui.

    Un nome che non può ammettere la resa, non per presunzione personale, ma perché la storia stessa, a questo punto, non glielo consentirebbe.

    Nonostante le critiche e a dispetto di una strategia Ferrari tutt’altro che impeccabile, il podio di Sepang è arrivato. Si tratta di punti che non stravolgono una corsa al titolo mondiale già ampiamente indirizzata altrove, ma che trasformano, inevitabilmente, la percezione collettiva dell’avventura di Hamilton in rosso.

    In questo terzo posto risiede forse un significato persino superiore alla vittoria stessa: la lezione dell’attesa. Saper aspettare, resistendo al giudizio istantaneo e al verdetto frettoloso di chi lo considerava già sul viale del tramonto, vale più di qualunque replica a parole. È l’attesa stessa a dare forma a ciò che verrà.

    E oggi, nei fatti, lo sguardo su Lewis è già mutato.

    Per tutti.

  • Verstappen: “Che orgoglio vincere il primo Gran Premio con un motore Red Bull”

    Verstappen: “Che orgoglio vincere il primo Gran Premio con un motore Red Bull”

    La vittoria conquistata da Max Verstappen nel Gran Premio del Bahrain in Malaysia ha un valore che va oltre il semplice risultato sportivo.

    Per la Red Bull si tratta infatti del primo successo ottenuto con la propria Power Unit, un passaggio simbolico e tecnico di enorme peso all’interno del nuovo ciclo regolamentare.

    “Tolta la partenza, tutto il resto è andato bene”, ha spiegato il campione olandese ai microfoni di Sky Sports F1 UK, aggiungendo: “Penso che anche come squadra abbiamo preso tutte le decisioni giuste, con calma e in modo molto lineare. È esattamente così che ci piace lavorare”.

    Il punto centrale riguarda ciò che questo trionfo rappresenta per la struttura di Milton Keynes: dopo anni trascorsi da team cliente, la scuderia ha costruito un proprio reparto motori e l’affermazione di Sepang segna il primo vero riscontro al vertice assoluto.

    Ph. Peter Kiss / WHYOUY Media

    “Per noi è un momento di grande orgoglio vincere la prima gara con il nostro motore”, ha rimarcato Verstappen, elogiando poi l’impegno corale della fabbrica: “Tutti stanno contribuendo tantissimo, cercando costantemente prestazione, aggiornamenti e soluzioni per spingere il team in avanti”.

    Il pilota della Red Bull evita comunque di trasformare la festa malese in una sentenza sul prosieguo del campionato, consapevole di come i valori in campo rimangano strettamente legati alle caratteristiche dei singoli tracciati:

    “Spero ovviamente che possano arrivarne altre, ma sarà una questione molto specifica da pista a pista. Lo scorso week-end eravamo veloci in curva, ma non sui rettilinei rispetto alla Mercedes. Qui invece siamo discreti in curva e molto rapidi sul dritto”.

    Una variabilità che impone alla squadra di continuare a indagare a fondo il potenziale del pacchetto tecnico:

    “Dobbiamo probabilmente capire meglio tutto l’insieme: comprendere perché siamo veloci e perché magari in altri momenti fatichiamo di più, procedendo passo dopo passo, gara dopo gara”.

  • Leclerc: “Sono stato troppo aggressivo e ne ho pagato il prezzo”

    Leclerc: “Sono stato troppo aggressivo e ne ho pagato il prezzo”

    Le qualifiche del Gran Premio del Bahrain in Malaysia hanno consegnato a Charles Leclerc sensazioni contrastanti e un quinto tempo sul campo, convertito nel quarto posto effettivo sulla griglia di partenza per effetto della penalità inflitta a Isack Hadjar per la sostituzione dell’ICE.

    Il monegasco ha impostato il suo tentativo d’assalto cercando subito il limite nella prima parte del tracciato, ma la scelta ha presentato un conto salato nel prosieguo della tornata, quando il surriscaldamento e il degrado termico al retrotreno hanno reso la monoposto estremamente instabile.

    Ai microfoni di Sky Sport F1 Italia, Leclerc non ha nascosto il compromesso mancato tra foga e gestione:

    “È andata abbastanza bene, ho iniziato a spingere di più nel primo settore. Mi piacciono le macchine puntate, ma purtroppo il degrado sulle posteriori si è fatto sentire. Dal secondo settore in poi facevo tantissima fatica, ho pagato il prezzo di essere stato forse un po’ troppo aggressivo”.

    Ph. Peter Kiss / WHYOUT Media

    Un’analisi lucida che fotografa anche la sconfitta nel confronto diretto di box contro Lewis Hamilton, capace di issare la sua vettura fino alla prima fila: “Lewis ha fatto un super giro, l’ha spinta al massimo”, ha ammesso senza cercare attenuanti.

    Se sul giro secco il sette volte iridato ha trovato l’incastro perfetto, il verdetto del sabato non esaurisce affatto le ambizioni del numero 16.

    La Ferrari sembra infatti aver deliberato un’impostazione d’assetto e una strategia con lo sguardo dichiaratamente rivolto alla domenica, sacrificando parte della prestazione pura in ottica usura:

    “Penso che su una pista così tutto si giochi in gara. Su quello abbiamo fatto delle scelte un pochino diverse rispetto agli altri, non troppo rispetto a Max, ma comunque diverse. Sono fiducioso delle nostre decisioni, solo il tempo ci dirà se abbiamo fatto bene”

  • Baku, a Verstappen il titolo di Hammer of the Day

    Baku, a Verstappen il titolo di Hammer of the Day

    Un quattro volte Campione del Mondo non dorme mai.

    Non si arrende, non si spegne, non smette di ardere, nemmeno quando i nuovi regolamenti sembrano scritti apposta per contenerlo, nemmeno quando il pubblico, con quella volubilità che appartiene a ogni epoca dello sport, lo ha silenziosamente declassato: da eroe indiscusso del 2025 a pilota che, apparentemente, sembra aver smarrito il proprio straordinario passo.

    Ma gli occhi non dimenticano mai.

    Sono gli stessi occhi che, per quattro volte consecutive, hanno tagliato il traguardo da campione, con il titolo stretto in pugno.

    Gli stessi occhi che non si sono mai arresi di fronte a nulla, che hanno sempre e soltanto conosciuto un’unica direzione: quella di chi è davanti.

    Perché Max Verstappen è Max Verstappen per un motivo preciso, tangibile, quasi fisico. E non serve cercarlo lontano, basta ascoltare i team radio di Isack Hadjar, suo compagno di scuderia, apparentemente più in forma, che ha accettato di restargli alle spalle senza discutere, senza mai realmente tentare il sorpasso.

    Perché quello che aveva davanti si chiamava Max Verstappen.

    E Max Verstappen, semplicemente, non si supera.

    Oggi la chiamerebbero aura. È un termine che rischia di suonare vuoto, di moda, ma nel caso di Verstappen supera ogni definizione sportiva, ogni statistica, ogni logica di cronometro.

    Ph. Peter Kiss / WHYOUT Media

    Il suo secondo posto non vale certo quanto una vittoria, e uno come lui non lo tratterebbe mai come tale nel proprio intimo.

    Ma quando davanti c’è una Mercedes, in questa stagione, non resta che una cosa da fare: contendere ogni millesimo fino all’ultimo metro, senza concedere nulla, nemmeno a sé stessi.

    Sei posizioni guadagnate in gara.

    Partiva ottavo, dopo una qualifica da dimenticare in fretta, di quelle che accendono i commenti più impietosi, che riempiono i social di dubbi e di sentenze anticipate.

    Lui non ha ascoltato nulla di tutto ciò. È salito in macchina e ha lasciato che fosse l’asfalto a rispondere per lui, giro dopo giro, sorpasso dopo sorpasso.

    Prima della gara, un’altra domanda, sulla sua eventuale partecipazione a Le Mans.

    Ha declinato. Correrà invece la 24 Ore di Spa e quella del Nurburgring – perché per Max Verstappen il Motorsport non ha stagioni, non ha categorie, non ha confini da rispettare.

    Ha soltanto una direzione: correre, sempre, ovunque sia possibile farlo.

    Max Verstappen ama il motorsport nella sua forma più pura e incondizionata.

    E noi, di conseguenza, amiamo lui.

  • Madrid, a Leclerc il titolo di Hammer of the Day

    Madrid, a Leclerc il titolo di Hammer of the Day

    Alla fine, che lo si voglia o no, vince sempre il supereroe. Non quello perfetto, non quello imbattibile: quello buono. Quello che non trionfa sempre, che sbaglia, che cade e si rialza, ma le cui intenzioni, la cui passione e il cui amore per la causa fanno comunque la differenza, a prescindere dal verdetto della pista.

    E così Charles Leclerc, come un Peter Parker qualunque, si arrampica come può tra i muretti stretti del circuito di Madrid. In un Gran Premio che di corsa pura ha avuto ben poco – più sfilata cittadina che vera battaglia –, il monegasco resta uno dei pochi a provare davvero a sovvertire l’ordine prestabilito. Sa esattamente cosa sta facendo e perché lo fa: le gomme dure portate allo sfinimento fino all’ultimo giro utile, un azzardo calcolato che sa di scommessa e di fede insieme, finché il cronometro – giudice inflessibile che non ammette repliche – non spegne l’ultimo barlume d’illusione.

    Sotto il casco c’è il peso di giorni intensi, di settimane, mesi e anni vissuti col fiato sospeso. E poi quegli occhi puntati sui maxi-schermi lungo il tracciato, lo stesso sguardo di sempre, quello che si porta dietro da una vita, nella speranza silenziosa che da un istante all’altro si accenda un colpo di scena.

    Ph. Luca Martini / WHYOUT Media

    Una Safety Car che non arriva mai, un’opportunità che sfuma senza materializzarsi. E poi, quando anche l’ultimo spiraglio svanisce, la chiamata più dura: imboccare la corsia dei box, archiviare l’attesa e accettare che la sorte avesse già scritto un altro finale.

    Alla fine non ha vinto, né è salito sul podio.

    Chiude quarto, con l’amaro in bocca tipico di chi sa di aver speso ogni goccia di energia senza raccogliere la ricompensa che avrebbe meritato.

    Ma in fondo, dopo lo spavento di Monza, va bene così. Va bene averci creduto fino all’ultimo millesimo, fino all’ultimo metro. Il tempo non lo piega nessuno, nemmeno chi lo sfida con quella meravigliosa, ostinata purezza che appartiene solo a chi ama davvero ciò che fa.

    Ed è così, forse, che si compirà anche la storia tra Charles Leclerc e la Ferrari: per usura del tempo. Sarà lui a pronunciare l’ultima sentenza, ma poco importerà come andrà a finire.

    Avrà comunque vinto lui.

  • Antonelli: “Non meritavo la vittoria, mi dispiace per Norris”

    Antonelli: “Non meritavo la vittoria, mi dispiace per Norris”

    Andrea Kimi Antonelli ha archiviato la trasferta d’esordio al Madring mettendo in cassaforte un successo pesantissimo nella corsa al titolo, pur senza nascondere come il bottino pieno sia maturato grazie a una dinamica fortuita.

    La neutralizzazione tramite Virtual Safety Car ha ribaltato l’inerzia della gara e il bolognese è stato il primo ad ammettere che i valori della pista premiavano Lando Norris.

    Ai microfoni di Sky Sport F1, l’italiano ha chiarito subito il proprio punto di vista:

    “Non è stato il modo in cui volevo vincere. Mi meritavo il secondo posto e Lando si meritava la vittoria, mi dispiace per lui. Dal nostro lato c’è stata un’ottima comunicazione via radio. Bono mi aveva avvisato della Virtual Safety Car, ho rallentato appositamente nell’ultimo settore per riuscire a rientrare in pit-lane in pieno regime di VSC e il tempismo è stato perfetto. La ruota gira: questa volta è andata bene a noi, ma può capitare che nelle prossime gare la situazione si inverta. Bisogna massimizzare tutte le opportunità e cogliere sempre il massimo risultato possibile”.

    Ph. Luca Martini / WHYOUT Media

    Prima dell’episodio spartiacque, il leader del Mondiale aveva dovuto gestire una fase delicata negli scarichi di Charles Leclerc, optando per una condotta prudente alla luce del vantaggio in classifica:

    “Non sapevo se mettere pressione a Leclerc o risparmiare le gomme, e nel finale non è stato semplice. Ho dovuto portare molta pazienza, quando poi lui è andato ai box ho potuto finalmente impostare il mio ritmo. Nei primi giri ho provato ad attaccare due volte, ma non ha funzionato. Alla seconda chicane, se non mi trovassi in questa posizione in campionato, probabilmente avrei provato a forzare la staccata fino in fondo. Ho preferito invece non correre rischi inutili. Probabilmente, a rivederla ora, non avrei nemmeno tentato quella manovra, perché l’uscita mi ha esposto all’attacco di Max. Ci sono sicuramente dettagli su cui oggi non sono stato perfetto. Ribadisco che oggi non era così che volevo vincere: Lando meritava la vittoria e noi, realisticamente, valevamo la seconda posizione“

    Con un margine salito a quota 81 lunghezze nella graduatoria piloti, il classe 2006 mantiene i piedi per terra, chiudendo il capitolo Madrid per proiettarsi verso le tappe extra-europee:

    “Ogni fine settimana cerco di capire dove poter progredire e cosa invece ha funzionato, così da mettermi sempre nelle condizioni ideali per vincere. Finora abbiamo infilato una striscia di risultati incredibile, ma la strada è ancora lunga. Adesso salutiamo l’Europa e ci attendono tracciati molto impegnativi: dobbiamo farci trovare pronti”.

  • Hamilton: “Non avevo grip nel mio ultimo tentativo”

    Hamilton: “Non avevo grip nel mio ultimo tentativo”

    Lewis Hamilton scatterà dalla quarta posizione nel primo Gran Premio di Spagna in programma sul nuovo circuito cittadino di Madrid, dopo una qualifica in cui la Ferrari ha mostrato un passo competitivo senza riuscire a completare il salto definitivo verso la prima fila.

    Il britannico ha anche occupato provvisoriamente la pole nel Q3, prima dei miglioramenti finali di Lando Norris, Kimi Antonelli e Max Verstappen.

    “I secondo tentativo è andato praticamente bene quanto il precedente, dato che il crono era quasi identico”, ha spiegato Hamilton ai microfoni di Sky Sports F1 UK. “Credo di essere stato circa mezzo decimo più rapido”.

    Il nodo cruciale, però, riguarda soprattutto quanto accaduto nell’assalto finale. Hamilton ha raccontato di aver percepito subito un comportamento anomalo della vettura, specialmente all’anteriore.

    “Iniziando l’ultimo giro, già all’uscita dell’ultima curva accusavo sottosterzo e ho pensato che forse le mescole anteriori non fossero entrate nella corretta finestra termica”, ha chiarito. “Poi si è rivelato semplicemente che avevo più grip al retrotreno e sottosterzo lungo tutto l’arco della pista”.

    Ph. Luca Martini / WHYOUT Media

    La Ferrari ha quindi chiuso la sessione con Hamilton quarto e Charles Leclerc quinto, alle spalle dei riferimenti di McLaren, Mercedes e Red Bull. Un verdetto che lascia qualche rimpianto, ma anche riscontri incoraggianti al termine di un sabato affrontato su un tracciato del tutto inedito. Lo sguardo si sposta ora sulla gara, dove il tema centrale sarà la gestione degli pneumatici. Le previsioni della vigilia si sono rivelate differenti rispetto a quanto emerso nei turni di prove libere.

    “Eravamo arrivati qui convinti che non ci sarebbe stato un degrado marcato e che le gomme avrebbero garantito una vita utile elevata”, ha riconosciuto il pilota di Stevenage. “Invece ieri il calo prestazionale è stato notevole”

    L’evoluzione del tracciato e il graduale deposito di gomma potrebbero rimescolare i valori in campo, ma il sette volte iridato mantiene un approccio cauto:

    “Immagino che la situazione tenderà a stabilizzarsi con il progressivo aumento del grip sull’asfalto, ma sinceramente non so bene cosa aspettarmi domani”.

  • Monza, ad Antonelli il titolo di Hammer of the Day

    Monza, ad Antonelli il titolo di Hammer of the Day

    Cosa è successo, Kimi? Cosa hai fatto?

    È tutto così strano, paradossale. Eppure, con la naturalezza beffarda dei predestinati, sembra quasi normale.
    Vent’anni.

    Monza stretta in pugno.

    In quella mano giovane, liscia, senza ancora una piega, c’è una coppa che fino all’altro ieri potevi soltanto contemplare da lontano. Da sotto il podio più ambito del mondo, mentre guardavi i tuoi miti alzarla verso il cielo.

    Così forti.

    Così intoccabili.

    Così distanti.

    E invece, in un lampo, la terra trema e il mondo finisce dritto ai tuoi piedi.

    Senza anticamera. Senza nemmeno il tempo di realizzare cosa stia accadendo per davvero.

    Ph. Luca Martini / WHYOUT Media

    Ti ritrovi all’improvviso a reggere un peso spaventoso: aspettative feroci, sguardi fissi addosso, una marea umana che scandisce il tuo nome, che urla per te, che intravede in te qualcosa che forse tu stesso devi ancora mettere a fuoco.

    L’ultimo italiano a toccare il cielo a Monza era stato Ludovico Scarfiotti.

    A dirlo ad alta voce sembra di scavare in un reperto archeologico. E, a ben vedere, è esattamente così.

    Sono trascorsi sessant’anni.

    Allora la televisione quella corsa non la trasmetteva nemmeno. Oggi la stringiamo dentro uno schermo che scompare nella tasca dei pantaloni. Pantaloni che, va da sé, avevano un taglio decisamente diverso.

    Prima di Scarfiotti, Ascari. E prima ancora Farina.

    Un’aristocrazia scarna: si contano sulle dita di una mano i piloti tricolore che hanno avuto la stoffa, il fegato e il privilegio di dominare quella marea.

    Da oggi, scolpito in mezzo a loro, c’è Andrea Kimi Antonelli.

    Abbiamo visto compiersi la storia.

    Non una cronaca di passaggio, ma uno di quei sortilegi che paiono inconcepibili fino all’istante esatto in cui si avverano.

    Perché le corse mutano pelle. Cambiano le macchine, si riscrivono i regolamenti, subentra l’elettrico, si trasforma persino la meccanica di un sorpasso. C’è chi storce il naso, chi resta aggrappato alle macerie del passato.

    Poi, però, arriva una domenica come questa.

    Le bandiere al vento.

    Il popolo unito.

    L’italia intera.

    Ah. Che meraviglia, il Motorsport.

  • Vasseur: “Baku sarà tutta un’altra storia”

    Vasseur: “Baku sarà tutta un’altra storia”

    Il Gran Premio d’Italia doveva rappresentare l’occasione ideale per infiammare il pubblico di casa, ma la pista di Monza ha presentato alla Ferrari un conto salatissimo, mettendo a nudo tutti i limiti strutturali della SF-26.

    Tra il violento impatto contro le barriere che ha tolto subito dai giochi Charles Leclerc all’uscita della Parabolica e la gara anonima di Lewis Hamilton, scivolato fino al sesto posto, il fine settimana brianzolo si è trasformato in una resa incondizionata dettata dalla cronica mancanza di velocità di punta e da una gestione critica dell’ibrido.

    Intervenuto ai microfoni di Sky Sport F1 Italia a motori spenti, Frederic Vasseur non ha nascosto la delusione per una domenica rivelatasi persino più severa delle attese:

    “È una giornata dura. Sabato era andata piuttosto bene per noi, però sapevamo di avere un enorme deficit nella velocità di punta. Sapevamo che sarebbe stato difficile in gara difendersi e attaccare, ed è andata così. Fatichiamo in rettilineo. II passo era buono, non era quello il grosso problema, però perdevamo posizioni e non riuscivamo a superare quando avevamo l’opportunità”.

    Il manager francese ha poi analizzato nel dettaglio come il layout unico di Monza abbia amplificato le debolezze della SF-26 rispetto ad altri tracciati:

    “Conosciamo i numeri e sappiamo che qui c’è una sensibilità enorme. Se sei dietro a qualcuno a Zandvoort perdi due decimi a mezzo giro, mentre a Monza sono cinque decimi. Quando difendiamo o attacchiamo utilizziamo energia in rettilineo e poi perdiamo proprio la potenza, perdiamo la posizione”.

    Ph. Luca Martini / WHYOUT Media

    A pesare sull’atmosfera del box c’è stato anche il forte spavento per il botto di Leclerc, rientrato subito a casa per smaltire la botta:

    “Ne abbiamo parlato durante la gara, mi ha detto che stava bene, però ha preferito tornare a casa il prima possibile. Chiaramente è stato un po’ uno shock, perché è stato un impatto abbastanza pesante”.

    Nel debriefing finale, il team principal ha comunque tracciato la rotta in vista del prosieguo del campionato:

    “Sapevamo che per il disegno della pista probabilmente sarebbe stata la gara più difficile della stagione per noi. Dobbiamo prendere una gara alla volta e continuare a spingere, sviluppando la vettura e il motore. Baku sarà tutta un’altra storia”.