Autore: Jacopo Mandò

  • Arnoux: “Ci sono tutti gli ingredienti per veder lottare Ferrari e Mercedes per il Mondiale fino alla fine”

    Arnoux: “Ci sono tutti gli ingredienti per veder lottare Ferrari e Mercedes per il Mondiale fino alla fine”

    La vittoria di Lewis Hamilton in Spagna ha ridefinito gli equilibri in casa Ferrari con una forza diversa. Non soltanto per il ritorno del Cavallino davanti a tutti, ma per il peso specifico di una prestazione che ha rimesso il sette volte iridato al centro della scena. 

    A leggere il momento è stato René Arnoux, che in un’intervista a La Gazzetta dello Sport ha offerto una valutazione netta sul presente di Maranello, sul confronto interno con Charles Leclerc e sulla complessità del Mondiale.

    Alla domanda su cosa abbia fatto davvero la differenza a Barcellona, se il pilota o la macchina, Arnoux ha risposto senza separare i due piani: 

    “Mi hanno sorpreso entrambi. Pensavo che Hamilton avesse perso lo smalto con l’età, ma ha dimostrato di essere un vero campione. Si è preso la squadra sulle spalle, conquistando la fiducia dei tifosi. La Ferrari, invece, ha compiuto un enorme passo in avanti. Gli sviluppi hanno funzionato e il campionato è ancora lungo. Ci sono tutti gli ingredienti per una lotta all’ultimo respiro con la Mercedes“.

    Il quadro, tuttavia, cambia quando il discorso si sposta su Leclerc. Il successo di Hamilton, arrivato in un fine settimana d’inizio stagione già difficile per il monegasco, ha reso ancora più visibile una frattura emotiva e tecnica che Arnoux non ha cercato di attenuare: 

    “In questo momento il suo morale è sotto terra. Ha mostrato una fragilità per certi versi inaspettata, commettendo troppi errori. È andato a sbattere a Miami, Monte-Carlo e Barcellona. Evidentemente non si trova bene con la vettura, ma il problema è soprattutto mentale. Non si aspettava questo livello di competitività da Hamilton“.

    Il tema del dualismo non riguarda solo la Ferrari. Anche in Mercedes, il rapporto tra George Russell e Andrea Kimi Antonelli si sta trasformando in una delle questioni centrali del campionato. Sui possibili ordini di scuderia ipotizzati da Toto Wolff a partire dall’Austria, Arnoux invita alla prudenza: 

    “È presto, non siamo neanche a metà campionato. A Barcellona Russell è stato più veloce di Antonelli nelle libere e in qualifica. Il team non poteva chiedergli di spostarsi. La situazione del britannico, però, è complicata: si sta giocando tutto, se dovesse perdere il Mondiale il suo futuro sarebbe in bilico. L’italiano, invece, può correre con più serenità. Ha solo 19 anni e ha disputato 31 gare in carriera, quindi le aspettative sono totalmente diverse. Kimi è amato dal team e da Wolff e credo che abbia buone possibilità di vincere il titolo. La Mercedes, però, deve stare attenta, in passato ci sono stati tanti incidenti tra compagni di squadra”.

    La critica più severa dell’ex pilota francese arriva però sul regolamento e su ADUO, tema che continua ad alimentare discussioni nel paddock: 

    Questo regolamento fa schifo: è troppo complesso ed è inaccettabile che i piloti siano costretti a ricaricare le batterie sul rettilineo. Non sono contrario all’elettrico, ma il rapporto 50 e 50 è stata una pessima idea“.

  • Hamilton: “Corro contro tanti ragazzi, ma mi sento alla grande adesso”

    Hamilton: “Corro contro tanti ragazzi, ma mi sento alla grande adesso”

    La prima vittoria di Lewis Hamilton con la Ferrari sul circuito di Barcellona va ben oltre il semplice verdetto della pista.

    Per il sette volte Campione del Mondo questo successo rappresenta una profonda liberazione personale, arrivata dopo un primo anno complicato a Maranello e un inizio di campionato che aveva inevitabilmente sollevato interrogativi sulla sua capacità di esprimersi ancora ai massimi livelli.

    Il nuovo ciclo regolamentare ha rimescolato le carte in tavola e il britannico è stato abile a sfruttare lo scenario per ritrovare la velocità necessaria a inserirsi nella lotta iridata.

    Attualmente Hamilton occupa la seconda posizione nel Mondiale Piloti, staccato di 41 lunghezze dal leader Andrea Kimi Antonelli, ma la vera svolta per il pilota della Rossa trascende i numeri della graduatoria.

    “Tutte le vittorie sono speciali a modo loro”, ha spiegato il numero 44 ai media. “Ci sono percorsi diversi dietro ciascuna di esse. Quella di Silverstone nel 2024 fu, a suo modo, un momento monumentale per me, perché arrivò in una fase in cui forse pensavo che non sarei mai più riuscito a vincere. Dopo un anno come quello passato, ci sono stati sicuramente momenti in cui mi sono detto che forse è vero che quando arrivi a un certo punto perdi il controllo”.

    La risposta della pista ha però spazzato via ogni incertezza, diventando il fulcro del suo attuale ragionamento. “Ma ho dovuto dimostrare che non è così. Ce l’hai sempre dentro e serve solo lavoro. Serve perseveranza, quella convinzione costante in te stesso per riuscire a entrare dentro di te, mantenerti vivo, mantenerti in forma”, ha sottolineato, prima di chiudere con una considerazione che fotografa bene la sua condizione attuale, spegnendo ogni discussione legata all’anagrafe: “Mi sento benissimo fisicamente. Corro contro ragazzi di 19 anni che stanno facendo cose incredibili, ma io mi sento alla grande”.

  • Rosberg: “A Barcellona Mercedes troppo protettiva nei confronti di Russell, Antonelli è più veloce”

    Rosberg: “A Barcellona Mercedes troppo protettiva nei confronti di Russell, Antonelli è più veloce”

    Il Gran Premio di Barcellona ha lasciato alla Mercedes più domande che certezze.

    Non soltanto per la vittoria sfumata contro la Ferrari di Lewis Hamilton, ma soprattutto per la gestione interna del confronto tra George Russell e Andrea Kimi Antonelli.

    Una gestione che, secondo Nico Rosberg, avrebbe penalizzato la squadra nel momento in cui serviva massimizzare il risultato.

    Il tema nasce da un passaggio preciso della gara.

    Antonelli, più veloce del compagno, è rimasto a lungo negli scarichi di Russell senza poter sfruttare pienamente il proprio ritmo.

    Una situazione riassunta dallo stesso italiano con parole molto chiare: “Se avessi passato subito Russell sarebbe stata un’altra gara”.

    Anche Toto Wolff, nel dopo gara, ha riconosciuto la complessità della scelta:

    Abbiamo perso due volte, ma non è facile prendere decisioni a livello strategico quando hai due piloti in lotta per il titolo”.

    Il punto, però, per Rosberg è proprio questo.

    Quando la vittoria di squadra entra in discussione, la logica interna dovrebbe lasciare spazio alla massima efficienza sportiva. Il Campione del Mondo 2016, che in Mercedes ha vissuto dall’interno una delle rivalità più dure dell’era moderna contro Lewis Hamilton, ha criticato apertamente il muretto.

    “La Mercedes ha tenuto troppo conto di George, lo ha protetto troppo”, ha dichiarato il tedesco a Motorsport Aktuell.

    È una frase pesante, perché non riguarda soltanto la strategia di Barcellona. Riguarda il modo in cui Mercedes sta provando a gestire un equilibrio sempre più delicato: da una parte Russell, partito a inizio stagione con un ruolo da riferimento interno. Dall’altra Antonelli, cresciuto rapidamente fino a diventare il pilota più incisivo del team nelle ultime settimane.

    Rosberg ha poi completato il ragionamento entrando nel merito della scelta di gara: “Non appena la squadra rischia di perdere la vittoria, si corre insieme per il successo della squadra. E la Mercedes avrebbe dovuto farlo prima”.

    Il riferimento è diretto. Secondo Rosberg, Mercedes avrebbe dovuto liberare Antonelli prima, evitando che il ritmo del giovane italiano venisse neutralizzato dietro Russell.

    Una scelta più aggressiva avrebbe forse cambiato il peso strategico della gara, soprattutto in una fase in cui Hamilton e la Ferrari stavano costruendo la loro occasione.

    La parte più dura arriva però sul confronto prestazionale tra i due piloti. Rosberg non si limita a criticare il muretto, ma fotografa anche una tendenza tecnica ormai evidente:

    Antonelli è stato di nuovo più veloce in gara. Nelle qualifiche Russell può lottare con i migliori, ma in gara gli manca qualcosa”.

    Per la Mercedes, Barcellona diventa così un caso da archiviare con attenzione.

    Lasciare correre due piloti in lotta per il titolo può essere una scelta sportiva e anche politicamente corretta.

    Ma se quella libertà finisce per rallentare il pilota più veloce e aprire la porta agli avversari, allora il confine cambia.

    Rosberg non chiede ordini rigidi, ma una priorità più chiara. Prima la squadra, poi l’equilibrio interno. Perché in un Mondiale così aperto, proteggere troppo un pilota può diventare il modo più rapido per perdere una gara.

  • Barcellona, a Hamilton (ovviamente) il titolo di Hammer of the Day

    Barcellona, a Hamilton (ovviamente) il titolo di Hammer of the Day

    Qualcuno avrà notato che, stavolta, nella votazione per l’Hammer of the Day, non c’era scelta.

    A volte la realtà si impone con una tale evidenza da rendere superfluo qualsiasi dibattito. Non c’era nessun altro nome possibile. Non oggi.

    Non dopo quello che abbiamo visto.

    Sir Lewis Carl Davidson Hamilton.

    Oggi più Sir che mai.

    C’è una fotografia che appartiene all’immaginario collettivo più antico e silenzioso – quella del gentiluomo che tende la mano ad un anziano per aiutarlo ad attraversare la strada.

    Un gesto semplice, quasi invisibile, eppure capace di contenere tutto ciò che di noble esiste nell’essere umano.

    Lewis Hamilton ha fatto esattamente questo. Ha teso la mano.

    E quell’anziano è la Scuderia più vincente nella storia dello sport motoristico. Perché a volte serve una mano – anche se sei il più grande, anche se il tuo curriculum parla da solo. Serve comunque.

    E lui l’ha offerta, senza esitazione, senza calcolo.

    Da qualche parte, là dove il tempo non esiste e il rombo dei motori arriva ovattato ma nitido, c’è Enzo Ferrari – un uomo che Lewis non ha mai conosciuto, eppure che oggi lo ringrazierà.

    Per aver restituito acqua ad un mulino che girava a vuoto da troppo tempo. Per aver dimostrato, ancora una volta, che i sogni impossibili non esistono. I sogni sì. Impossibili, mai.

    E poi c’è Niki Lauda, che Hamilton lo ha invece conosciuto davvero – lo ha cercato, voluto, plasmato. Lo ha visto cadere e rialzarsi.

    Anche lui, oggi, sorride.

    Ma la vittoria vera non ha nulla a che fare con la coppa.

    Non con il punteggio, non con la bandiera a scacchi. È quella sensazione precisa e irripetibile di voltarsi indietro (verso ogni sacrificio fatto, ogni dubbio attraversato) e sorridere.

    Con la certezza silenziosa che ogni scelta compiuta fino a quel momento fosse quella giusta.

    Si vince per poter guardare il proprio passato e ridergli addosso, come si ride di quel nemico che non fa più paura, perché nel frattempo sei cresciuto.

    E alla fine, dopotutto, hai vinto tu.

    Oggi Lewis Hamilton ha vinto così.

    Senza punteggio che conti davvero.

    Ha vinto perché lo sa. E lo sa soltanto lui.

  • Leclerc: “Nessuna invidia nei confronti di Hamilton, sono felice per Lewis e per il team”

    Leclerc: “Nessuna invidia nei confronti di Hamilton, sono felice per Lewis e per il team”

    Il volto di Charles Leclerc dopo il Gran Premio di Barcellona raccontava più di qualsiasi analisi tecnica.

    In un fine settimana in cui Lewis Hamilton ha riportato la Ferrari sul gradino più alto del podio, il monegasco ha vissuto l’altra faccia della domenica di Maranello, fatta di difficoltà, frustrazione e un ritiro per un problema al power steering che ha lasciato addosso il peso opprimente di un’occasione mancata.

    Non è soltanto il risultato a pesare, ma è il contrasto interno a rendere il momento estremamente delicato:

    Hamilton, dopo settimane di crescita progressiva, ha trovato la sua prima memorabile vittoria in rosso, mentre Leclerc ha chiuso un altro week-end complicato dentro una sequenza negativa che lui stesso non ha cercato di nascondere.

    “Bisogna solo avere risultati buoni e week-end puliti. Negli ultimi quattro fine settimana è stato difficile gestire per vari problemi, ma va detto che anche io non sono stato al livello”, ha dichiarato il monegasco ai microfoni di Sky Sport F1 Italia.

    Riconoscendo le difficoltà tecniche ma inserendo anche sé stesso dentro il quadro, Leclerc ha mostrato un atteggiamento tutt’altro che difensivo in una Ferrari che ha appena ritrovato la vittoria, ammettendo con grande onestà come il compagno di squadra abbia fatto un grande passo in avanti per il quale si dice contento, consapevole di dover migliorare a sua volta.

    Il confronto interno, in un momento così visibile, diventa inevitabile, soprattutto perché il sette volte campione del mondo ha centrato il risultato che la Ferrari inseguiva da tempo, mentre il monegasco si è ritrovato a fare i conti con una corsa vissuta in salita e condizionata anche dalle tempistiche sfortunate della Virtual Safety Car.

    Alla domanda su una possibile invidia, Leclerc ha risposto senza cercare scorciatoie, negando qualsiasi sentimento negativo per la Ferrari o per Lewis, prima di lasciarsi andare alla parte più umana della sua analisi, quella in cui ammette di essere molto preoccupato per le sensazioni che proverà nel ritorno a casa”.

    Si tratta di una dichiarazione forte che racconta un Leclerc scosso più che arrabbiato, dove non c’è polemica né distanza dalla Ferrari o frattura con Hamilton, bensì la lucida consapevolezza di un momento da rimettere in ordine prima mentalmente e poi tecnicamente.

  • Monaco, ad Antonelli il titolo di Hammer of the Day

    Monaco, ad Antonelli il titolo di Hammer of the Day

    Mancano quasi due mesi al suo ventesimo compleanno, eppure il “ragazzino” continua a prendersi tutto, e lo fa con una nonchalance che, a tratti, lascia senza parole.

    Gioca con il passato come se fosse un vecchio avversario già battuto. Sorride ai paragoni come si sorride a qualcosa che non fa più paura, forse non ne ha mai avuta.  È paradossale: gli accostamenti ai grandi della storia hanno smesso persino di stupire, e lui ci convive come si convive con il proprio nome: naturalmente, senza sforzo apparente. Intorno a lui, il rumore.

    Dentro, solo la macchina.

    E se vinci a Monaco, la macchina la senti eccome. Monaco non è una pista: è un confessionale. Ti mette a nudo, non perdona nulla, non ammette compromessi.

    Eppure Kimi Antonelli l’ha affrontata come se stesse disputando una gara di casa: perfetto, folle, aggressivo, sempre sul limite e mai oltre.

    Non una gara di gestione, lo ripetiamo: una gara di attacco.  Il pedale di destra schiacciato con la stessa determinazione con cui si era già presentato in qualifica, con una pole position che ha lasciato il paddock in silenzio stupito. Il sinistro? Non esiste.

    O almeno, questa è la percezione che Kimi ci ha consegnato dall’inizio di questa stagione, gara dopo gara, giro dopo giro.

    Cinque vittorie consecutive.

    Detto così, sembra quasi banale, e questo è forse il dato più sbalorditivo di tutti. L’essere umano è fatto per adattarsi, per trovare una nuova normalità in tutto ciò che lo circonda.

    Ma chi ama davvero questo sport sa, nel profondo, che non vorrà abituarsi mai.

    Non a questo. Siamo nel mese del vuoto, nella strana parentesi di inizio estate in cui il motorsport divide la scena con tutto il resto, compreso un Mondiale di calcio che l’Italia, nuovamente, guarda da fuori.

    Menomale che ci sono questi “dilettanti” dello sport a tenerci compagnia. No, Kimi.

    A questo, davvero, non vorremmo abituarci mai.

    Viva l’Italia.

  • Antonelli: “ADUO a Ferrari? Potrebbero avvicinarsi, ma non sarà facile estrarre più potenza”

    Antonelli: “ADUO a Ferrari? Potrebbero avvicinarsi, ma non sarà facile estrarre più potenza”

    Dopo i primi cinque appuntamenti del Mondiale 2026, la Mercedes si presenta a Monaco in una posizione di netta superiorità tecnica e numerica. 

    Con 219 punti nel Campionato Costruttori, contro i 147 della Ferrari e i 106 della McLaren, la Stella di Brackley ha dimostrato di essere il riferimento assoluto della categoria. 

    Tuttavia, l’attenzione del paddock si sta spostando su ADUO, il sistema di concessioni che la FIA assegnerà ai motoristi in difficoltà, una finestra che potrebbe favorire proprio la Ferrari, penalizzata finora sul fronte della Power Unit.

    A commentare questo possibile scenario è stato il leader della classifica iridata, Andrea Kimi Antonelli, intervistato da Bologna Today a Brisighella durante la consegna del Trofeo Bandini

    Il pilota della Mercedes non ha nascosto il timore che il team di Maranello possa accorciare le distanze, sottolineando come la SF-26 possieda già un’ottima base a livello di telaio: 

    “Vedremo i team che riceveranno l’ADUO. Sicuramente Ferrari sembra una di quelle. Se riusciranno a sviluppare il motore si avvicineranno, perché comunque a livello di telaio anche loro sono messi bene. Sembra facciano un po’ più di fatica in gara quando c’è degrado“, ha analizzato Antonelli. “Se riusciranno a portare un motore sviluppato si avvicineranno. Ma non sarà facile, perché trovare più potenza in un motore non è mai semplice e ci vuole un po’ di tempo, però se riusciranno a trovare la quadra, si avvicineranno molto e potrebbero impensierirci”. 

  • Hamilton: “Credo proprio che saremo molto forti a Monaco”

    Hamilton: “Credo proprio che saremo molto forti a Monaco”

    Il secondo posto conquistato da Lewis Hamilton in Canada ha sensibilmente cambiato il clima in casa Ferrari, restituendo a Maranello una prospettiva decisamente più solida in vista dell’appuntamento di Monaco.

    Sebbene questo risultato non abbia cancellato i limiti strutturali della SF-26, specialmente per quanto riguarda l’efficienza della Power Unit, ha confermato un passo competitivo che sulle strade del Principato potrebbe trovare la sua massima espressione, dato che su quel tracciato la potenza pura passa in secondo piano rispetto alle doti del telaio.

    A Montreal, Hamilton ha ottenuto il suo miglior piazzamento da quando veste la tuta della Rossa, mostrandosi a proprio agio per tutto il fine settimana.

    In conferenza stampa, il sette volte Campione del Mondo ha indicato proprio la gara monegasca come una ghiotta occasione per la Ferrari, sottolineando che: “Quella di Monaco è l‘unica pista in cui la potenza non è fondamentale“.

    Il ragionamento del britannico poggia sulla natura intrinseca del circuito cittadino: pochissimi allunghi, grande necessità di trazione meccanica e una fiducia totale nella risposta della vettura nei tratti guidati. Si tratta di una combinazione tecnica che potrebbe minimizzare il principale deficit della Ferrari emerso in questa prima fase della stagione.

    “Là è tutta una questione di prestazioni del telaio“, ha spiegato Hamilton analizzando la sfida imminente. “Credo che la nostra macchina potrebbe essere davvero forte lì e mi concentrerò per assicurarmi di arrivarci con la stessa energia che avevo in questo fine settimana. Studierò molto con gli ingegneri per mettere l’auto nella posizione giusta sin dalle FP1″.

    Nonostante l’ottimismo, il divario di potenza resta un tema centrale: in Canada la SF-26 è riuscita a difendersi nei tratti più tecnici, ma ha continuato a soffrire nei rettilinei, dove il gap con i diretti avversari è apparso ancora marcato nelle analisi post-gara.

    La fotografia scattata da Hamilton è estremamente nitida: la Ferrari è competitiva quando conta l’appoggio, ma fatica a trasformare i cavalli in velocità di punta. “Se togliete il deficit di potenza siamo in lotta con quelli davanti”, ha ammesso con onestà il pilota. “Ma ad oggi non è così: riesco a stargli dietro e tenere il loro passo in curva, ma non riesco a spingere oltre sull’acceleratore. Li vedi guadagnare in rettilineo e li riprendi in frenata, ma poi allungano di nuovo sul dritto. Ed è davvero difficile, siamo molto indietro”.

    Proprio per questo, Monaco rappresenta una speranza concreta: su un tracciato dove l’unità motrice incide meno sul tempo sul giro, la Ferrari potrebbe finalmente mostrare il lato migliore del proprio potenziale. Hamilton guarda con interesse anche ai risvolti regolamentari:

    “Spero che l’ADUO ci possa permettere di migliorare un po’ le prestazioni per permettere di farci lottare. Ma Monaco dovrebbe essere divertente“.

    Se il Canada ha mostrato la versione più convincente del binomio Hamilton-Ferrari, il Principato fungerà da prova del nove per capire se, eliminando la variabile potenza, la SF-26 sia davvero in grado di tornare a dettare il passo davanti a tutti.

  • Wolff avvisa Russell e Antonelli: “Se serve, tireremo il freno a mano”

    Wolff avvisa Russell e Antonelli: “Se serve, tireremo il freno a mano”

    La Mercedes ha ritrovato in Canada una superiorità tecnica evidente, ma anche il primo vero punto di tensione interna della stagione.

    Andrea Kimi Antonelli e George Russell hanno lottato per la vittoria prima nella Sprint e poi nel Gran Premio, trasformando il fine settimana di Montreal in un banco di prova non solo per la W17, ma anche per la gestione sportiva del team.

    La gara di domenica ha offerto l’immagine più chiara del nuovo equilibrio Mercedes: due piloti liberi di attaccarsi, di incrociare traiettorie, di contendersi la leadership senza ordini immediati dal muretto. Il duello è finito solo al giro 30, quando Russell è stato costretto al ritiro da un problema alla Power Unit, lasciando ad Antonelli la quarta vittoria consecutiva e un vantaggio di 43 punti nel Mondiale.

    Wolff, però, non ha voluto trasformare lo spettacolo in una lettura completamente positiva.

    “È stato accettabile. Penso che un 10% in meno di battaglia avrebbe reso tutti più felici, ma va bene”, ha spiegato ai media il team principal della Mercedes dopo il Gran Premio.

    Il punto, per Wolff, non riguarda l’aggressività in sé. Russell e Antonelli stanno correndo per un Mondiale, e Mercedes non vuole sterilizzare un confronto che può diventare parte centrale della stagione.

    Ma il margine tra battaglia e rischio è già apparso sottile.

    In Canada, Antonelli ha bloccato le gomme rientrando in scia a Russell e i due si sono trovati molto vicini anche all’ultima chicane.

    “È facile dire a fine gara che è stato fantastico per il team e per lo sport, e in parte è vero”, ha aggiunto Wolff. “Ma c’è anche un altro lato da analizzare: ci sono stati momenti molto ravvicinati. Kimi, rientrando in scia e bloccando le gomme, avrebbe potuto causare un doppio ritiro, non per guida troppo aggressiva, ma semplicemente per un errore”.

    Da qui nasce la posizione Mercedes: libertà, sì, ma non senza condizioni. Il team ha potuto permettersi il duello perché il passo era superiore a quello degli inseguitori.

    Wolff lo ha spiegato chiaramente: quando le due Mercedes viaggiavano una dietro l’altra erano mezzo secondo più veloci del resto del gruppo; quando invece combattevano, perdevano fino a un secondo sugli avversari.

    “Abbiamo avuto margine, ed è facile accettare che lottino fino a un certo punto. Ma non sarà sempre così. Per quanto oggi siamo sembrati molto sportivi nel lasciarli correre, potrebbe arrivare una situazione in cui dovremo abbassare un po’ il livello, ha detto Wolff.

    Poi il passaggio più netto: “Se ritenessimo che i punti del team siano a rischio, o che stiamo perdendo troppo tempo rispetto agli avversari, non esiteremmo di un millimetro a tirare il freno a mano“.

    Resta anche il tema delle comunicazioni radio. Antonelli, già nella Sprint, aveva chiesto una penalità per Russell dopo il contatto di curva 1. Wolff non ha condannato l’istinto competitivo dei suoi piloti, ma ha indicato un limite:

    “Portare il cuore in pista è giusto. Ma bisogna concentrarsi sulla guida”.

    Il Canada ha confermato che la Mercedes ha due piloti abbastanza veloci per giocarsi le vittorie e, forse, il titolo. Ma ha anche aperto una domanda più delicata: quanto può durare la libertà totale quando entrambi iniziano a correre davvero per la stessa cosa?

    Wolff, per ora, lascia la porta aperta. Ma il messaggio è chiaro: la battaglia è accettata, non illimitata.

  • Canada, a Hamilton il titolo di Hammer of the Day

    Canada, a Hamilton il titolo di Hammer of the Day

    Fa impressione, finalmente, vederlo così.

    Lewis Hamilton si diverte.

    Sir Lewis Hamilton, per essere precisi – perché lo è, e si vede. Nei sorrisi, nella festa con Kimi, nel cinque scambiato, da gentiluomo, con Max Verstappen. Proprio quel Verstappen che gli ha sfilato l’ottavo titolo iridato ad Abu Dhabi nel 2021, all’ultimo giro, in faccia. Proprio quel Verstappen con cui ha discusso, battagliato, sofferto, dentro e fuori dalla pista per un’intera era.

    Eppure erano lì, insieme, a festeggiare il ragazzino di Bologna – che nel frattempo ha vinto per la quarta volta consecutiva – come se il tempo avesse levigato ogni spigolo, ogni vecchia ferita.

    È sempre così bello e malinconico, vedere due fuoriclasse darsi battaglia per la prima posizione.

    La prima? Beh, la Mercedes era già altrove – come se stesse correndo un Gran Premio diverso, su una pista parallela. Ma una cosa è certa, e risplende più di qualsiasi risultato: Hamilton è vivo. Più che mai. Nonostante i quarantuno anni, nonostante una stagione precedente da archiviare in silenzio, Lewis ha ritrovato quell’idea di British Motorsport che appartiene alla sua natura più profonda – quella voglia velata e malinconica di correre, di sentire la pista sotto le ruote, di essere semplicemente un pilota.

    Il numero 44 è tornato.

    Non necessariamente per conquistare un altro Mondiale. Ma per dare battaglia — quella vera, quella per le posizioni che contano, quella che a un campione come lui spetta di diritto.

    L’importante, però, è qualcosa di più sottile e più grande allo stesso tempo: respirare di nuovo, con tranquillità e col sorriso, la bellezza pura del motorsport.

    Quella più autentica, quella quasi infantile, quella che sa di karting e di mattine che odorano di benzina e asfalto bagnato. Anche a quarantuno anni, quella sensazione non cambia. Non dovrebbe cambiare mai.

    E viverla da Sir – applaudendo chi vince, festeggiando con lui, riconoscendo la grandezza altrui senza che questo sminuisca la propria – è forse la cosa che conta di più.

    “God save the Sir”.