Autore: Jacopo Mandò

  • Antonelli: “ADUO a Ferrari? Potrebbero avvicinarsi, ma non sarà facile estrarre più potenza”

    Antonelli: “ADUO a Ferrari? Potrebbero avvicinarsi, ma non sarà facile estrarre più potenza”

    Dopo i primi cinque appuntamenti del Mondiale 2026, la Mercedes si presenta a Monaco in una posizione di netta superiorità tecnica e numerica. 

    Con 219 punti nel Campionato Costruttori, contro i 147 della Ferrari e i 106 della McLaren, la Stella di Brackley ha dimostrato di essere il riferimento assoluto della categoria. 

    Tuttavia, l’attenzione del paddock si sta spostando su ADUO, il sistema di concessioni che la FIA assegnerà ai motoristi in difficoltà, una finestra che potrebbe favorire proprio la Ferrari, penalizzata finora sul fronte della Power Unit.

    A commentare questo possibile scenario è stato il leader della classifica iridata, Andrea Kimi Antonelli, intervistato da Bologna Today a Brisighella durante la consegna del Trofeo Bandini

    Il pilota della Mercedes non ha nascosto il timore che il team di Maranello possa accorciare le distanze, sottolineando come la SF-26 possieda già un’ottima base a livello di telaio: 

    “Vedremo i team che riceveranno l’ADUO. Sicuramente Ferrari sembra una di quelle. Se riusciranno a sviluppare il motore si avvicineranno, perché comunque a livello di telaio anche loro sono messi bene. Sembra facciano un po’ più di fatica in gara quando c’è degrado“, ha analizzato Antonelli. “Se riusciranno a portare un motore sviluppato si avvicineranno. Ma non sarà facile, perché trovare più potenza in un motore non è mai semplice e ci vuole un po’ di tempo, però se riusciranno a trovare la quadra, si avvicineranno molto e potrebbero impensierirci”. 

  • Hamilton: “Credo proprio che saremo molto forti a Monaco”

    Hamilton: “Credo proprio che saremo molto forti a Monaco”

    Il secondo posto conquistato da Lewis Hamilton in Canada ha sensibilmente cambiato il clima in casa Ferrari, restituendo a Maranello una prospettiva decisamente più solida in vista dell’appuntamento di Monaco.

    Sebbene questo risultato non abbia cancellato i limiti strutturali della SF-26, specialmente per quanto riguarda l’efficienza della Power Unit, ha confermato un passo competitivo che sulle strade del Principato potrebbe trovare la sua massima espressione, dato che su quel tracciato la potenza pura passa in secondo piano rispetto alle doti del telaio.

    A Montreal, Hamilton ha ottenuto il suo miglior piazzamento da quando veste la tuta della Rossa, mostrandosi a proprio agio per tutto il fine settimana.

    In conferenza stampa, il sette volte Campione del Mondo ha indicato proprio la gara monegasca come una ghiotta occasione per la Ferrari, sottolineando che: “Quella di Monaco è l‘unica pista in cui la potenza non è fondamentale“.

    Il ragionamento del britannico poggia sulla natura intrinseca del circuito cittadino: pochissimi allunghi, grande necessità di trazione meccanica e una fiducia totale nella risposta della vettura nei tratti guidati. Si tratta di una combinazione tecnica che potrebbe minimizzare il principale deficit della Ferrari emerso in questa prima fase della stagione.

    “Là è tutta una questione di prestazioni del telaio“, ha spiegato Hamilton analizzando la sfida imminente. “Credo che la nostra macchina potrebbe essere davvero forte lì e mi concentrerò per assicurarmi di arrivarci con la stessa energia che avevo in questo fine settimana. Studierò molto con gli ingegneri per mettere l’auto nella posizione giusta sin dalle FP1″.

    Nonostante l’ottimismo, il divario di potenza resta un tema centrale: in Canada la SF-26 è riuscita a difendersi nei tratti più tecnici, ma ha continuato a soffrire nei rettilinei, dove il gap con i diretti avversari è apparso ancora marcato nelle analisi post-gara.

    La fotografia scattata da Hamilton è estremamente nitida: la Ferrari è competitiva quando conta l’appoggio, ma fatica a trasformare i cavalli in velocità di punta. “Se togliete il deficit di potenza siamo in lotta con quelli davanti”, ha ammesso con onestà il pilota. “Ma ad oggi non è così: riesco a stargli dietro e tenere il loro passo in curva, ma non riesco a spingere oltre sull’acceleratore. Li vedi guadagnare in rettilineo e li riprendi in frenata, ma poi allungano di nuovo sul dritto. Ed è davvero difficile, siamo molto indietro”.

    Proprio per questo, Monaco rappresenta una speranza concreta: su un tracciato dove l’unità motrice incide meno sul tempo sul giro, la Ferrari potrebbe finalmente mostrare il lato migliore del proprio potenziale. Hamilton guarda con interesse anche ai risvolti regolamentari:

    “Spero che l’ADUO ci possa permettere di migliorare un po’ le prestazioni per permettere di farci lottare. Ma Monaco dovrebbe essere divertente“.

    Se il Canada ha mostrato la versione più convincente del binomio Hamilton-Ferrari, il Principato fungerà da prova del nove per capire se, eliminando la variabile potenza, la SF-26 sia davvero in grado di tornare a dettare il passo davanti a tutti.

  • Wolff avvisa Russell e Antonelli: “Se serve, tireremo il freno a mano”

    Wolff avvisa Russell e Antonelli: “Se serve, tireremo il freno a mano”

    La Mercedes ha ritrovato in Canada una superiorità tecnica evidente, ma anche il primo vero punto di tensione interna della stagione.

    Andrea Kimi Antonelli e George Russell hanno lottato per la vittoria prima nella Sprint e poi nel Gran Premio, trasformando il fine settimana di Montreal in un banco di prova non solo per la W17, ma anche per la gestione sportiva del team.

    La gara di domenica ha offerto l’immagine più chiara del nuovo equilibrio Mercedes: due piloti liberi di attaccarsi, di incrociare traiettorie, di contendersi la leadership senza ordini immediati dal muretto. Il duello è finito solo al giro 30, quando Russell è stato costretto al ritiro da un problema alla Power Unit, lasciando ad Antonelli la quarta vittoria consecutiva e un vantaggio di 43 punti nel Mondiale.

    Wolff, però, non ha voluto trasformare lo spettacolo in una lettura completamente positiva.

    “È stato accettabile. Penso che un 10% in meno di battaglia avrebbe reso tutti più felici, ma va bene”, ha spiegato ai media il team principal della Mercedes dopo il Gran Premio.

    Il punto, per Wolff, non riguarda l’aggressività in sé. Russell e Antonelli stanno correndo per un Mondiale, e Mercedes non vuole sterilizzare un confronto che può diventare parte centrale della stagione.

    Ma il margine tra battaglia e rischio è già apparso sottile.

    In Canada, Antonelli ha bloccato le gomme rientrando in scia a Russell e i due si sono trovati molto vicini anche all’ultima chicane.

    “È facile dire a fine gara che è stato fantastico per il team e per lo sport, e in parte è vero”, ha aggiunto Wolff. “Ma c’è anche un altro lato da analizzare: ci sono stati momenti molto ravvicinati. Kimi, rientrando in scia e bloccando le gomme, avrebbe potuto causare un doppio ritiro, non per guida troppo aggressiva, ma semplicemente per un errore”.

    Da qui nasce la posizione Mercedes: libertà, sì, ma non senza condizioni. Il team ha potuto permettersi il duello perché il passo era superiore a quello degli inseguitori.

    Wolff lo ha spiegato chiaramente: quando le due Mercedes viaggiavano una dietro l’altra erano mezzo secondo più veloci del resto del gruppo; quando invece combattevano, perdevano fino a un secondo sugli avversari.

    “Abbiamo avuto margine, ed è facile accettare che lottino fino a un certo punto. Ma non sarà sempre così. Per quanto oggi siamo sembrati molto sportivi nel lasciarli correre, potrebbe arrivare una situazione in cui dovremo abbassare un po’ il livello, ha detto Wolff.

    Poi il passaggio più netto: “Se ritenessimo che i punti del team siano a rischio, o che stiamo perdendo troppo tempo rispetto agli avversari, non esiteremmo di un millimetro a tirare il freno a mano“.

    Resta anche il tema delle comunicazioni radio. Antonelli, già nella Sprint, aveva chiesto una penalità per Russell dopo il contatto di curva 1. Wolff non ha condannato l’istinto competitivo dei suoi piloti, ma ha indicato un limite:

    “Portare il cuore in pista è giusto. Ma bisogna concentrarsi sulla guida”.

    Il Canada ha confermato che la Mercedes ha due piloti abbastanza veloci per giocarsi le vittorie e, forse, il titolo. Ma ha anche aperto una domanda più delicata: quanto può durare la libertà totale quando entrambi iniziano a correre davvero per la stessa cosa?

    Wolff, per ora, lascia la porta aperta. Ma il messaggio è chiaro: la battaglia è accettata, non illimitata.

  • Canada, a Hamilton il titolo di Hammer of the Day

    Canada, a Hamilton il titolo di Hammer of the Day

    Fa impressione, finalmente, vederlo così.

    Lewis Hamilton si diverte.

    Sir Lewis Hamilton, per essere precisi – perché lo è, e si vede. Nei sorrisi, nella festa con Kimi, nel cinque scambiato, da gentiluomo, con Max Verstappen. Proprio quel Verstappen che gli ha sfilato l’ottavo titolo iridato ad Abu Dhabi nel 2021, all’ultimo giro, in faccia. Proprio quel Verstappen con cui ha discusso, battagliato, sofferto, dentro e fuori dalla pista per un’intera era.

    Eppure erano lì, insieme, a festeggiare il ragazzino di Bologna – che nel frattempo ha vinto per la quarta volta consecutiva – come se il tempo avesse levigato ogni spigolo, ogni vecchia ferita.

    È sempre così bello e malinconico, vedere due fuoriclasse darsi battaglia per la prima posizione.

    La prima? Beh, la Mercedes era già altrove – come se stesse correndo un Gran Premio diverso, su una pista parallela. Ma una cosa è certa, e risplende più di qualsiasi risultato: Hamilton è vivo. Più che mai. Nonostante i quarantuno anni, nonostante una stagione precedente da archiviare in silenzio, Lewis ha ritrovato quell’idea di British Motorsport che appartiene alla sua natura più profonda – quella voglia velata e malinconica di correre, di sentire la pista sotto le ruote, di essere semplicemente un pilota.

    Il numero 44 è tornato.

    Non necessariamente per conquistare un altro Mondiale. Ma per dare battaglia — quella vera, quella per le posizioni che contano, quella che a un campione come lui spetta di diritto.

    L’importante, però, è qualcosa di più sottile e più grande allo stesso tempo: respirare di nuovo, con tranquillità e col sorriso, la bellezza pura del motorsport.

    Quella più autentica, quella quasi infantile, quella che sa di karting e di mattine che odorano di benzina e asfalto bagnato. Anche a quarantuno anni, quella sensazione non cambia. Non dovrebbe cambiare mai.

    E viverla da Sir – applaudendo chi vince, festeggiando con lui, riconoscendo la grandezza altrui senza che questo sminuisca la propria – è forse la cosa che conta di più.

    “God save the Sir”.

  • Wolff: “Mi aspettavo di più. Temiamo Ferrari e McLaren”

    Wolff: “Mi aspettavo di più. Temiamo Ferrari e McLaren”

    Mercedes ha chiuso la Sprint Qualifying del Gran Premio del Canada con il miglior risultato possibile: George Russell in pole e Andrea Kimi Antonelli al suo fianco in prima fila.

    Un 1-2 importante, arrivato sul circuito di Montreal in un fine settimana già delicato per il team, al debutto con un pacchetto di aggiornamenti significativo sulla W17.

    Tutto questo, però, non ha portato Toto Wolff a una lettura trionfalistica. Il team principal della Mercedes, intervenuto a Sky Sport F1 Italia al termine della sessione, ha riconosciuto il valore della doppietta, ma ha anche indicato una fragilità ancora presente nella prestazione complessiva della monoposto.

    “Se Lewis non fa quell’errore, fa un tempo come il nostro. Oggi la macchina non mi è piaciuta come le altre volte: non eravamo veloci come sempre”.

    Il punto, per Mercedes, non riguarda soltanto la posizione in classifica. La squadra è arrivata in Canada con il primo vero aggiornamento della stagione, in un momento in cui McLaren, Ferrari e Red Bull stanno cercando di ridurre il distacco tecnico.

    Già nelle prove libere, chiuse con Antonelli davanti a Russell, la W17 aveva mostrato velocità ma anche qualche segnale da interpretare, in una sessione segnata da interruzioni e bandiere rosse.

    Wolff lo ha spiegato con prudenza:

    “Perché tutto è nuovo e mi aspettavo uno o due decimi di più. C’è tempo per affinare il nuovo pacchetto di aggiornamenti? Vediamo domani. Ma non è male, dobbiamo essere contenti, primo e secondo, ma non con grande margine sugli inseguitori“.

    È una frase che racconta bene la posizione della Mercedes.

    Il team resta il riferimento del fine settimana, ma la superiorità non sembra abbastanza ampia da permettere gestione.

    Wolff, infatti, ha indicato chiaramente i rivali più pericolosi:

    “Chi temo di più domani? Le Ferrari e anche le McLaren. E poi c’è Max. Per oggi abbiamo ancora il pacchetto migliore, solo che dobbiamo spingere domani”.

    A pesare c’è anche il tema delle partenze, già emerso nelle gare precedenti e ancora non completamente risolto.

    La compagine di Brackley ha lavorato soprattutto sull’elettronica, ma Wolff non ha voluto presentare la questione come chiusa:

    “Abbiamo cambiato molto dall’ultimo Gran Premio. Sono piccole cose, ma sull’elettronica. Le partenze che abbiamo provato oggi sono solide, ma non straordinarie”.

    Da qui nasce il senso della Sprint canadese.

    Per la scuderia anglo-tedesca non sarà soltanto una mini-gara da controllare dalla prima fila, ma un test competitivo per capire quanto il nuovo pacchetto sia davvero efficace in condizioni di gara.

    Wolff l’ha definita una “baby-gara”, ma il peso tecnico sarà tutt’altro che secondario.

    Il risultato dice Mercedes davanti a tutti.

    Le parole di Wolff, però, raccontano una squadra ancora in piena verifica: veloce, sì, ma non abbastanza tranquilla da sentirsi al sicuro.

    E in un fine settimana Sprint, con meno tempo per correggere e più punti di pressione concentrati, anche una prima fila può diventare un esame.

  • Herbert: “Verstappen non si ritirerà, sta recitando per giocare una partita politica”

    Herbert: “Verstappen non si ritirerà, sta recitando per giocare una partita politica”

    Il rapporto tra Max Verstappen e la nuova Formula 1 continua a essere uno dei temi più sensibili di questo avvio di stagione.

    Dalle critiche nei test di Barcellona fino alle parole successive al Gran Premio del Giappone, il quattro volte iridato non ha mai nascosto la propria insofferenza verso le vetture 2026, definite in modo provocatorio “Formula E sotto steroidi” e poi accostate, per sensazioni di guida, a una dinamica quasi da “Mario Kart”.

    Dentro questa discussione si inserisce la lettura di Johnny Herbert, che prova a separare il teatro politico dal merito tecnico.

    L’ex pilota britannico non crede davvero a un addio di Verstappen alla Formula 1, ma riconosce che dietro la sua durezza esiste un tema reale: queste macchine, almeno per ora, non stanno dando ai piloti la sensazione di essere messi davvero alla prova.

    “Max ha un po’ esagerato”, ha spiegato Herbert a Jackpot City Casino. Non abbandonerà mai la Formula 1 perché sono ancora le migliori auto in circolazione nel mondo del Motorsport. Probabilmente è ancora l’emozione più forte che si possa provare alla guida”.

    Il punto, però, non è soltanto la permanenza di Verstappen nel Circus. Herbert interpreta le parole dell’olandese come parte di una partita più ampia, quasi una pressione pubblica esercitata nei confronti di FIA e Formula 1. Non una minaccia definitiva, dunque, ma un modo per costringere chi decide a prendere sul serio la voce dei piloti.

    Verstappen sta recitando per giocare una partita politica e lo capisco perfettamente”, ha aggiunto Herbert. “Lui e tutti gli altri piloti vogliono una macchina che li metta alla prova. Al momento queste F1 2026 non lo fanno e per questo sono frustrati”.

    È qui che la critica diventa più interessante. Verstappen, nelle parole di Herbert, non starebbe soltanto difendendo il proprio gusto personale per la guida.

    Starebbe indicando un problema strutturale: una generazione di vetture in cui gestione dell’energia, compromessi aerodinamici e nuove logiche regolamentari rischiano di spostare il baricentro dalla pura esecuzione del pilota alla complessità del sistema.

    Herbert, però, non chiude il discorso in modo distruttivo. Al contrario, vede una possibilità di correzione:

    “Si sta cercando di migliorare la situazione attraverso le modifiche ai regolamenti e questo porterà tutti ad avere un approccio più positivo”.

    Il passaggio più significativo riguarda il metodo:

    “Sarebbe importante che almeno un pilota di altissimo calibro partecipasse al tavolo dove si prendono le decisioni sul futuro della Formula 1″.

    Herbert, in fondo, non assolve del tutto Verstappen e non lo condanna. Lo decodifica.

    La minaccia di lasciare la categoria può sembrare “teatrale”, ma il disagio che la sostiene è reale. E se la Formula 1 vuole restare il vertice del Motorsport, non può permettersi che i suoi piloti migliori inizino a sentirsi più gestori di sistemi che interpreti assoluti della velocità.

  • Montoya: “Horner farebbe comodo a un team minore. Briatore è riuscito a cambiare Alpine”

    Montoya: “Horner farebbe comodo a un team minore. Briatore è riuscito a cambiare Alpine”

    Il futuro di Christian Horner resta uno dei dossier più delicati del paddock. Dopo l’uscita dalla Red Bull e una separazione accompagnata da una buonuscita importante, il manager britannico continua a essere accostato a diversi scenari: Alpine, Aston Martin, persino Haas.

    Nessuna pista, però, ha prodotto finora un’accelerazione concreta.

    A leggere il momento è stato Juan Pablo Montoya, che in un’intervista a Betpack ha escluso soprattutto un’ipotesi: il ritorno di Horner a Milton Keynes.

    Non per mancanza di competenze, ma per una questione di equilibrio interno, immagine e orgoglio aziendale.

    “L’orgoglio della Red Bull non permetterebbe un suo ritorno nel team”, ha spiegato l’ex pilota colombiano.

    Il punto, però, non riguarda soltanto la frattura con Red Bull. Nelle parole di Montoya emerge anche una lettura più ampia del valore di Horner sul mercato della Formula 1.

    Dopo anni di gestione vincente, l’ex team principal resta una figura capace di portare struttura, decisione e peso politico in scuderie ancora alla ricerca di una direzione forte.

    “Per squadre come Alpine, Aston o Haas, avere una persona come Christian potrebbe essere la soluzione giusta sotto molti aspetti”, ha aggiunto Montoya.

    Una frase che sposta il discorso dal passato al futuro: Horner non come ritorno sentimentale, ma come possibile acceleratore per team che hanno bisogno di identità, metodo e capacità di incidere rapidamente.

    A sintetizzare il concetto, Montoya ha scelto un paragone significativo: Flavio Briatore.

    “Era in pensione da circa 20 anni. È tornato e, che piaccia o no, quelle vetture hanno iniziato a funzionare meglio. Ha ottenuto subito l’accordo con la Mercedes. Servono persone che non abbiano paura di apportare cambiamenti”.

    È una valutazione forte, perché racconta una Formula 1 in cui la competenza tecnica non basta sempre da sola.

    Alcune squadre hanno bisogno di figure capaci di rompere inerzie, modificare gerarchie e assumersi responsabilità scomode. Horner, da questo punto di vista, rappresenta ancora un profilo raro: divisivo, certamente, ma abituato a vincere e a governare ambienti complessi.

    La lettura di Montoya, allora, fotografa bene il paradosso: Horner potrebbe essere troppo ingombrante per tornare dove ha costruito la propria leggenda, ma abbastanza prezioso da diventare una tentazione per chi cerca una svolta.

    Non più alla Red Bull, almeno secondo Montoya.

    Ma forse ancora dentro una Formula 1 che, nei momenti di crisi, continua ad avere bisogno di uomini capaci di cambiare il peso di una squadra.

  • Sargeant: “Se Verstappen sbarcasse nel WEC, lo vorrei nel mio team. È il GOAT”

    Sargeant: “Se Verstappen sbarcasse nel WEC, lo vorrei nel mio team. È il GOAT”

    La Formula 1 vive una stagione attraversata da discussioni regolamentari, pause forzate e interrogativi sul futuro tecnico della categoria.

    In questo scenario, la figura di Max Verstappen continua ad allargarsi oltre il perimetro del Mondiale. Il quattro volte campione del mondo non ha nascosto le proprie perplessità sulle nuove vetture, arrivate a essere paragonate a una dinamica quasi da “Mario Kart”, e intanto guarda con interesse crescente ad altri mondi del Motorsport.

    Il segnale più evidente arriverà nel prossimo week-end, quando Verstappen sarà al via della 24 Ore del Nurburgring con una Mercedes-AMG GT3 del Team Verstappen Racing.

    Non una semplice apparizione, ma un passaggio che ha già prodotto un effetto concreto: biglietti esauriti e attenzione internazionale su una gara da sempre centrale nella cultura endurance.

    In questo quadro si inseriscono le parole di Logan Sargeant, oggi pilota Ford nel WEC in classe LMGT3 e destinato, dal 2027, al progetto Hypercar della casa americana.

    L’ex pilota Williams ha parlato a Motorsport.com della possibilità di vedere Verstappen un giorno nel Mondiale Endurance, magari proprio nella sua stessa vettura.

    “Sì, se dovesse correre, spero sia nella mia macchina”, ha detto Sargeant con una battuta che racconta però molto più di una semplice simpatia. “Secondo me Max è il migliore che abbia mai guidato. Condividere una macchina con lui sarebbe un enorme privilegio e un enorme vantaggio”.

    Il punto, però, non riguarda soltanto la velocità pura. Nel mondo endurance il valore di un pilota non si misura solo sul giro secco, ma sulla capacità di gestire traffico, strumenti, assetto, consumo, stint lunghi e lettura continua della corsa.

    Sargeant lo ha spiegato chiaramente: da un profilo come Verstappen si imparerebbe in ogni dettaglio, “giro dopo giro”, osservando il modo in cui usa gli strumenti e modifica la macchina durante la gara.

    A sintetizzare il concetto è arrivata la frase più forte:

    “È il pilota più veloce al mondo. Probabilmente farà la differenza su tutti. Preferirei averlo nella mia macchina piuttosto che contro”.

    Una dichiarazione netta, ma non sorprendente. Verstappen, anche quando non dispone della vettura migliore in Formula 1, ha spesso mostrato una capacità rara: estrarre risultato da contesti imperfetti.

    Da qui nasce il fascino dell’ipotesi endurance. Verstappen non viene percepito soltanto come una star in fuga dalla F1, ma come un pilota capace di ridare centralità a categorie che oggi stanno recuperando credibilità, identità e pubblico.

    Il WEC, le GT e le grandi gare di durata stanno tornando a essere viste come territori autentici del motorsport, meno patinati e più legati alla sostanza della guida.

    Sargeant lo sa.

    E per questo il suo invito non suona come una provocazione, ma come una lettura precisa del momento. Se Verstappen decidesse davvero di spostare parte del proprio futuro fuori dalla Formula 1, non porterebbe soltanto velocità. Porterebbe attenzione, cultura della competizione e un peso tecnico enorme.

    Per chi dovesse dividerci la macchina, sarebbe un privilegio. Per chi dovesse affrontarlo, probabilmente, un problema.

  • Mekies: “Stiamo perdendo talenti da quattro anni, ora dobbiamo lavorare per trattenere chi è rimasto”

    Mekies: “Stiamo perdendo talenti da quattro anni, ora dobbiamo lavorare per trattenere chi è rimasto”

    In Formula 1 i protagonisti restano i piloti. Sono loro a stare dentro l’abitacolo, a trasformare la velocità in risultato, a rendere visibile il lavoro di un’intera squadra.

    Ma per capire davvero ciò che accade in pista, spesso bisogna guardare altrove: dietro le cuffie, nei box, nelle stanze in cui si costruiscono decisioni, procedure e gerarchie.

    È lì che oggi si gioca una parte importante del futuro della Red Bull. L’addio annunciato di Gianpiero Lambiase, storico ingegnere di pista di Max Verstappen, destinato a passare in McLaren come Chief Racing Officer non oltre il 2028, si inserisce in una fase già segnata da uscite pesanti: da Adrian Newey a Jonathan Wheatley, passando per Rob Marshall e Will Courtenay.

    Una dispersione di competenze che, inevitabilmente, racconta una transizione. A parlarne è stato Laurent Mekies, nuovo riferimento operativo della Red Bull dopo l’uscita di Christian Horner. Il team principal francese non ha negato il problema, ma ha provato a spostare il piano della discussione: non più soltanto chi parte, ma come una squadra si organizza per trattenere, formare e attrarre talento.

    “Sulla sostituzione di Lambiase abbiamo un paio d’anni per pensarci, ma al di là delle battute siamo piuttosto orgogliosi, ha spiegato Mekies tramite i canali ufficiali della Formula 1.

    “Non vogliamo metterci sulla difensiva rispetto al fatto di aver perso alcuni talenti: è un dato di fatto, succede da tre o quattro anni. Per questo la priorità più alta è creare l’ambiente giusto per trattenere, sviluppare e attirare i migliori talenti del paddock”.

    Il punto, però, non riguarda solo Lambiase. Riguarda la struttura profonda di una Red Bull che deve dimostrare di poter restare competitiva anche senza alcuni degli uomini che ne hanno definito il ciclo dominante.

    Mekies ha citato il lavoro di Ben Waterhouse sul fronte Power Unit e quello di Pierre Waché sul telaio, rivendicando la qualità interna reparto per reparto.

    Da qui nasce il tema più interessante: Red Bull vuole promuovere dall’interno, ma senza chiudersi al mercato dei tecnici.

    “Quando possiamo, cercheremo sempre di promuovere internamente. Abbiamo creato diversi talenti negli ultimi anni e ne siamo orgogliosi. Vogliamo continuare”, ha aggiunto Mekies.

    Poi il passaggio più diretto:

    “Se avremo bisogno di competenze o esperienze specifiche da alcuni nostri cari competitor nel paddock, lo faremo“.

  • La proposta di Zak Brown per la F1 del futuro: 24 GP di cui 20 bloccati e 8 in un sistema di rotazione

    La proposta di Zak Brown per la F1 del futuro: 24 GP di cui 20 bloccati e 8 in un sistema di rotazione

    La Formula 1 non è più soltanto un campionato: è una piattaforma globale, sportiva e commerciale, capace di attrarre circuiti, governi, sponsor e nuovi mercati. Proprio questa crescita, però, sta aprendo un tema sempre più delicato: come espandere il calendario senza rendere insostenibile il carico per piloti, team e personale del paddock.

    A sollevare il punto è stato Zak Brown, CEO di McLaren Racing, durante un evento organizzato prima del Gran Premio di Miami.

    La sua proposta è semplice nella forma, ma significativa nella sostanza: fissare una base di 20 Gran Premi permanenti e lasciare altri otto eventi dentro un sistema di rotazione, così da permettere alla Formula 1 di toccare più mercati senza superare il limite pratico delle 24 gare stagionali.

    L’attuale accordo commerciale consente teoricamente fino a 25 appuntamenti, ma Brown non considera sostenibile andare oltre il formato attuale.

    “Ci sono Paesi in fila per avere un Gran Premio”, ha spiegato Brown ai media. “Ora dobbiamo iniziare ad alternare alcune gare. Io sarei favorevole a bloccare 20 Gran Premi permanenti e ad averne magari otto che ruotano ogni due anni”.

    Il punto, però, non riguarda soltanto la voglia di allargare il perimetro della Formula 1, ma anche il tentativo di trovare un equilibrio tra crescita economica, identità sportiva e sostenibilità interna.

    La Formula 1 ha già iniziato a muoversi in questa direzione: Spa-Francorchamps e Barcellona entreranno in una logica di rotazione, mentre Portogallo e Turchia sono destinati a rientrare nel calendario dal 2027.

    Da qui nasce il tema centrale. Il successo della massima serie ha trasformato il calendario in uno spazio sempre più conteso, dove ogni posto vale esposizione, turismo, investimenti e immagine internazionale.

    Ma più la domanda cresce, più diventa necessario evitare che l’espansione si trasformi in saturazione.

    Brown lo ha detto in modo diretto:

    “È un modo per espanderci geograficamente in 28 mercati, ma non possiamo correre più di 24 volte all’anno. È un calendario piuttosto brutale“.

    La sua idea, in questo senso, non è una frenata alla crescita, ma un tentativo di disciplinarla. Un calendario fisso garantirebbe stabilità ai grandi appuntamenti storici e commerciali.

    La rotazione, invece, permetterebbe alla Formula 1 di aprirsi a nuove aree senza aumentare ulteriormente il numero di gare.

    Resta però un equilibrio complesso. Ogni rotazione comporta esclusioni, compromessi e inevitabili tensioni politiche.

    Ma la direzione indicata da Brown fotografa bene la fase attuale della categoria: un campionato che non deve più chiedersi se può crescere, ma fino a che punto può farlo senza consumare se stesso.