“Hockenheim, 2014. Non potevo entrare nel paddock perché ero ancora troppo piccolo. Mio padre, che in quel fine settimana correva in Porsche Supercup, decise di nascondermi in una pila di pneumatici e di farmi passare su un carrello. Abbiamo messo un ombrello sopra, per rendermi ancora più difficile da individuare. È così che sono entrato per la prima volta nel paddock della Formula 1 “.
Tra l’odore della gomma, il rumore dei motori e un ombrello, la storia di Andrea Kimi Antonelli è iniziata così: con gli occhi di un bambino che guarda quel mondo da troppo vicino per smettere di credere.
Per smettere di sognare.
Da allora allenamenti, categorie minori, aspettative, dubbi.
E un Paese intero che nel frattempo ha atteso, immaginando chi sarebbe stato il prossimo a riportare il tricolore sul gradino più alto, quasi vent’anni dopo quel lontano 2006, quando a Sepang vinse Giancarlo Fisichella.
Da allora, il Canto degli Italiani non era più tornato a risuonare per primo su un podio di Formula 1.
Fino alla bandiera a scacchi di oggi, quando un pilota italiano è tornato a vincere un Gran Premio di Formula 1.

Una vittoria che sa di riscatto, dedizione, coraggio.
Di rivalsa.
Per chi ti considerava troppo acerbo, troppo giovane o semplicemente non pronto.
Ma soprattutto, per quelle lacrime dopo le difficili qualifiche dello scorso anno a Spa-Francorchamps, che hanno toccato l’animo di tutti noi.
Oggi ti sei ripreso tutto con gli interessi.
Perché a volte il Motorsport sa essere incredibilmente… poetico.
Proprio come le note di Cesare Cremonini:
“Anche quando poi saremo stanchi, troveremo il modo“.
Ed è forse proprio questo il senso delle storie più belle.
Cadere. Resistere. Perseguire un sogno.
E trovare sempre, comunque, un modo.

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