Alla fine, che lo si voglia o no, vince sempre il supereroe. Non quello perfetto, non quello imbattibile: quello buono. Quello che non trionfa sempre, che sbaglia, che cade e si rialza, ma le cui intenzioni, la cui passione e il cui amore per la causa fanno comunque la differenza, a prescindere dal verdetto della pista.
E così Charles Leclerc, come un Peter Parker qualunque, si arrampica come può tra i muretti stretti del circuito di Madrid. In un Gran Premio che di corsa pura ha avuto ben poco – più sfilata cittadina che vera battaglia –, il monegasco resta uno dei pochi a provare davvero a sovvertire l’ordine prestabilito. Sa esattamente cosa sta facendo e perché lo fa: le gomme dure portate allo sfinimento fino all’ultimo giro utile, un azzardo calcolato che sa di scommessa e di fede insieme, finché il cronometro – giudice inflessibile che non ammette repliche – non spegne l’ultimo barlume d’illusione.
Sotto il casco c’è il peso di giorni intensi, di settimane, mesi e anni vissuti col fiato sospeso. E poi quegli occhi puntati sui maxi-schermi lungo il tracciato, lo stesso sguardo di sempre, quello che si porta dietro da una vita, nella speranza silenziosa che da un istante all’altro si accenda un colpo di scena.

Una Safety Car che non arriva mai, un’opportunità che sfuma senza materializzarsi. E poi, quando anche l’ultimo spiraglio svanisce, la chiamata più dura: imboccare la corsia dei box, archiviare l’attesa e accettare che la sorte avesse già scritto un altro finale.
Alla fine non ha vinto, né è salito sul podio.
Chiude quarto, con l’amaro in bocca tipico di chi sa di aver speso ogni goccia di energia senza raccogliere la ricompensa che avrebbe meritato.
Ma in fondo, dopo lo spavento di Monza, va bene così. Va bene averci creduto fino all’ultimo millesimo, fino all’ultimo metro. Il tempo non lo piega nessuno, nemmeno chi lo sfida con quella meravigliosa, ostinata purezza che appartiene solo a chi ama davvero ciò che fa.
Ed è così, forse, che si compirà anche la storia tra Charles Leclerc e la Ferrari: per usura del tempo. Sarà lui a pronunciare l’ultima sentenza, ma poco importerà come andrà a finire.
Avrà comunque vinto lui.

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