Autore: Jacopo Mandò

  • Wolff: “Mi aspettavo di più. Temiamo Ferrari e McLaren”

    Wolff: “Mi aspettavo di più. Temiamo Ferrari e McLaren”

    Mercedes ha chiuso la Sprint Qualifying del Gran Premio del Canada con il miglior risultato possibile: George Russell in pole e Andrea Kimi Antonelli al suo fianco in prima fila.

    Un 1-2 importante, arrivato sul circuito di Montreal in un fine settimana già delicato per il team, al debutto con un pacchetto di aggiornamenti significativo sulla W17.

    Tutto questo, però, non ha portato Toto Wolff a una lettura trionfalistica. Il team principal della Mercedes, intervenuto a Sky Sport F1 Italia al termine della sessione, ha riconosciuto il valore della doppietta, ma ha anche indicato una fragilità ancora presente nella prestazione complessiva della monoposto.

    “Se Lewis non fa quell’errore, fa un tempo come il nostro. Oggi la macchina non mi è piaciuta come le altre volte: non eravamo veloci come sempre”.

    Il punto, per Mercedes, non riguarda soltanto la posizione in classifica. La squadra è arrivata in Canada con il primo vero aggiornamento della stagione, in un momento in cui McLaren, Ferrari e Red Bull stanno cercando di ridurre il distacco tecnico.

    Già nelle prove libere, chiuse con Antonelli davanti a Russell, la W17 aveva mostrato velocità ma anche qualche segnale da interpretare, in una sessione segnata da interruzioni e bandiere rosse.

    Wolff lo ha spiegato con prudenza:

    “Perché tutto è nuovo e mi aspettavo uno o due decimi di più. C’è tempo per affinare il nuovo pacchetto di aggiornamenti? Vediamo domani. Ma non è male, dobbiamo essere contenti, primo e secondo, ma non con grande margine sugli inseguitori“.

    È una frase che racconta bene la posizione della Mercedes.

    Il team resta il riferimento del fine settimana, ma la superiorità non sembra abbastanza ampia da permettere gestione.

    Wolff, infatti, ha indicato chiaramente i rivali più pericolosi:

    “Chi temo di più domani? Le Ferrari e anche le McLaren. E poi c’è Max. Per oggi abbiamo ancora il pacchetto migliore, solo che dobbiamo spingere domani”.

    A pesare c’è anche il tema delle partenze, già emerso nelle gare precedenti e ancora non completamente risolto.

    La compagine di Brackley ha lavorato soprattutto sull’elettronica, ma Wolff non ha voluto presentare la questione come chiusa:

    “Abbiamo cambiato molto dall’ultimo Gran Premio. Sono piccole cose, ma sull’elettronica. Le partenze che abbiamo provato oggi sono solide, ma non straordinarie”.

    Da qui nasce il senso della Sprint canadese.

    Per la scuderia anglo-tedesca non sarà soltanto una mini-gara da controllare dalla prima fila, ma un test competitivo per capire quanto il nuovo pacchetto sia davvero efficace in condizioni di gara.

    Wolff l’ha definita una “baby-gara”, ma il peso tecnico sarà tutt’altro che secondario.

    Il risultato dice Mercedes davanti a tutti.

    Le parole di Wolff, però, raccontano una squadra ancora in piena verifica: veloce, sì, ma non abbastanza tranquilla da sentirsi al sicuro.

    E in un fine settimana Sprint, con meno tempo per correggere e più punti di pressione concentrati, anche una prima fila può diventare un esame.

  • Herbert: “Verstappen non si ritirerà, sta recitando per giocare una partita politica”

    Herbert: “Verstappen non si ritirerà, sta recitando per giocare una partita politica”

    Il rapporto tra Max Verstappen e la nuova Formula 1 continua a essere uno dei temi più sensibili di questo avvio di stagione.

    Dalle critiche nei test di Barcellona fino alle parole successive al Gran Premio del Giappone, il quattro volte iridato non ha mai nascosto la propria insofferenza verso le vetture 2026, definite in modo provocatorio “Formula E sotto steroidi” e poi accostate, per sensazioni di guida, a una dinamica quasi da “Mario Kart”.

    Dentro questa discussione si inserisce la lettura di Johnny Herbert, che prova a separare il teatro politico dal merito tecnico.

    L’ex pilota britannico non crede davvero a un addio di Verstappen alla Formula 1, ma riconosce che dietro la sua durezza esiste un tema reale: queste macchine, almeno per ora, non stanno dando ai piloti la sensazione di essere messi davvero alla prova.

    “Max ha un po’ esagerato”, ha spiegato Herbert a Jackpot City Casino. Non abbandonerà mai la Formula 1 perché sono ancora le migliori auto in circolazione nel mondo del Motorsport. Probabilmente è ancora l’emozione più forte che si possa provare alla guida”.

    Il punto, però, non è soltanto la permanenza di Verstappen nel Circus. Herbert interpreta le parole dell’olandese come parte di una partita più ampia, quasi una pressione pubblica esercitata nei confronti di FIA e Formula 1. Non una minaccia definitiva, dunque, ma un modo per costringere chi decide a prendere sul serio la voce dei piloti.

    Verstappen sta recitando per giocare una partita politica e lo capisco perfettamente”, ha aggiunto Herbert. “Lui e tutti gli altri piloti vogliono una macchina che li metta alla prova. Al momento queste F1 2026 non lo fanno e per questo sono frustrati”.

    È qui che la critica diventa più interessante. Verstappen, nelle parole di Herbert, non starebbe soltanto difendendo il proprio gusto personale per la guida.

    Starebbe indicando un problema strutturale: una generazione di vetture in cui gestione dell’energia, compromessi aerodinamici e nuove logiche regolamentari rischiano di spostare il baricentro dalla pura esecuzione del pilota alla complessità del sistema.

    Herbert, però, non chiude il discorso in modo distruttivo. Al contrario, vede una possibilità di correzione:

    “Si sta cercando di migliorare la situazione attraverso le modifiche ai regolamenti e questo porterà tutti ad avere un approccio più positivo”.

    Il passaggio più significativo riguarda il metodo:

    “Sarebbe importante che almeno un pilota di altissimo calibro partecipasse al tavolo dove si prendono le decisioni sul futuro della Formula 1″.

    Herbert, in fondo, non assolve del tutto Verstappen e non lo condanna. Lo decodifica.

    La minaccia di lasciare la categoria può sembrare “teatrale”, ma il disagio che la sostiene è reale. E se la Formula 1 vuole restare il vertice del Motorsport, non può permettersi che i suoi piloti migliori inizino a sentirsi più gestori di sistemi che interpreti assoluti della velocità.

  • Montoya: “Horner farebbe comodo a un team minore. Briatore è riuscito a cambiare Alpine”

    Montoya: “Horner farebbe comodo a un team minore. Briatore è riuscito a cambiare Alpine”

    Il futuro di Christian Horner resta uno dei dossier più delicati del paddock. Dopo l’uscita dalla Red Bull e una separazione accompagnata da una buonuscita importante, il manager britannico continua a essere accostato a diversi scenari: Alpine, Aston Martin, persino Haas.

    Nessuna pista, però, ha prodotto finora un’accelerazione concreta.

    A leggere il momento è stato Juan Pablo Montoya, che in un’intervista a Betpack ha escluso soprattutto un’ipotesi: il ritorno di Horner a Milton Keynes.

    Non per mancanza di competenze, ma per una questione di equilibrio interno, immagine e orgoglio aziendale.

    “L’orgoglio della Red Bull non permetterebbe un suo ritorno nel team”, ha spiegato l’ex pilota colombiano.

    Il punto, però, non riguarda soltanto la frattura con Red Bull. Nelle parole di Montoya emerge anche una lettura più ampia del valore di Horner sul mercato della Formula 1.

    Dopo anni di gestione vincente, l’ex team principal resta una figura capace di portare struttura, decisione e peso politico in scuderie ancora alla ricerca di una direzione forte.

    “Per squadre come Alpine, Aston o Haas, avere una persona come Christian potrebbe essere la soluzione giusta sotto molti aspetti”, ha aggiunto Montoya.

    Una frase che sposta il discorso dal passato al futuro: Horner non come ritorno sentimentale, ma come possibile acceleratore per team che hanno bisogno di identità, metodo e capacità di incidere rapidamente.

    A sintetizzare il concetto, Montoya ha scelto un paragone significativo: Flavio Briatore.

    “Era in pensione da circa 20 anni. È tornato e, che piaccia o no, quelle vetture hanno iniziato a funzionare meglio. Ha ottenuto subito l’accordo con la Mercedes. Servono persone che non abbiano paura di apportare cambiamenti”.

    È una valutazione forte, perché racconta una Formula 1 in cui la competenza tecnica non basta sempre da sola.

    Alcune squadre hanno bisogno di figure capaci di rompere inerzie, modificare gerarchie e assumersi responsabilità scomode. Horner, da questo punto di vista, rappresenta ancora un profilo raro: divisivo, certamente, ma abituato a vincere e a governare ambienti complessi.

    La lettura di Montoya, allora, fotografa bene il paradosso: Horner potrebbe essere troppo ingombrante per tornare dove ha costruito la propria leggenda, ma abbastanza prezioso da diventare una tentazione per chi cerca una svolta.

    Non più alla Red Bull, almeno secondo Montoya.

    Ma forse ancora dentro una Formula 1 che, nei momenti di crisi, continua ad avere bisogno di uomini capaci di cambiare il peso di una squadra.

  • Sargeant: “Se Verstappen sbarcasse nel WEC, lo vorrei nel mio team. È il GOAT”

    Sargeant: “Se Verstappen sbarcasse nel WEC, lo vorrei nel mio team. È il GOAT”

    La Formula 1 vive una stagione attraversata da discussioni regolamentari, pause forzate e interrogativi sul futuro tecnico della categoria.

    In questo scenario, la figura di Max Verstappen continua ad allargarsi oltre il perimetro del Mondiale. Il quattro volte campione del mondo non ha nascosto le proprie perplessità sulle nuove vetture, arrivate a essere paragonate a una dinamica quasi da “Mario Kart”, e intanto guarda con interesse crescente ad altri mondi del Motorsport.

    Il segnale più evidente arriverà nel prossimo week-end, quando Verstappen sarà al via della 24 Ore del Nurburgring con una Mercedes-AMG GT3 del Team Verstappen Racing.

    Non una semplice apparizione, ma un passaggio che ha già prodotto un effetto concreto: biglietti esauriti e attenzione internazionale su una gara da sempre centrale nella cultura endurance.

    In questo quadro si inseriscono le parole di Logan Sargeant, oggi pilota Ford nel WEC in classe LMGT3 e destinato, dal 2027, al progetto Hypercar della casa americana.

    L’ex pilota Williams ha parlato a Motorsport.com della possibilità di vedere Verstappen un giorno nel Mondiale Endurance, magari proprio nella sua stessa vettura.

    “Sì, se dovesse correre, spero sia nella mia macchina”, ha detto Sargeant con una battuta che racconta però molto più di una semplice simpatia. “Secondo me Max è il migliore che abbia mai guidato. Condividere una macchina con lui sarebbe un enorme privilegio e un enorme vantaggio”.

    Il punto, però, non riguarda soltanto la velocità pura. Nel mondo endurance il valore di un pilota non si misura solo sul giro secco, ma sulla capacità di gestire traffico, strumenti, assetto, consumo, stint lunghi e lettura continua della corsa.

    Sargeant lo ha spiegato chiaramente: da un profilo come Verstappen si imparerebbe in ogni dettaglio, “giro dopo giro”, osservando il modo in cui usa gli strumenti e modifica la macchina durante la gara.

    A sintetizzare il concetto è arrivata la frase più forte:

    “È il pilota più veloce al mondo. Probabilmente farà la differenza su tutti. Preferirei averlo nella mia macchina piuttosto che contro”.

    Una dichiarazione netta, ma non sorprendente. Verstappen, anche quando non dispone della vettura migliore in Formula 1, ha spesso mostrato una capacità rara: estrarre risultato da contesti imperfetti.

    Da qui nasce il fascino dell’ipotesi endurance. Verstappen non viene percepito soltanto come una star in fuga dalla F1, ma come un pilota capace di ridare centralità a categorie che oggi stanno recuperando credibilità, identità e pubblico.

    Il WEC, le GT e le grandi gare di durata stanno tornando a essere viste come territori autentici del motorsport, meno patinati e più legati alla sostanza della guida.

    Sargeant lo sa.

    E per questo il suo invito non suona come una provocazione, ma come una lettura precisa del momento. Se Verstappen decidesse davvero di spostare parte del proprio futuro fuori dalla Formula 1, non porterebbe soltanto velocità. Porterebbe attenzione, cultura della competizione e un peso tecnico enorme.

    Per chi dovesse dividerci la macchina, sarebbe un privilegio. Per chi dovesse affrontarlo, probabilmente, un problema.

  • Mekies: “Stiamo perdendo talenti da quattro anni, ora dobbiamo lavorare per trattenere chi è rimasto”

    Mekies: “Stiamo perdendo talenti da quattro anni, ora dobbiamo lavorare per trattenere chi è rimasto”

    In Formula 1 i protagonisti restano i piloti. Sono loro a stare dentro l’abitacolo, a trasformare la velocità in risultato, a rendere visibile il lavoro di un’intera squadra.

    Ma per capire davvero ciò che accade in pista, spesso bisogna guardare altrove: dietro le cuffie, nei box, nelle stanze in cui si costruiscono decisioni, procedure e gerarchie.

    È lì che oggi si gioca una parte importante del futuro della Red Bull. L’addio annunciato di Gianpiero Lambiase, storico ingegnere di pista di Max Verstappen, destinato a passare in McLaren come Chief Racing Officer non oltre il 2028, si inserisce in una fase già segnata da uscite pesanti: da Adrian Newey a Jonathan Wheatley, passando per Rob Marshall e Will Courtenay.

    Una dispersione di competenze che, inevitabilmente, racconta una transizione. A parlarne è stato Laurent Mekies, nuovo riferimento operativo della Red Bull dopo l’uscita di Christian Horner. Il team principal francese non ha negato il problema, ma ha provato a spostare il piano della discussione: non più soltanto chi parte, ma come una squadra si organizza per trattenere, formare e attrarre talento.

    “Sulla sostituzione di Lambiase abbiamo un paio d’anni per pensarci, ma al di là delle battute siamo piuttosto orgogliosi, ha spiegato Mekies tramite i canali ufficiali della Formula 1.

    “Non vogliamo metterci sulla difensiva rispetto al fatto di aver perso alcuni talenti: è un dato di fatto, succede da tre o quattro anni. Per questo la priorità più alta è creare l’ambiente giusto per trattenere, sviluppare e attirare i migliori talenti del paddock”.

    Il punto, però, non riguarda solo Lambiase. Riguarda la struttura profonda di una Red Bull che deve dimostrare di poter restare competitiva anche senza alcuni degli uomini che ne hanno definito il ciclo dominante.

    Mekies ha citato il lavoro di Ben Waterhouse sul fronte Power Unit e quello di Pierre Waché sul telaio, rivendicando la qualità interna reparto per reparto.

    Da qui nasce il tema più interessante: Red Bull vuole promuovere dall’interno, ma senza chiudersi al mercato dei tecnici.

    “Quando possiamo, cercheremo sempre di promuovere internamente. Abbiamo creato diversi talenti negli ultimi anni e ne siamo orgogliosi. Vogliamo continuare”, ha aggiunto Mekies.

    Poi il passaggio più diretto:

    “Se avremo bisogno di competenze o esperienze specifiche da alcuni nostri cari competitor nel paddock, lo faremo“.

  • La proposta di Zak Brown per la F1 del futuro: 24 GP di cui 20 bloccati e 8 in un sistema di rotazione

    La proposta di Zak Brown per la F1 del futuro: 24 GP di cui 20 bloccati e 8 in un sistema di rotazione

    La Formula 1 non è più soltanto un campionato: è una piattaforma globale, sportiva e commerciale, capace di attrarre circuiti, governi, sponsor e nuovi mercati. Proprio questa crescita, però, sta aprendo un tema sempre più delicato: come espandere il calendario senza rendere insostenibile il carico per piloti, team e personale del paddock.

    A sollevare il punto è stato Zak Brown, CEO di McLaren Racing, durante un evento organizzato prima del Gran Premio di Miami.

    La sua proposta è semplice nella forma, ma significativa nella sostanza: fissare una base di 20 Gran Premi permanenti e lasciare altri otto eventi dentro un sistema di rotazione, così da permettere alla Formula 1 di toccare più mercati senza superare il limite pratico delle 24 gare stagionali.

    L’attuale accordo commerciale consente teoricamente fino a 25 appuntamenti, ma Brown non considera sostenibile andare oltre il formato attuale.

    “Ci sono Paesi in fila per avere un Gran Premio”, ha spiegato Brown ai media. “Ora dobbiamo iniziare ad alternare alcune gare. Io sarei favorevole a bloccare 20 Gran Premi permanenti e ad averne magari otto che ruotano ogni due anni”.

    Il punto, però, non riguarda soltanto la voglia di allargare il perimetro della Formula 1, ma anche il tentativo di trovare un equilibrio tra crescita economica, identità sportiva e sostenibilità interna.

    La Formula 1 ha già iniziato a muoversi in questa direzione: Spa-Francorchamps e Barcellona entreranno in una logica di rotazione, mentre Portogallo e Turchia sono destinati a rientrare nel calendario dal 2027.

    Da qui nasce il tema centrale. Il successo della massima serie ha trasformato il calendario in uno spazio sempre più conteso, dove ogni posto vale esposizione, turismo, investimenti e immagine internazionale.

    Ma più la domanda cresce, più diventa necessario evitare che l’espansione si trasformi in saturazione.

    Brown lo ha detto in modo diretto:

    “È un modo per espanderci geograficamente in 28 mercati, ma non possiamo correre più di 24 volte all’anno. È un calendario piuttosto brutale“.

    La sua idea, in questo senso, non è una frenata alla crescita, ma un tentativo di disciplinarla. Un calendario fisso garantirebbe stabilità ai grandi appuntamenti storici e commerciali.

    La rotazione, invece, permetterebbe alla Formula 1 di aprirsi a nuove aree senza aumentare ulteriormente il numero di gare.

    Resta però un equilibrio complesso. Ogni rotazione comporta esclusioni, compromessi e inevitabili tensioni politiche.

    Ma la direzione indicata da Brown fotografa bene la fase attuale della categoria: un campionato che non deve più chiedersi se può crescere, ma fino a che punto può farlo senza consumare se stesso.

  • McNish non nasconde le emozioni: “Il mio nuovo ruolo in Audi? Non sono mai stato così nervoso”

    McNish non nasconde le emozioni: “Il mio nuovo ruolo in Audi? Non sono mai stato così nervoso”

    Il primo week-end di Allan McNish al muretto Audi non è stato soltanto un passaggio operativo dentro la nuova struttura del team.

    Dopo l’addio di Jonathan Wheatley, lo scozzese è stato nominato Racing Director a partire dal Gran Premio di Miami, con il compito di coordinare le operazioni in pista e riportare direttamente a Mattia Binotto.

    Un ruolo centrale, dentro un progetto che Audi vuole costruire con ambizione e metodo.

    La parte più interessante, però, è arrivata dalle sue parole riferite ai media.

    McNish non ha provato a nascondersi dietro la consueta freddezza da paddock, né a presentare il debutto come una semplice formalità.

    Al contrario, ha ammesso una sensazione quasi sorprendente per un uomo della sua esperienza:

    “In realtà sono più nervoso adesso di qualsiasi altra volta”.

    È una frase che colpisce perché arriva da un profilo tutt’altro che inesperto. McNish ha vinto tre volte la 24 Ore di Le Mans, ha corso in Formula 1 con Toyota nel 2002 ed è stato parte della struttura Motorsport di Audi per anni.

    Non è, dunque, l’emozione fragile di chi entra per la prima volta in un mondo nuovo. È qualcosa di diverso: la tensione viva di chi conosce il peso della responsabilità e, proprio per questo, continua a sentirla.

    Lo scozzese ha spiegato che Miami non è stata una prova semplice da assorbire:

    “Sono stato al circuito diverse volte, quindi conosco questo mondo. Ma c’erano molte cose su cui dovevamo lavorare dal punto di vista operativo. E – dall’altra parte – era anche l’evento più grande per il team sul piano marketing e comunicazione, con iniziative in città e tante attività fuori dalla pista”.

    In questo quadro, il suo debutto racconta anche qualcosa di più ampio sul Motorsport contemporaneo. In un ambiente spesso sempre più controllato, distante, quasi impermeabile all’emozione, sentire un uomo di 56 anni parlare con questa sincerità restituisce una dimensione più umana alla Formula 1.

    Non c’è retorica, ma una passione ancora riconoscibile.

    McNish lo ha chiarito nel modo più diretto possibile:

    Vivo per correre da quando avevo 11 anni. È quello che amo, quello che mi fa alzare la mattina, la mia passione. Ma quando dico che vivo per correre, intendo che non torno a casa felice se non abbiamo vinto”.

    La lucidità arriva subito dopo: in una carriera si perde più di quanto si vinca, e il motorsport lo insegna presto. Ma resta il senso profondo di appartenenza:

    “Questo ambiente è la mia vita, la mia carriera, il mio hobby, la mia passione. È sempre bello essere qui”.

    Forse è proprio qui che il debutto di McNish diventa interessante. Audi ha bisogno di struttura, precisione e competenza. Ma ha bisogno anche di persone capaci di ricordare che, dietro l’ingegneria e i processi, la corsa resta ancora una questione di istinto, nervi e desiderio.

    Anche per chi ha già vinto tanto.

  • Wolff: “Italia senza Mondiale, ora tutta la pressione è su Sinner e Antonelli”

    Wolff: “Italia senza Mondiale, ora tutta la pressione è su Sinner e Antonelli”

    Tra le dichiarazioni più discusse di Toto Wolff in questo avvio della nuova era della Formula 1, ce n’è una che più che alimentare polemiche racconta un tema reale: la gestione della pressione attorno ad Andrea Kimi Antonelli.

    Non quella interna alla Mercedes, almeno secondo il team principal austriaco, ma quella esterna. Nazionale, mediatica, quasi culturale.

    Il riferimento è chiaro: l’Italia, rimasta senza il calcio della Nazionale al Mondiale, sta cercando nuovi riferimenti sportivi. Jannik Sinner nel tennis e Antonelli in Formula 1 sono diventati i due volti principali di questa nuova centralità.

    Con una differenza sostanziale: Sinner è già un campione affermato, mentre Kimi ha 19 anni ed è ancora nella fase più delicata della sua costruzione.

    Wolff, però, non sembra preoccupato dalla capacità del pilota di restare lucido dentro al team, e ha deciso di confermarlo anche ai media:

    “La parte più semplice è assicurarci che tenga i piedi per terra qui in squadra. I suoi genitori hanno avuto un ruolo importante nell’aiutarlo a farlo”.

    Il punto, però, non riguarda solo la maturità personale.

    Riguarda ciò che si muove intorno ad Antonelli: aspettative, richieste, attenzione continua. Ed è qui che Wolff individua il rischio principale:

    “Il problema più grande è il pubblico italiano. Ora che non sono qualificati per il Mondiale, è tutto su Sinner e Antonelli. Sono loro due le superstar, ed è qualcosa che dobbiamo contenere”.

    In questo quadro, la Mercedes si trova davanti a un equilibrio delicato.

    Da una parte c’è un talento che sta bruciando le tappe, dall’altra la necessità di non trasformare ogni risultato in una sentenza definitiva sul suo futuro. “Ci sono tante richieste per il suo tempo, dai media e dagli sponsor. Sta a noi tenere il freno a mano tirato”, ha aggiunto Wolff.

    Il confronto con George Russell rende il tema ancora più evidente. Russell ha 28 anni, esperienza, struttura e una carriera già consolidata.

    Antonelli, invece, vive la pressione con un’età e un percorso completamente diversi. Il talento è evidente, ma la gestione del contesto rischia di diventare parte integrante della sua crescita.

    Wolff lo sa e invita a non lasciarsi trascinare troppo in fretta:

    “Il rischio è che venga portato troppo in alto troppo rapidamente. Non credo che nessuno di noi si aspettasse una serie di risultati così. Gli abbiamo dato una macchina molto buona e un motore all’altezza, ma il modo in cui è riuscito a capitalizzare ogni weekend è speciale“.

    La sfida, allora, non è soltanto continuare a vincere. È farlo senza perdere misura. Perché Antonelli oggi non porta soltanto il peso della Mercedes: porta addosso anche l’attenzione di un Paese che ha trovato in lui un nuovo simbolo.

    E proteggerlo, per Wolff, potrebbe diventare importante quanto farlo crescere in pista.

  • Chandhok boccia gli aggiornamenti Ferrari: “Mercedes e McLaren non avranno di che preoccuparsi”

    Chandhok boccia gli aggiornamenti Ferrari: “Mercedes e McLaren non avranno di che preoccuparsi”

    Il week-end di Miami avrebbe dovuto rappresentare un primo punto di svolta nella stagione della Ferrari

    Dopo un avvio tra alti e bassi, il pacchetto di aggiornamenti portato dalla squadra di Frederic Vasseur costituiva il primo vero tentativo di riavvicinare la Mercedes, oggi riferimento tecnico della griglia. Il risultato, però, almeno nella lettura di Karun Chandhok, non ha prodotto il segnale sperato.

    L’ex pilota di Formula 1, oggi commentatore per Sky Sports F1 UK, non ha usato mezze misure nel valutare il lavoro della Rossa:

    “Se questo è il grande pacchetto di aggiornamenti della Ferrari per la prima parte della stagione, allora McLaren e Mercedes non avranno di che preoccuparsi“.

    Una frase pesante, perché non si limita a giudicare il rendimento del singolo week-end, ma mette in discussione la portata stessa dello sviluppo introdotto a Miami. Il punto, secondo Chandhok, è che la Ferrari non solo non avrebbe accorciato in modo evidente il divario, ma avrebbe dato l’impressione opposta:

    Miami avrebbe dovuto essere il fine settimana del sorpasso e invece ho avuto la sensazione che siano scivolati ancora più indietro“.

    Una valutazione, questa, che apre un tema delicato per Maranello: capire se il nuovo pacchetto abbia ancora margine da estrarre o se, al contrario, il salto prestazionale atteso sia stato più contenuto del previsto. 

    Da qui nasce anche l’avvertimento più diretto:

    “Dovrebbe esserci un po’ di preoccupazione a Maranello e in casa Ferrari. Devono capire se ci sia ulteriore performance da ottimizzare o da sbloccare da questo aggiornamento”.

    Il riferimento è chiaro: in questa fase del campionato non basta portare novità, bisogna riuscire a trasformarle subito in prestazione reale. La chiusura del ragionamento di Chandhok guarda già alle prossime tappe dello sviluppo:

    “Altrimenti resteranno indietro quando McLaren porterà altri sviluppi in Canada e Mercedes porterà il suo grande pacchetto di aggiornamenti”.

    Per la Ferrari, quindi, Miami non sembra aver risolto il problema principale: la necessità di restare dentro una corsa tecnica che, settimana dopo settimana, rischia di allontanare sempre di più il vertice.

  • Wolff: “Il ritorno ai V8? Noi ci stiamo, potete contare su di noi. Ma non va perso il contatto con la realtà”

    Wolff: “Il ritorno ai V8? Noi ci stiamo, potete contare su di noi. Ma non va perso il contatto con la realtà”

    Dopo l’annuncio di Mohammed Ben Sulayem circa il ritorno dei V8 dal 2030 o, al più tardi, dal 2031, anche Toto Wolff ha preso posizione, e lo ha fatto con parole molto chiare: Mercedes non chiude affatto alla nuova direzione indicata dalla FIA, a patto che il progetto resti coerente con il presente tecnologico della categoria.

    Il team principal della scuderia di Brackley, parlando a The Race, ha spiegato il punto di vista Mercedes partendo da una premessa quasi identitaria:

    “Siamo aperti a nuove normative sui motori. Amiamo i V8. Sono sinonimo di grandi successi e, dal nostro punto di vista, sono un motore Mercedes puro. Raggiunge regimi elevatissimi“.

    L’apertura, però, non è una semplice operazione nostalgia. Wolff ha infatti chiarito che un ritorno alla combustione pura rischierebbe di essere fuori tempo rispetto alla direzione dell’industria automobilistica:

    “Come possiamo fornirgli energia sufficiente dalla batteria per non perdere il contatto con la realtà? Se puntassimo al 100% sulla combustione, potremmo sembrare un po’ ridicoli nel 2031 o nel 2030″.

    Il concetto, quindi, è quello di una Formula 1 più semplice, più rumorosa e più riconoscibile, ma non completamente separata dall’elettrificazione. Da qui nasce l’idea tecnica rilanciata da Wolff:

    “Dobbiamo tenerne conto, semplificare il tutto e realizzare un mega-motore. Magari potremmo estrarre 800 cavalli dal motore a combustione interna e aggiungerne altri 400, o anche di più, in termini di energia elettrica”.

    È un passaggio che pesa anche politicamente.

    Mercedes è oggi uno dei costruttori più forti dell’era ibrida e il suo appoggio a un possibile cambio di filosofia non può essere letto come un dettaglio marginale.

    Wolff, però, ha imposto una condizione precisa:

    “Siamo assolutamente favorevoli, a patto che queste discussioni si svolgano in modo strutturato, che le persone coinvolte vengano prese in considerazione e che le loro idee vengano valutate”.

    La conclusione del manager austriaco è la sintesi della posizione Mercedes: disponibilità al cambiamento, ma senza scorciatoie regolamentari o salti nel buio.

    “Siamo consapevoli delle difficoltà finanziarie che i costruttori affrontano oggi. Non è facile, ma se l’iniziativa è ben concepita e realizzata, contate su di noi per tornare con un vero, vero motore da corsa“.