Un ragazzo di ventisei anni, Campione del Mondo in carica.
E un uomo – che ragazzo non è più da tempo – che il Mondiale lo ha alzato vent’anni fa, in un’epoca in cui la Formula 1 aveva un volto completamente diverso, e lui gia la dominava.
Lando Norris e Fernando Alonso hanno poco in comune, sulla carta. L’età, lo stile, la generazione, il peso specifico delle rispettive storie.
Eppure Zandvoort, in questo week-end dell’addio della Formula 1 alla terra olandese, li ha messi vicini: separati da poche posizioni, da qualche metro di asfalto, da vent’anni di vita vissuta a velocità impossibili.
L’Hammer of the Day di questa domenica appartiene a Lando Norris, che ha fatto suo il nostro sondaggio con 531 voti contro i 518 di Fernando Alonso.
Ma anche se il riconoscimento va di diritto a Norris, una menzione d’onore spetta senza dubbio proprio ad Alonso.
Perché Fernando ha chiuso nono: nono con quella macchina, in quella gara, a quell’età.
Chi conosce davvero questo sport sa bene cosa significhi.
Sa che dietro quel piazzamento c’è una carriera intera, fatta di trionfi, rimpianti, battaglie e rinascite, animata da un fuoco che non ha mai smesso di bruciare.
Alonso non ha mai guidato per accontentarsi di un nono posto: ha lottato semplicemente perché non sa fare altro, e forse non ha mai voluto imparare.
Perché c’è una differenza sottile ma abissale tra vincere perché si deve e vincere perché si vuole.

L’anno del titolo – quell’anno travagliato, sofferto, vissuto da eterno secondo agli occhi di molti e da bersaglio per qualcuno – Norris portava addosso una pressione enorme.
Il peso di dimostrare, di rispondere, di zittire.
Ogni gara era una battaglia che si combatteva su due fronti: quello della pista e quello invisibile, fatto di aspettative, giudizi e narrazioni che lo dipingevano come il favorito della fortuna meccanica piuttosto che del merito sportivo.
Ha vinto così, stringendo i denti, consumando energie che andavano ben oltre il fisico.
Oggi è diverso. Si vede, eccome se si vede.
Norris guida con una serenità nuova, quasi sorprendente: quella di chi ha già fatto ciò che doveva, e adesso può permettersi il lusso raro di fare ciò che vuole.
Non c’è più nulla da dimostrare.
Non ci sono più voci a cui rispondere, profezie da smentire, scettici da convincere.
C’è solo l’asfalto, la macchina, e quella tranquillità profonda di chi sa di essere nel posto giusto, nel momento giusto, con la consapevolezza giusta.
Gara dopo gara, turno dopo turno, il Campione del Mondo sta costruendo qualcosa di più solido e più bello del titolo stesso: la certezza, propria e altrui, che non fosse un caso.
Che non fosse solo il mezzo. Che fosse lui.
Lando Norris, ad oggi, è un Campione del Mondo compiuto.
Non ci sono più scuse, non ci sono più dubbi, non c’è più nulla da aggiungere.
Prima doveva.
Ora vuole.
E si vede.

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