Le qualifiche del Gran Premio d’Ungheria si sono concluse con un esito stravolto dalle decisioni dei commissari arrivate al termine della sessione.
Se la pole position è finita saldamente nelle mani di Lando Norris, le penalità inflitte a Lewis Hamilton e Andrea Kimi Antonelli hanno ridisegnato la griglia di partenza, consegnando a Charles Leclerc la prima fila.
Inizialmente terzo a 238 millesimi dal tempo della McLaren e battuto in pista dal compagno di squadra, il monegasco beneficerà dell’arretramento di Hamilton dal secondo al quinto posto per un episodio di impeding.
Un regalo importante che attenua l’amarezza per un sabato in cui il distacco dal britannico era maturato quasi esclusivamente tra la prima e la dodicesima curva.
Quella consueta magia dell’ultimo tentativo in Q3, spesso marchio di fabbrica del numero 16, questa volta non si era vista a causa di una SF-26 rivelatasi molto più scorbutica rispetto ai tentativi precedenti.
Ph. Luca Martini / WHYOUT Media
Tuttavia, per Leclerc si apre ora un’opportunità d’oro per costruire una gara da protagonista, scattando direttamente dalla seconda casella al fianco di Norris e facendo leva su una monoposto particolarmente competitiva sul passo gara.
Al termine delle caotiche qualifiche ungheresi, il monegasco ha analizzato la propria prestazione ai microfoni di Sky Sport F1 Italia:
“Nel secondo run in Q3 l’auto è mancata del tutto, avevo davvero poco grip sul posteriore. Con il cambiamento del vento di oggi, ho fatto tanta fatica in Curva 1 e in Curva 12, e parlo di ben tre decimi. È stata una costante per tutto il giorno rispetto a Lewis, e questo è perché non sono stato abbastanza bravo io. Ho provato a fare qualcosa di diverso, ma ho fatto fatica fino alla fine. È sempre stata una pista difficile per il mio stile di guida, ma voglio anche guardare oltre e provare a vincere. Ieri andavamo molto bene sul passo gara, ma non sono sicuro di dove si trovino gli altri perché hanno fatto grandi step avanti. Avrò anche gomma usata nel primo stint, ma ci proverò comunque“.
Il venerdì ungherese ha visto la Ferrari dominare le prime due sessioni di prove libere, imponendosi sulla concorrenza in ogni settore del tracciato e trasformando la prima giornata del week-end in una lotta tutta interna al Cavallino.
La Scuderia italiana ha, quindi, approcciato nel migliore dei modi l’ultimo appuntamento prima della pausa estiva, confermando in pieno le attese della vigilia che vedevano la SF-26 perfettamente a suo agio sul circuito dell’Hungaroring.
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In questo scenario di netta superiorità, i due alfieri della Rossa hanno potuto sfidarsi a colpi di giri veloci.
Alla fine a spuntarla è stato Lewis Hamilton: sfruttando un tentativo lanciato in più rispetto al compagno di squadra, il britannico ha fermato il cronometro sull’1:18.729, staccando Charles Leclerc di 148 millesimi.
Il sette volte Campione del Mondo, che vanta ben nove pole position sulla pista ungherese e una conoscenza delle sue curve capace di far impallidire chiunque, potrà quindi contare su una monoposto che promette di puntare dritta al successo nel Gran Premio.
Il numero 44, però, per accorciare le distanze in classifica dal leader Andrea Kimi Antonelli, dovrà fare i conti con un agguerritissimo Leclerc, oltre che con i rivali di Mercedes e McLaren che, con un probabile cambio radicale di assetto sulle rispettive vetture, cercheranno di avvicinarsi il più possibile alle Ferrari.
Al termine delle prove libere, Hamilton ha commentato come segue quanto accaduto in pista:
“Nel complesso è stata una giornata positiva: le condizioni erano piuttosto impegnative, con il vento che ha reso le cose un po’ più complicate e una pista piuttosto sconnessa in alcuni tratti. La vettura si è comportata meglio nella seconda sessione e tra un turno e l’altro abbiamo fatto dei buoni progressi, anche se ci sono ancora alcuni aspetti sui quali dobbiamo migliorare. Questa sera analizzeremo tutti i dati, continueremo a lavorare sul bilanciamento della vettura e speriamo di trovare ancora un po’ di prestazione in vista della qualifica“.
Il venerdì del Gran Premio d’Ungheria ha palesato una Ferrari in grande spolvero, forte del primo e del secondo posto arpionati al termine della seconda sessione di prove libere da Lewis Hamilton e Charles Leclerc.
Pur essendo troppo presto per proclamare la scuderia di Maranello la netta favorita per la vittoria finale del week-end di Budapest, indubbiamente i pronostici della vigilia si dimostrano veritieri sul potenziale della SF-26 tra le tortuose curve dell’Hungaroring.
Dopo essersi aggiudicato le FP1, Charles Leclerc ha concluso la giornata alle spalle del compagno di squadra, complice una tornata non eccezionale messa a segno dal monegasco nel corso della propria simulazione di qualifica.
Pur con dei riscontri che sul giro secco hanno mostrato finora un confronto impietoso tra la Rossa di Maranello e la diretta concorrenza, qualche dubbio persiste invece sul passo gara: Antonelli ha sfoggiato un ritmo notevole, mentre il ferrarista con il numero 16, a parità di mescola e complice il tanto traffico incontrato, non ha potuto girare con pista libera, aspetto che ne ha condizionato la costanza e il potenziale stesso, fatta eccezione per alcuni lampi promettenti emersi nel corso della simulazione.
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ll nativo di Monaco, tuttavia, non è apparso preoccupato dei mancati riscontri con il serbatoio carico, né ha ostentato eccessiva sicurezza per la temporanea prima fila centrata nelle prove insieme ad Hamilton.
Come riportato dal sito ufficiale della Ferrari, l’alfiere della Rossa ha commentato i risultati del venerdì dell’Hungaroring dichiarando:
“La nostra performance sembra buona, e questo è sicuramente un aspetto positivo, ma il week-end è ancora lungo e dobbiamo lavorare sodo per assicurarci le prime posizioni anche in qualifica, perché non credo che il vantaggio visto nelle prove sugli avversari sarà lo stesso. Mi aspetto delle qualifiche molto combattute, e noi dovremo svolgere un lavoro perfetto. Se riusciremo a mantenere le stesse sensazioni di guida di FP1 e FP2, sono certo che disputeremo delle buone qualifiche”.
Pensare gara per gara e imparare a gestire le emozioni.
È stato questo il consiglio che Roger Federer ha regalato ad Andrea Kimi Antonelli durante il loro incontro a Wimbledon, ed è esattamente con questa filosofia che il pilota italiano sta affrontando la corsa al Mondiale.
Una lezione che ha dato i primi frutti domenica scorsa in Belgio, dove il leader del campionato è tornato al successo riscattando il guasto di Silverstone che aveva consegnato la vittoria a Charles Leclerc.
Sul circuito da sempre considerato l’Università della Formula 1, il portacolori della Mercedes è tornato a dettare legge, impensierito soltanto dal monegasco della Ferrari, unico capace di tenere a tratti il ritmo della sua W17.
Archiviato il capitolo Spa-Francorchamps, dove il bolognese ha allungato in classifica sul compagno di squadra George Russell, costretto al ritiro dopo un contatto con Lewis Hamilton, l’attenzione si è subito spostata verso l’imminente appuntamento di Budapest.
Nella conferenza stampa post-gara, Antonelli ha analizzato le proprie aspettative in vista dell’Hungaroring:
“Mi aspetto che tutte e quattro le squadre di punta siano molto vicine perché lì non ci sono particolari problemi di gestione delle batterie. L’utilizzo della potenza sarà estremamente equilibrato, quindi sarà un tracciato per certi versi simile a Monaco, dove si cerca semplicemente di guidare il più velocemente possibile. Sarà interessante: la lotta tra di noi si preannuncia davvero serrata ed è per questo che diventerà fondamentale riuscire a mettere insieme ogni singolo elemento”.
Gli enormi limiti palesati dalle nuove Power Unit sin dal loro avvento in Formula 1, contestualmente al nuovo regolamento tecnico, continuano a rappresentare il principale tema di discussione all’interno del paddock.
Gli ultimi due Gran Premi disputati a Silverstone e Spa-Francorchamps, circuiti caratterizzati da lunghi rettilinei e curvoni ad alta velocità, non hanno fatto altro che alimentare il malcontento generale tra addetti ai lavori e appassionati.
Ancora una volta, infatti, è emersa con estrema brutalità l’inadeguatezza dell’attuale ripartizione 50/50 tra motore termico e componente ibrida.
Tra una regia internazionale costretta nuovamente a ridurre al minimo le riprese on-board per celare l’eccessivo clipping delle monoposto sui rettilinei e le aspre critiche dei piloti — su tutti, come ormai consuetudine, Max Verstappen —, appare sempre più chiaro come siano necessari interventi significativi sia nel breve sia nel lungo termine.
Al termine della gara disputata tra le Ardenne, Martin Brundle, voce storica di Sky Sports F1 UK, ha sintetizzato alla perfezione il sentimento diffuso nei confronti delle nuove norme e le tante complessità che le caratterizzano:
“Penso che stiano tutti facendo fatica a comprenderle appieno. Mi sono venute le lacrime agli occhi perché abbiamo perso tutte le curve più belle a Silverstone, e la stessa identica situazione si è verificata poi a Spa. Questi nuovi regolamenti penalizzano enormemente i circuiti ad alta velocità”.
Sebbene non manchino i momenti in cui queste vetture riescano ugualmente a offrire spettacolo, l’ex pilota di Formula 1 auspica che chi di dovere possa archiviare l’attuale impianto normativo nel minor tempo possibile:
“Stanno lavorando per risolvere la questione in vista del 2027 e del 2028, ma bisogna liberarsi di questo concept il prima possibile, nel 2030 o nel 2031. In ogni caso, questo è quello che passa il convento al momento. Quando sono in pista il venerdì, queste vetture sembrano davvero veloci ed è divertente vederle lottare fianco a fianco mentre si superano a vicenda, ma ad oggi devono fare i conti con parecchie complessità”.
Il Gran Premio del Belgio, conclusosi con un solido secondo posto per Charles Leclerc, ha messo in luce tutta l’aggressività e la classe nei duelli corpo a corpo del monegasco, più volte esposto agli attacchi degli avversari lungo il rettilineo del Kemmel a causa del deficit di potenza della sua SF-26.
Per difendere la posizione, il numero 16 è stato costretto a mostrare gli artigli, esibendosi in frenate al limite prima della sequenza di Les Combes e portando i rivali ad alzare il piede per evitare il peggio.
Una di queste difese estreme, tuttavia, ha portato a un contatto con Oscar Piastri, finito inevitabilmente sotto la lente d’ingrandimento della Direzione Gara, ma i commissari, dopo aver analizzato l’episodio, hanno comunque ritenuto l’alfiere del Cavallino incolpevole.
Secondo quanto riportato nelle note ufficiali degli steward, infatti, la leggera collisione fra i due è stata liquidata come un normale incidente di gara.
La responsabilità del contatto non è stata imputata a Charles, colpevole secondo la McLaren di aver stretto il numero 81 verso l’esterno, bensì allo stesso Piastri, per aver insistito nel tentativo di sorpasso nonostante non ci fosse lo spazio necessario per completare la manovra.
Una lettura, questa, che ha lasciato completamente interdetto l’australiano, il quale si è così espresso in zona mista:
“Il contatto con Charles ha causato un danno alla mia vettura, influendo parecchio sul bilanciamento. Dal mio punto di vista ero sulla linea bianca e sono stato stretto. Prima di tutto, credo che siamo stati molto fortunati a evitare un incidente più grave, perché ci siamo praticamente toccati con le ruote all’inizio della zona di frenata. Onestamente non so dove sarei dovuto andare. Non sto dicendo necessariamente che dovesse esserci una penalità, ma almeno una bandiera bianca e nera. Non possiamo ritenere che una manovra del genere sia del tutto accettabile. Un conto è avere un leggero contatto come quello, ma dare anche l’incentivo ai piloti a lasciare agli altri il minimo spazio possibile sapendo di poterla fare franca non mi sembra una situazione positiva per le corse“.
Vincere ha molti significati, e non tutti si lasciano misurare.
C’è la vittoria certificata, quella che il mondo riconosce senza esitazione – che consegna trofei, denaro, fama, gloria immediata e imperitura memoria.
Quella che finisce sui giornali, che campeggia sui titoli, che si conta e si cataloga nella storia. E poi esiste un’altravittoria, più silenziosa e più difficile da spiegare, quella che non porta con sé nulla di materiale eppure porta qualcosa di infinitamente più raro: una consapevolezza.
Quella dei campioni veri, di quelli che lo sono nel profondo, prima ancora che sui tabelloni dei risultati.
Perché essere campioninon significa necessariamente vincere. Significa, spesso, qualcosa di molto più complesso e molto più solitario.
Charles Leclerc tutto questo lo sa. Lo sa nel modo in cui si sanno le cose che si sono imparate a proprie spese, nel silenzio, senza che nessuno te le insegnasse davvero.
A Spa-Francorchamps, il suo secondo posto vale meno di una vittoria per la stampa. Viene quasi ignorato, oscurato dalla luce più intensa e più giovane di Antonelli.
Ed è paradossale – profondamente paradossale – che ciò che stiamo osservando, se non è una vittoria, non sapremmo come altro definirlo.
Perché Leclerc guida da fenomeno.
Spinge la sua vettura oltre ogni limite ragionevole, la porta dove altri non oserebbero, e lo fa con quella ferocia controllata che appartiene soltanto a chi ha già attraversato il fuoco e ne è uscito con qualcosa di diverso – non le cicatrici di chi ha perso, ma la lucidità di chi ha capito.
Dietro ci sono mesi di buio. Mesi passati in ombra, schiacciato dal peso di una scelta compiuta anni fa e mai ritrattata: affidarsi interamente a un sogno.
Vincere in Formula 1 con la Ferrari. Un sogno che, detto così, sembra accessibile – quasi comune, quasi banale.
Non lo è. Non lo è mai stato.
Perché il sogno in sé è semplice, ma è tutto ciò che gli sta attorno a essere straordinariamente difficile.
Guidare dall’inizio alla fine senza cedere al rumore esterno. Ignorare le voci, i confronti, i dubbi altrui.
Sopportare, in silenzio, che compagni di kart – che forse battevi anche – continuino a vincere davanti ai tuoi occhi, mentre tu cerchi ancora il momento che ti appartiene.
Ma ognuno ha il suo percorso.
E questa è forse l’unica verità che conta davvero, quando si smette di guardare le classifiche e si inizia a guardare le persone.
Il percorso di Charles Leclerc non può che essere rosso.
Non per contratto, non per convenienza.
Ma per vocazione, per destino, per quella forma di amore irrazionale e totalizzante che non chiede permesso e non accetta alternative.
È uno di quegli amori sbagliati che non riesci ad abbandonare, non perché tu non possa, ma perché nel profondo sai che è l’unicoposto al mondo in cui ha senso stare.
E allora si va avanti. Si spinge oltre. Si arriva secondi a Spa e si vince lo stesso, anche se il mondo, per ora, ancora non lo sa.
Il Belgio è un Paese piccolo che si è dato tre lingue, un solo re e un’infinità di modi per litigare pacificamente su tutto.
È la sede del Parlamento Europeo, dove si decide il destino del continente tra una riunione e un waffle. Poi, in mezzo alle Ardenne, qualcuno ha avuto l’idea di scavare Spa-Francorchamps. E lì, tutta quella pacatezza belga va a farsi benedire.
Perché Spa non è un circuito, è un capriccio del terreno che la Formula 1 ha deciso di addomesticare senza mai riuscirci del tutto. Il sole può splendere a Les Combes mentre a Stavelot, due chilometri più in là, sta già diluviando. È l’unico posto al mondo dove anche il meteo si iscrive al Mondiale con pieno diritto di voto.
E poi c’è l’Eau Rouge-Raidillon, che non è una curva: è un patto di fiducia rinnovato ogni anno tra il pilota e la fisica, con la fisica che finora ha sempre avuto l’ultima parola. Da queste parti sono passati tutti, e tutti hanno lasciato un segno. Spa non misura solo chi va più veloce. Misura chi ha ancora qualcosa da dimostrare.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 8: Inno di Mameli, tortellini alla bolognese e ricchi cotillon. Antonelli è lo scolaretto pettinato con la riga, è il pozzo di San Patrizio, è l’erba del vicino, vincente in un Gran Premio nel quale è andato tutt’altro che a Spa-sso. Recupera il maltolto di Silverstone, lasciando a bocca asciutta un Giorgino uscito subito di scena. Se l’inglese fosse il personaggio di un film horror, sarebbe il figurante che si fa divorare dallo zombie nella scena iniziale. Peccato davvero, perché sarebbe stato interessante vedere la vera differenza tra i due a parità di vettura, su una pista che notoriamente premia chi ha il coraggio di tenere il piede sull’acceleratore. Invece l’esperimento è saltato al primo giro, e la curiosità resta lì, arenata nella ghiaia. Saluti e baci.
Ferrari, voto 8: La Ferrari è come il caldo: più che i dati conta il percepito. E questo week-end, francamente, è stato migliore del previsto. Su una pista che prometteva sofferenze, la Rossa ha invece tenuto botta, portando a casa una gara solida e convincente. E poi, perbacco, il primo colpo di fortuna per Carletto! Quando la Virtual Safety Car stava per trasformarsi in un pit-stop da manuale, il mio lato superstizioso ha preso il sopravvento: ho sparso sul pavimento più sale di Neil di Art Attack. Ha funzionato.
Meno fortunato Sir Luigi, che raccoglie decisamente meno di quanto aveva seminato. E a essere raccolto, purtroppo, è stato pure un meccanico, travolto nella concitazione del pit-stop. Caro Lewis, se il cambio gomme non ti soddisfa, evita perlomeno di falciare la crew: non ti hanno nemmeno mai chiesto la mancia.
McLaren, voto 7: Davvero un buon lavoro per il Champ, che ci ha fatto divertire in quella che per McLaren è stata, altrimenti, una gara da sonni profondi. Rimonta con la fretta di un corriere, al pit perde 6 litri di tempo e nonostante questo chiude a una distanza totalmente accettabile dal compagno di scuderia. Applausi per il tentativo, quantomeno. E Piastri? Incolore, come gli capita spesso ultimamente. Chi riesce a spiegarne le ragioni vince una bambolina. Io, onestamente, ho smesso di provarci da un paio di week-end. Lui anche, mi sa.
Red Bull, voto 7: Dal regista di Missione più che possibile, un’altra domenica sopra le righe per il duo Red Bull. Verstappen tira fuori il solito repertorio di prodigi, trasformando una macchina non perfetta in qualcosa che assomiglia tremendamente a una candidata alla vittoria. Il vero capolavoro, però, lo firma Hadjar. Partiva da una galassia lontana lontana, eppure chiude con una P6 che profuma d’impresa. Il francesino è in uno stato di forma talmente smagliante che, quando gli scattano una foto, è il flash a rimanere accecato.
A questo punto la domanda è una sola: riuscirà questa Red Bull a vincerne una prima della fine del Mondiale? Se avete la risposta, scrivetela su un foglietto e inviatecela via fax. Le consegne tramite piccione sono sospese per il periodo estivo.
Haas, voto 5: Ormai il povero Ocon è salito sul carro di certe mammole che, in Formula 1, cominciano a sentire il ticchettio dell’orologio. E con il caldo estivo sembra essersi sciolta anche un po’ della sua già precaria tenuta. Ciccio, quando ogni domenica ti ritrovi a battagliare gomito a gomito con le Cady, vuol dire che i gelati sono proprio finiti. Dai, su. Largo ai giovani.
Audi, voto 7: Stai a vedere che forse abbiamo sfatato quel modo di fare tutto chiacchiere e distintivo che distingueva la Compagnia degli Anelli. È Bortoleto il man of the match, forse tra le prime vere dimostrazioni in Formula 1 di un talento così grande da poterne far scarpetta. P8 per una vettura che non è di certo un bisturi da chirurgo plastico, ma che nelle sue mani sembra improvvisamente meno grezza, meno approssimativa.
Dall’altra parte del box, invece, Hulk vive un fine settimana da comparsa. Sempre in affanno, mai davvero nel ritmo, finisce per fare da spettatore al compagno proprio quando serviva l’esperienza del veterano. Se Bortoleto ha acceso la luce, Nico ha passato il week-end a cercarne l’interruttore.
Racing Bulls e Alpine, voto 7: A braccetto per tutto il Gran Premio. E chi sono io per dividerli? Se le sono date di santa ragione dal primo all’ultimo giro, regalando uno dei duelli più belli della domenica. Peccato che la FOM abbia deciso di trattarlo come un segreto di Stato: non un’inquadratura, non un replay, non un briciolo di attenzione. Più che una regia, un atto di vilipendio al Motorsport. A godersi lo spettacolo sono rimasti soltanto i tifosi sulle tribune e gli abitanti di Spa, gli spartani, che almeno hanno potuto voltare la testa e seguirseli dal vivo. Tutti gli altri, invece, dovranno fidarsi della parola di chi c’era: ed è un peccato, perché quella battaglia meritava molto più di qualche cronometro in sovrimpressione.
Williams, voto 4: I due piloti Williams sono rimasti trattenuti all’assemblea condominiale. Punto quinto all’ordine del giorno: ripartizione millesimale delle spese per l’ascensore. Albon sosteneva di vantare un rimborso arretrato dal 2019, Sainz chiedeva invece il rifacimento della facciata, ma ahimè i bonus sono scaduti da un pezzo. Due ore di discussione, tre sospensioni, una minaccia di chiamare l’avvocato e, naturalmente, quorum mancato. La delibera salta ancora e l’unica decisione approvata all’unanimità è mettere a verbale che l’amministratore è un cornuto. Carlitos, però, la serata l’ha comunque salvata: la Spagna si laurea Campione del Mondo e lui si affaccia al balcone urlando “Campeones!” con tale entusiasmo da costringere il vicino del terzo piano a minacciare querela. In pista, invece, la Williams è rimasta fedele allo spirito dell’assemblea: tanto rumore, tante parole e nessuna decisione che cambiasse davvero le cose.
Aston Martin, voto 2: Altro che Nolan, questa è la vera Odissea. Ogni Gran Premio è un nuovo capitolo di un viaggio che sembra non finire mai, con la Verdona di Silverstone costretta a navigare tra più problemi che chilometri. L’elenco dei guai è talmente lungo da sembrare una delle infinite liste di Salvini. In qualifica restano affacciati al davanzale, in gara il distacco è talmente ampio che ormai viene espresso in ferie maturate anziché in secondi. Se gli aggiornamenti non funzionano, più che Adrian Newey servirà uno psichiatra di reparto. Che disastro.
Cadillac, voto 3: In attesa di metalli più pregiati, in Cadillac si godono queste due facce di bronzo. Tra un oh issa e un oplà, Perez saluta anzitempo per una buona dose di sfortuna, mentre Bottas resta più introvabile dell’indirizzo di casa di Saviano. Le uniche apparizioni televisive arrivano durante i doppiaggi. E lì confesso di aver avuto un dubbio: ero convinto che con la bandiera blu ci si dovesse spostare. Ma si sa, Paese che vai, usanza che trovi. Per il resto, il nulla cosmico. Prossima fermata? Il carrello dei bolliti. E, al ritmo attuale, rischiano pure di perderlo.
La domenica di Spa-Francorchamps ha lasciato in dote a George Russell una pesante scia di tensioni e malumori.
La domenica del nativo di King’s Lynn sul leggendario tracciato di Spa-Francorchamps si è trasformata in un calvario fin dalle primissime battute.
Il pilota britannico si è prima ritrovato privato della piena disponibilità di potenza e di energia elettrica, una carenza che lo ha reso una preda vulnerabile sul rettilineo del Kemmel, poi coinvolto in un contatto con Lewis Hamilton che ne ha provocato il ritiro.
“Eravamo molto vicini a Lewis“, ha ricostruito un amaro Russell ai microfoni di Sky Sport F1 Italia, analizzando i concitati momenti precedenti al DNF. “Non avremmo dovuto trovarci in quella posizione, innanzitutto perché non avevo potenza, non avevo energia”.
“Sono stato superato da Leclerc e da Piastri ed è stato pericoloso, onestamente”, ha sottolineato il britannico.
Interpellato sulla possibilità che si trattasse della replica del problema già riscontrato a Silverstone, il 63 ha stroncato ogni dubbio con una secca smentita:
“No, si è trattato di un altro problema”.
È proprio in questo scenario che le dichiarazioni del britannico hanno assunto un peso politico specifico enorme, spostando l’asse del discorso sul delicatissimo confronto interno con l’altro alfiere di Brackley, Andrea Kimi Antonelli.
Russell ha infatti lanciato un messaggio perentorio ai vertici della Stella, pretendendo garanzie assolute sulla parità di trattamento tecnico all’interno del box.
“Voglio soltanto che la mia macchina sia la stessa di Antonelli”, ha scandito Russell, alzando sensibilmente i toni del dibattito. “Non chiedo nulla di più. Soltanto la stessa macchina, ed è quello che cercherò di avere”.
È stato un Gran Premio del Belgio tutto cuore e grinta quello vissuto da Charles Leclerc, secondo sotto la bandiera a scacchi al termine di una gara che ha visto il pilota della Ferrari protagonista di una prestazione di altissimo livello, fatta di determinazione, lucidità e carattere.
Dopo un primo giro praticamente perfetto, che gli ha consentito di conquistare quasi immediatamente la seconda posizione, il monegasco ha saputo sfruttare al meglio la sosta in regime di Virtual Safety Car, ritrovandosi così al comando della contesa.
Una leadership difesa con le unghie e con i denti dagli attacchi dell’arrembante Mercedes di Andrea Kimi Antonelli che, forte anche del vantaggio sul piano motoristico, giro dopo giro è riuscito a ricucire il distacco e a prendersi infine la vittoria.
Il secondo posto finale rappresenta comunque un risultato di enorme valore, sia dal punto di vista tecnico sia sotto quello emotivo, a conferma della costante crescita della Ferrari e di un Cavallino che adesso può guardare con ancora più fiducia al prossimo appuntamento in Ungheria, dove, almeno sulla carta, la SF-26 potrebbe esaltare ancora di più le proprie caratteristiche.
“Le lacune che ci aspettavamo le avevamo comunque, ma abbiamo fatto di tutto per arginarle “, ha dichiarato Leclerc ai microfoni di Mara Sangiorgio per Sky Sport F1 Italia.
“La partenza è stata divertente, abbiamo avuto un deployment molto forte fuori dalla Eau Rouge e quello mi ha permesso di sorpassare sia Russell che Verstappen sul rettilineo. Poi abbiamo avuto anche un po’ di fortuna con la Virtual Safety Car, ma me la prendo. Facevamo comunque fatica nei rettilinei, però il passo non era male. Sono rimasto sorpreso quando Kimi mi ha passato, perché pensavo che sarebbe andato via facilmente. Invece, con la scia sono rimasto lì e ci ho creduto fino alla fine, ma non ne avevamo abbastanza “.
Incalzato infine su una Ferrari potenzialmente favorita in Ungheria, il pilota di Monte-Carlo ha preferito mantenere un profilo basso:
“Abbiamo la consapevolezza che la nostra macchina si adatterà di più a Budapest rispetto che qui a Spa-Francorchamps, però anche a Monaco siamo arrivati pensando di essere i favoriti. La Mercedes ha una grande macchina anche quando si tratta di modificare gli assetti per andare forte in circuiti più tecnici, quindi non penso che saremo favoriti. La Mercedes è un passo avanti a noi al momento, ma faremo di tutto per esserci se ci sarà l’opportunità di vincere ” .