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  • Leclerc: “In auto non puoi dubitare mai, devi seguire cuore e intuito”

    Leclerc: “In auto non puoi dubitare mai, devi seguire cuore e intuito”

    Per quanto il calcolo strategico, con il suo fascino austero, sia una colonna portante dell’arte del guidare, a ricoprire un ruolo decisivo, indirizzando i piloti fra i pericoli delle curve più veloci, è sempre stato l’istinto.

    Quel cuore cieco alla paura che ha sempre sovrastato la voce della logica, soffocandola anche quando l’orizzonte si esauriva nell’asfalto delle piste di kart e l’unica regola consisteva nel non alzare il piede dall’acceleratore.

    Quello stesso viscerale richiamo cui anche Charles Leclerc ha sempre dato ascolto, trasformandolo nel suo marchio di fabbrica e ponendo proprio la capacità di “gettare il cuore oltre l’ostacolo” alla base delle sue vittorie più spettacolari.

    Ed è così che il monegasco ha conquistato l’ammirazione del popolo ferrarista: mettendo un talento straordinario al servizio di imprese apparentemente impossibili, lanciandosi in sorpassi mozzafiato e ignorando le difficoltà e i limiti, fisici e tecnici, delle vetture.

    Perché è proprio quest’innato coraggio, questa insofferenza ai richiami della paura che contraddistingue i piloti capaci di regalare le emozioni più grandi, di mostrare al pubblico la dirompente passione che arde nel loro animo.

    Piloti come Charles, che già in quel soleggiato pomeriggio del 2019 incantò per la prima volta gli spalti di Monza con la sua indole spregiudicata, piantando il seme di un amore oggi ancora più forte e incondizionato.

    In occasione della recente puntata del podcast “Passa dal BSMT”, Leclerc, raccontando della propria carriera, ha tracciato un quadro piuttosto nitido di questo audace approccio che lo guida all’interno dell’abitacolo.

    “In Formula 1 la fiducia è importantissima. Quando entri in macchina non puoi dubitare neanche per un attimo, perché correndo a quelle velocità in certe curve forse è meglio chiudere gli occhi. Scherzi a parte, forse non è il caso (ride, ndr), però spesso devi staccare un po’ la mente e non preoccuparti di come possano andare le cose: devi solo andare, andare con il cuore, con l’intuizione e basta, ha infatti spiegato Charles, sintetizzando una filosofia che trova la sua espressione più autentica proprio in questo romantico abbandono al brivido della velocità.

  • Williams non si arrende: da Mercedes un innesto di esperienza per risalire la classifica

    Williams non si arrende: da Mercedes un innesto di esperienza per risalire la classifica

    Dopo le prime tre gare della stagione 2026, appare ormai chiaro come la situazione a Grove sia ben lontana dal definitivo rilancio atteso da ormai molti anni.

    Nonostante nello scorso campionato Williams avesse dedicato buona parte delle proprie risorse allo sviluppo dell’attuale vettura, quest’ultima ha iniziato la stagione afflitta da numerosi problemi.

    La FW48 è nata significativamente al di sopra del peso minimo regolamentare, oltre a essere carente dal punto di vista telaistico e aerodinamico, cosa che le impedisce di sfruttare il potenziale della Power Unit Mercedes.

    In questo scenario, il recente arrivo dell’esperto tecnico Dan Milner proprio dalla compagine capitanata da Toto Wolff appare un primo, ma deciso, segnale di reazione.

    Milner, che presso Mercedes ricopriva il ruolo di capo della ricerca e sviluppo, porta con sé una notevole esperienza maturata in 14 anni di militanza presso le strutture di Brackley, fin dai tempi in cui quella sede era ancora di proprietà della Honda Racing, per poi trasformarsi in Brawn GP e infine nell’attuale scuderia pluricampione.

    Approdato pochi giorni fa nello storico team inglese, dopo alcuni mesi di gardening leave, ha immediatamente accolto la nuova sfida con entusiasmo dichiarando:

    “Dopo 20 anni di collaborazione con Brackley, è il momento giusto per affrontare una nuova sfida. Williams ha un piano chiaro e ambizioso per il futuro, e non vedo l’ora di portare la mia esperienza e le mie conoscenze per contribuire ad accelerare questo percorso, trasformando le idee in prestazioni in pista“.

  • Piastri: “Le domande che prima mi faceva Webber ora me le pongo da solo”

    Piastri: “Le domande che prima mi faceva Webber ora me le pongo da solo”

    Dopo il secondo posto nel Mondiale dello scorso anno e un inizio di stagione altalenante, Oscar Piastri ha scelto di intervenire su uno degli aspetti più delicati della sua carriera, ovvero la gestione del proprio entourage.

    Il pilota della McLaren, infatti, ha preferito ridisegnare parzialmente la propria struttura di supporto, con una modifica significativa che riguarda il ruolo del suo storico manager, Mark Webber.

    L’obiettivo non sembra essere una semplice riorganizzazione logistica, bensì un passo preciso verso una nuova fase della carriera dell’australiano, sempre più orientata all’autonomia decisionale e alla crescita personale all’interno del paddock.

    A confermarlo è stato lo stesso Piastri, che ai microfoni di Fox Sports ha voluto chiarire la natura della scelta, allontanando qualsiasi ipotesi di tensione interna:

    “Non c’è stato nulla di specifico che abbia portato a questo cambiamento. Abbiamo semplicemente deciso di fare le cose in modo un po’ diverso. Mark è ancora molto coinvolto e siamo rimasti in contatto costante nelle ultime settimane”.

    Le parole del venticinquenne evidenziano come il rapporto tra i due resti solido, nonostante una presenza meno costante nei week-end di gara, ma mostrano anche un’evoluzione personale ormai evidente:

    “Prima c’erano molte domande che non mi ponevo nemmeno: era Mark a farle per me. Adesso invece mi vengono naturali, fanno parte del mio modo di lavorare. È un cambiamento normale, legato all’esperienza che sto accumulando. Abbiamo quindi deciso che, semplicemente, non sarà più presente in pista così spesso. Tuttavia, continua a essere una parte molto importante del mio percorso e del mio team, soprattutto per quanto riguarda le decisioni più grandi fuori dalla pista“.

    Si tratta di un’evoluzione più che di una rottura: Webber continuerà infatti a gestire gli aspetti strategici e commerciali, mentre sul campo il riferimento principale sarà Pedro Matos, figura già centrale nel percorso di crescita di Piastri sin dalle categorie propedeutiche.

    La scelta, dunque, nasce da una precisa volontà di rinnovamento. Un passaggio quasi fisiologico per un pilota che, dopo anni di apprendistato e una rapida ascesa, sente la necessità di assumere un controllo sempre maggiore del proprio percorso.

  • Leclerc: “A fare la differenza in F1 è la testa, non il talento”

    Leclerc: “A fare la differenza in F1 è la testa, non il talento”

    Ormai da diverso tempo, la Formula 1 non è più soltanto una questione di abilità di guida o di pura maestria al volante.

    L’altissimo livello professionistico raggiunto oggi dai piloti, infatti, ha fatto sì che essi debbano eccellere in molteplici aspetti, non ultimo quello psicologico.

    Intervistato da Gianluca Gazzoli nell’ultima puntata del podcast “Passa dal BSMT”, Charles Leclerc ha parlato delle abilità mentali richieste a un pilota di Formula 1, spiegando come sia questo aspetto, e non il talento vero e proprio, a fare la differenza quando ci si confronta ai massimi livelli:

    “Tutti i piloti di Formula 1 hanno talento, ma ciò che fa la differenza è la mentalità. Quando riesci a mettere da parte le emozioni per essere al tuo massimo nel giro che conta in Q3, o in un Gran Premio quando hai la pressione addosso e devi fare un sorpasso, sono queste le cose che pesano rispetto al talento puro”.

    Il ferrarista ha raccontato di aver iniziato questo speciale tipo di preparazione da adolescente, traendone grande beneficio in tutte le fasi successive della propria carriera:

    “Quando avevo 11 anni sono andato in un centro a Viareggio che si chiama Formula Medicine. Lì ho iniziato a fare preparazione mentale per la concentrazione e per imparare a controllare le emozioni nel modo migliore: è stato un grande vantaggio per il resto della mia carriera. Anche in passato vi erano piloti attenti all’aspetto mentale, ma ovviamente adesso, con la tecnologia, c’è molta più consapevolezza e ci sono molti più strumenti per migliorare queste performance. Ad esempio, io uso una fascia che metto in testa e mi dice quando sono concentrato o quando sono rilassato: aiuta tantissimo a capire quali siano le sensazioni che provi quando sei super concentrato, oppure stressato e così via. Aver iniziato a lavorarci così presto mi ha dato la possibilità di essere più consapevole di come mi sentivo, permettendomi di gestire i momenti difficili, o anche quelli positivi, in maniera un po’ più ragionata”.

  • Leclerc: “Far sorridere mio padre e Bianchi da lassù è tra le mie motivazioni più grandi”

    Leclerc: “Far sorridere mio padre e Bianchi da lassù è tra le mie motivazioni più grandi”

    Vincere sulle strade di casa, quelle dove sei cresciuto, dove hai mosso i primi passi e iniziato a coltivare desideri, ambizioni, gioie e delusioni, è qualcosa di raro – forse unico – nella storia della Formula 1.

    Un sogno che solo un circuito come Monte Carlo può regalare e che Charles Leclerc ha trasformato in realtà il 26 maggio 2024, in quella che anche a distanza di tempo resta una giornata scolpita nella mente e nel cuore di ogni appassionato.

    Un successo, questo, arrivato dopo una serie di sfortune che avevano caratterizzato negli anni precedenti la gara di casa del numero 16 della Ferrari, e che forse proprio per tale ragione ha assunto un significato ancora più profondo: quello di culmine di un percorso costruito con talento, sacrificio e determinazione.

    Ma, soprattutto, è stata la realizzazione di un sogno coltivato fin dall’infanzia, che Leclerc non ha potuto però condividere con due figure fondamentali della sua vita: suo padre Hervé e Jules Bianchi.

    Proprio a loro, infatti, è andato il pensiero più intenso dopo quella vittoria.

    Al podcast “Passa dal BSMT”, Leclerc ha raccontato con grande emozione ciò che avrebbe voluto vivere insieme a loro.

    Alla domanda di Gianluca Gazzoli – “Ci sono cose che hai fatto che avresti voluto condividere con Jules e tuo padre? ” – il monegasco ha risposto:

    Sicuramente la vittoria a Monaco, in Formula 1 con la Ferrari. È qualcosa che con mio padre abbiamo sempre sognato. È un momento molto speciale, ma in un certo senso sono sicuro che sia Jules che mio padre guardino e vedano tutto da lassù. È una cosa che mi sono sempre detto, ed è una delle mie motivazioni: continuare a farli sorridere “.

    Un’altra tappa fondamentale che il numero 16 avrebbe voluto condividere con loro è un momento unico nella vita di ogni uomo: il matrimonio.

    La seconda cosa è il mio matrimonio, perché è sicuramente un momento molto speciale per tutta la famiglia “.

    Parole, queste, che vanno oltre il pilota e raccontano la storia di un ragazzo che continua a portare con sé non solo i propri sogni, ma anche quelli di chi non c’è più, trasformandoli in forza, motivazione e in una corazza difficile da scalfire.

  • Leclerc e i social: “Per giudicarmi davvero, ho preferito staccarmi”

    Leclerc e i social: “Per giudicarmi davvero, ho preferito staccarmi”

    Nel racconto di Charles Leclerc, i social network non sono solo uno strumento di visibilità.

    Possono diventare anche un filtro che altera la percezione della realtà, soprattutto quando la realtà in questione è una gara di Formula 1, ovvero un evento complesso, stratificato e spesso ridotto a un’immagine, a un sorpasso o a un errore isolato.

    Intervistato al podcast “Passa dal BSMT”, il pilota monegasco ha spiegato con grande chiarezza il motivo del suo progressivo allontanamento dai social:

    “Per tanti anni sono stato molto online, però mi sono reso conto che quello cambia un po’ la percezione di certe performance che facevo in gara”.

    È da qui che parte la sua riflessione, che non riguarda la presenza pubblica in sé, ma il peso che il commento esterno finisce per avere sul giudizio personale.

    Leclerc, infatti, non ha rinnegato del tutto quel mondo. Anzi, ha precisato di voler continuare a curare in prima persona la propria immagine:

    “Scelgo ovviamente tutte le foto, tutte le caption, perché per me i social devono sempre essere qualcosa di genuino e autentico”.

    Il punto, però, è un altro: la distanza necessaria per proteggere lucidità e imparzialità.

    “Oggi tutto viene commentato in bene o in male, e per come sono fatto io questo mi influenza decisamente”.

    Il passaggio più interessante arriva quando Leclerc descrive il modo in cui un singolo frammento può deformare il giudizio complessivo di una prestazione:

    “Ci sono state gare dove riguardi tutto e dici: «Io so di non aver fatto bene», però viene inquadrato un sorpasso incredibile all’esterno e la percezione diventa l’opposto”.

    E, viceversa, può accadere il contrario: una corsa solida, persino eccellente, compressa e infine tradita da un solo episodio negativo, amplificato dai commenti.

    Per questo la sua scelta è stata netta:

    “Per essere il più imparziale possibile nell’analizzare le mie performance in pista, ho preferito stare più lontano dai social e farmi da solo il vero giudizio”.

    È una riflessione che tocca il rapporto sempre più delicato tra prestazione sportiva e narrazione digitale. E che, nelle parole di Leclerc, restituisce una verità semplice: in un tempo in cui tutto viene immediatamente esposto, difendere il proprio sguardo può diventare una forma di equilibrio.

  • Leclerc: “Al simulatore svolgo sessioni da 8 o 9 ore, per me è come se stessi ai videogiochi”

    Leclerc: “Al simulatore svolgo sessioni da 8 o 9 ore, per me è come se stessi ai videogiochi”

    Da ormai diversi anni, il mondo delle corse fa sempre più affidamento sui simulatori per ottenere un numero maggiore di dati, utili ai team per conoscere in maniera più approfondita la vettura. Le corse virtuali, inoltre, sono diventate uno dei metodi più praticati dai piloti per allenarsi e mantenersi attivi anche nei periodi di stop, grazie anche al crescente numero di titoli pubblicati sul mercato videoludico.

    Max Verstappen è stato il pioniere di questa nuova tendenza del pilota a 360 gradi, disposto a gareggiare sia nella vita reale sia ai simulatori a distanza di poche ore da una sessione all’altra, o addirittura durante i periodi di pausa di un evento reale, come accaduto più volte nel corso dei Gran Premi di Formula 1.

    Nella recente intervista rilasciata al noto podcast “Passa dal BSMT”, Charles Leclerc ha sottolineato l’importanza della simulazione virtuale per un pilota di Formula 1, affermando: “Dopo ogni gara andiamo al simulatore, facciamo i test di correlazione, proviamo a individuare le piccole differenze con la realtà, per poi provare a cambiarle, tentando di rendere i riscontri del mondo virtuale più simili a quelli reali. Siamo arrivati al punto dove facciamo i piccoli cambiamenti che apportiamo nella vita reale e che testiamo una volta scesi in pista, e tutto ciò è veramente molto bello”.

    Il monegasco ha poi evidenziato la frequenza con cui si dedica ai videogiochi e al simulatore: “I videogiochi mi sono sempre piaciuti, durante il COVID giocavo parecchio, ma adesso, considerando anche il matrimonio, il tempo a disposizione si è ridotto parecchio. I giorni liberi non sono più tanti, e tendenzialmente sono al simulatore un giorno prima del Gran Premio e un giorno dopo, con sessioni di circa 8 o 9 ore. Prima ci prepariamo per il week-end vero e proprio, mentre dopo cerchiamo la correlazione tra mondo reale e virtuale. Ad ogni modo, per me usare il simulatore è gratificante ed è come se stessi videogiocando”.

  • Leclerc: “Ferrari unisce bimbi, anziani, tutti. Per questo è unica e speciale”

    Leclerc: “Ferrari unisce bimbi, anziani, tutti. Per questo è unica e speciale”

    Essere Ferrari” è molto più di una mera espressione divenuta popolare sui social negli ultimi anni: è da sempre un manifesto di identità, un senso profondo di unità e appartenenza alla Scuderia di Maranello, chiamando tutti, che si tratti di dipendenti, tifosi o piloti, a contribuire, ciascuno nel proprio ruolo, nella rincorsa verso il vertice.

    Essere Ferrari significa contribuire ogni giorno a qualcosa di più grande, ognuno con il suo ruolo, ognuno in modo costruttivo“, parole pronunciate qualche anno fa dal Presidente John Elkann, e che sintetizzano una filosofia condivisa e vissuta dentro e fuori dalla pista.Dal suo debutto con la Rossa nel 2019, nessuno ha incarnato questo spirito tanto quanto Charles Leclerc, distintosi per una dedizione e una resilienza che hanno fatto innamorare i tifosi, sempre pronto a gettare il cuore oltre l’ostacolo per la squadra, lottando contro qualsiasi avversità, vetture poco competitive e momenti in cui cedere allo sconforto sarebbe stato facilissimo.

    Nella recente intervista rilasciata al podcast “Passa dal BSMT“, il talento monegasco ha parlato proprio dell’unicità di far parte del mondo Ferrari, nel suo caso, prima da tifoso, poi da protagonista in pista:

    Essere un pilota della Ferrari è veramente speciale. Io sono stato da entrambi i lati: prima sono stato dal lato del tifoso, quello che guardava tutti i Gran Premi la domenica, tifando Ferrari e sperando che la Rossa vincesse. E adesso sono dal lato dove sono io in macchina e ho tutto il sostegno che prima ero abituato a dare, e che do sempre seppur in maniera diversa, perché adesso, essendo pilota, non posso permettermi di avere determinate emozioni, essendo dentro la macchina, e questo deve rimanere da parte. Però la passione e l’amore che ho per questa squadra rimane intatto. È quello che rende la Ferrari speciale“.

    Responsabilità, passione e un senso di appartenenza unico al mondo, che da sempre rendono la Ferrari un fenomeno globale che valica qualsiasi confine e unisce diverse generazioni, di cui Charles è, dal 2019 a oggi, uno degli interpreti più autentici:

    “È incredibile perché si tratta di un brand che riunisce tutte le generazioni, dai bimbi alle persone più anziane, e vediamo tantissima gente in tutto il mondo che tifa e che sogna la stessa cosa, ovvero riportare la Ferrari in cima, e questa è una grande motivazione”.

  • Montoya: “Antonelli Campione del Mondo? No, la pressione lo farà crollare”

    Montoya: “Antonelli Campione del Mondo? No, la pressione lo farà crollare”

    In Formula 1, anche la vittoria può portare con sé degli oneri.

    Perché persino dietro al profumo inebriante della gloria, capace di infondere una forza dirompente in chi ne assapora le dolci note, restano in agguato ombre e mostri spaventosi.

    Su tutti troneggia la pressione, in grado di farti scivolare giù dalla vetta nel volgere di un battito di ciglia.

    Di qui il dovere di resistere alla sua morsa, impedendo agli avversari di riaprire i giochi e cercare rivalsa.

    Un’impresa, questa, che Andrea Kimi Antonelli, ormai leader della classifica iridata, dovrà senza dubbio impegnarsi a portare a termine.

    George Russell, infatti, non si limiterà certo ad applaudire il successo del suo compagno di squadra: quei nove punti di vantaggio che il bolognese ha scavato su di lui sono un margine che il britannico non intende accettare passivamente.

    E mantenere la giusta lucidità mentale, mentre attorno a lui crescono aspettative e investiture precoci, non sarà cosa facile per Antonelli, un pilota che, per quanto straordinariamente talentuoso, porta in dote un solo anno di esperienza nella classe regina.

    A tratteggiare i contorni del futuro di questa lotta al titolo, dipingendo come sconfitta proprio la figura di Kimi, è stato Juan Pablo Montoya.

    Intervistato dal portale Casinostugan, il colombiano ha infatti stroncato le ambizioni iridate dell’italiano, individuando nella sua giovanissima età un fattore potenzialmente determinante in negativo.

    Non credo che Antonelli diventerà Campione del Mondo. Quando si renderà conto di essere in testa alla classifica la pressione potrebbe avere la meglio su di lui. È molto giovane e non ha mai vissuto una situazione simile”, ha spiegato, suggerendo che l’inesperienza del giovane italiano potrebbe impedirgli di governare al meglio un frangente così delicato.

    “È più facile essere il cacciatore che la preda. Quindi, se sei la preda e inizi a essere battuto, potresti andare in tilt e commettere vari errori”, ha concluso, prospettando un eventuale futuro crollo del numero 12, che potrebbe facilmente soccombere agli assalti di chi insegue, mostrando fragilità in un ruolo da lepre per il quale il tempo non lo ha ancora forgiato.

  • Leclerc: “Per la mia carriera i miei fratelli hanno smesso di correre. È stato doloroso”.

    Leclerc: “Per la mia carriera i miei fratelli hanno smesso di correre. È stato doloroso”.

    Non si diventa un pilota di Formula 1 con uno schiocco di dita.

    Dietro alla scalata che porta un giovane al volante delle monoposto più ambite del mondo c’è molto di più del puro talento: servono investimenti, fortuna e soprattutto sacrifici.

    Anche la carriera di Charles Leclerc ha dovuto fare i conti con queste variabili.

    Durante l’intervista rilasciata al podcast “Passa dal BSMT”, il monegasco si è aperto sul suo percorso personale, ricordando i suoi primi anni sui kart e raccontando di una mentalità riconoscente del presente, senza pensieri pesanti sul domani:

    “Da ragazzino non ci sono stati momenti in cui pensavo che non ce l’avrei fatta, ma nemmeno momenti in cui invece pensavo che ce l’avrei fatta. Diciamo che non è qualcosa a cui pensavo, perché mi sentivo super felice e super fortunato già solo all’idea di poter portare avanti la mia passione, che era ed è quella di guidare. Non guardavo già avanti di uno, due o tre anni, perché ero piccolo”.

    La strada per portare Charles al professionismo è stata costellata di decisioni familiari, a volte anche delicate e dolorose per gli altri membri.

    Per motivi di budget, infatti, gli altri due fratelli del pilota della Ferrari hanno dovuto farsi da parte, per dare priorità proprio al futuro numero 16 del Cavallino:

    “Se avvertivo la pressione derivante dal fatto che i miei fratelli abbiano dovuto smettere con i kart? È difficile dirlo, perché penso che mio fratello più grande abbia accettato la cosa più facilmente: aveva iniziato tardi, aveva già la sua età e stava conducendo già i suoi studi. Per mio fratello minore, invece, è stato molto più difficile perché era un bambino, e vedermi fare qualcosa che lui non poteva fare era doloroso per lui e io lo sentivo. Adesso per fortuna anche lui è un pilota professionista e io, grazie alla Formula 1, ho potuto aiutarlo a riprendere la sua carriera”.