Ci sono storie che finiscono inevitabilmente e inesorabilmente, senza appello e senza che nulla possa trattenerle, svanendo come tutte le cose che appartengono al tempo.
E poi esistono le altre, quelle che non sai spiegare e nonobbediscono ad alcunalogica, che proseguono nonostante tutto e nonostante tutti, sospinte da una forza che non ha un nome preciso e che, forse, non ha nemmeno bisogno di averlo.
Si va avanti e basta, senza una destinazione dichiarata e senza la certezza di arrivare integri alla fine, ammesso che una fine esista davvero.
CharlesLeclerc e la Ferrari vivono esattamente così, alla giornata, senza mappe, senza garanzie e senza conoscere il futuro nei suoi contorni più definiti. Si limitano a proseguire lungo un percorso che è stato folle, travagliato e a tratti incomprensibile, ma che con il passare degli anni ha acquisito una sua forma, una sua profondità e una sua inconfondibile identità.
Il monegasco di oggi è un uomo radicalmente diverso da quello di sette anni fa, avendo cucito addosso l’esperienza come una secondapelle, mettendo insieme i momenti positivi e quelli negativi fino a renderli indistinguibili.
Avrebbe potuto lottare per il Mondiale? Chissà, forse sì, ma non è questo il punto.
Il punto vero è continuare a credere contro ogni evidenza e contro ogni voce che sussurra che sia inutile, che non ne valga la pena o che esista un limite oltre il quale anche la fede più tenace si debba arrendere.
Lui quel limite non l’ha mai incontrato, o forse lo ha incrociato sul suo cammino e ha semplicemente scelto di ignorarlo.
A Silverstone, al termine di un Gran Premio logorante e imprevedibile come raramente accade, Charles Leclerc ha tagliato il traguardo davanti a tutti, regalandosi l’unica cosa che aspettava da sempre.
È proprio lì, in quell’istante sospeso tra la fatica e la gioia, che si capisce tutto, o almeno tutto ciò che c’è da comprendere di questa storia.
Quello tra Charles e la Ferrari è un legame che vorresti non finisse mai, pur senza un motivo logico a sostenerlo, perché sulla carta sembra tutto sbagliato tra attese tradite, stagioni mancate e occasioni sfumate sul più bello.
Eppure è proprio in questa apparente contraddizione che risiede la sua bellezza più autentica, trattandosi di uno sbaglio così tremendamente giusto da essere, in fondo, l’unica cosa sensata rimasta.
E allora si va avanti come sempre, inevitabilmente.
Silverstone. Un luogo che non appartiene soltanto alla Formula 1, ma alla sua mitologia. Qui non ci sono palme, yacht o montagne a fare da cornice. Ci sono prati sconfinati, cielo basso, nuvole capricciose e quell’aria inglese che sa essere malinconica anche in piena estate. È il tempio del Motorsport britannico, nato da un vecchio aeroporto militare e trasformato col tempo in una delle cattedrali della velocità.
Da queste parti la Formula 1 respira un’aria diversa. Si passa da Copse a Maggotts, da Becketts a Stowe come se fossero capitoli di un romanzo cavalleresco, nomi pronunciati con rispetto quasi religioso da piloti, ingegneri e appassionati.
Silverstone è la patria dei tifosi rumorosi, delle bandiere al vento, dei prati trasformati in campeggi e delle domeniche in cui il sole e la pioggia sembrano darsi appuntamento nello stesso pomeriggio.
E se Monza è il cuore, Silverstone resta probabilmente il battito.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 7: La fortuna aiuta gli audaci, ma col Giorgino sembra aver fatto proprio un’eccezione. Prestazione in do minore la sua, premiata però da un buon vento da parte della sorte: 18 punti guadagnati su un compagno di squadra piuttosto rognato, che dall’altra parte del box prova invece a stringere i denti fino alla fine con una Mercedes più imbizzarrita del Generale Lee di Hazzard. Certo, a Brackley dovranno iniziare a mettere una pezza a questi inconvenienti tecnici: la vettura è eccezionale, ma per portarla integra al traguardo, anziché un pilota, sembra più necessario un esorcista.
Ferrari, voto 8: Non gli stava nel casco il sorriso! Bravo Carletto, che porta a casa una vittoria costruita con le unghie e con i denti, senza avere tra le mani la monoposto più felice del lotto – ma ormai questa, a Maranello, è quasi una tradizione di famiglia. Un canto libero di battistiana memoria, di quelli che arrivano in un periodo amaro come il cacao e ricordano a tutti che, quando il monegasco è in bolla, riesce ancora a trascinare la Ferrari oltre i propri limiti.
A spellarsi le mani dagli applausi c’era anche un sempre grintoso Little John, spaesato come Enzo Miccio alla Cinghialata di Zompicchia. Eppure, alla domanda più scomoda – “Possiamo parlare di Mondiale?” – ha risposto con un sorriso di gesso che era tutto un programma. Del resto sappiamo bene che una rondine non fa primavera e che, prima di parlare di Titolo, serviranno molte altre domeniche come questa.
McLaren, voto 5: Dicono che la realtà superi sempre la fantasia, ma a Silverstone ad essere superata è stata soprattutto la McLaren. Nulla può il verde speranza della livrea celebrativa, capace di consegnare ai tifosi appena una medaglia di legno, peraltro conquistata con una discreta dose di benevolenza da parte della sorte. La MCL40 non è mai sembrata realmente in partita: né veloce, né incisiva, né abbastanza brillante da impensierire chi le stava davanti. E così persino la proverbiale concretezza di Norris finisce sotto chiave, custodita come lo zafferano al supermercato. Il pilota c’è, la squadra pure, ma ultimamente il Papaya assomiglia più a una spremuta annacquata che a un succo concentrato.
Red Bull, voto 6: Verstappen, si sa, è uno che trova sempre l’ago nel pagliaio, infila le chiavette USB al primo tentativo e riesce persino a montare i mobili IKEA senza avanzare alcuna vite. Però, se la Red Bull gli toglie le ali, il risultato è che la vettura lo spara fuori come un pomodorino quando addenti una bruschetta troppo generosa. Peccato, perché fino a quel momento l’impresa aveva contorni quasi erculei.
Di tutto ciò beneficia Hadjar, che stavolta piazza uno scacco al Re e porta a casa un risultato pesante, confermandosi uno di quei piloti che non fanno rumore ma continuano ostinatamente a comparire nelle posizioni che contano. E mentre Max raccoglie i cocci di una domenica amara, il francese si gode il momento con la serenità di chi, a inizio stagione, era considerato poco più di una comparsa. Bravo, bravo, bravo.
Haas, voto 3: Bearman è in un periodo così difficile, che quando taglia una cipolla piange lei. Lui e Ocon, a quanto pare, sono ancora seduti in un pub di Northampton a tracannare pinte con un gruppo di allevatori scozzesi, intenti a spiegare i vantaggi della pastorizia rispetto alla Formula 1. Pare abbiano già promesso vitto, alloggio, un cane da gregge e un maglione di lana a quadrettoni. E, visti gli ultimi risultati, l’offerta ha un non so che di invitante.
Alpine, voto 7: Oh, ditelo agli amici, svegliate la nonna: che rimonta per Colapinto. Il giovanotto partiva dalla stanza più remota della torre più alta e, giro dopo giro, è riuscito a risalire la corrente fino a precedere persino Gasly, che in squadra resta ancora il metro di paragone. All’argentino va dunque il premio Verstappen dei poveri: non sarà il principe azzurro della Formula 1, ma questo risultato può tranquillamente appenderlo sopra il tinello di casa, tra la foto della comunione e il calendario del salumiere.
Audi, voto 7: P8, baby. Un ritorno in ghingheri per Gabrielito, che si sbatte come un dannato e qualcosa porta a casa. Un pensiero va a quelli come lui: gente con ambizioni da attico vista mare e classifiche da bilocale in periferia. La vita è dura, il motorsport ancora di più.
Racing Bulls, voto 9: La VCARB 03 è una vettura ibrida, nel senso che sembra nata dall’accoppiamento clandestino tra un carro armato M1 Abrams e una RB22. A differenza della sorella maggiore non tentenna, non filosofeggia, non si perde in crisi esistenziali: aggredisce. Aggredisce sempre. Non va a benzina ad alto numero di ottani, ma a pura speranza: quella di ogni ragazzino cresciuto nel girone infernale targato Red Bull, dove o vinci subito oppure finisci a commentare le gare dal divano. In pista i due torelli si comportano come Sandra e Raimondo: si beccano, si punzecchiano, si fanno i dispetti. Ma alla fine il risultato arriva puntuale come la bolletta della luce, e ormai questa consistenza non è più una sorpresa: è un’abitudine. Che squadra.
Williams, voto 2: Mi mancano le parole, figuriamoci i voti. Quella della Williams è stata probabilmente la prestazione più imbarazzante del week-end, quasi più dell’esibizione a tinte colonialiste andata in scena nel pre Sprint Race. Per Albon 6 pit-stop, uno dei quali durato ben 13 secondi, il tempo necessario per compilare un modulo alla motorizzazione. Per Sainz addirittura una penalità di un giro, roba che ormai mancava solo la retrocessione in Serie B.
Da Grove arrivano aggiornamenti – peso netto risparmiato nell’ala anteriore: 3 kg sgocciolati, come le olive – ma l’effetto in pista è stato quello di una tisana contro un incendio boschivo. E poi c’è Carlitos, che non riconosco più. Si è fatto annusare dal suo cane e anche lui ha mostrato qualche perplessità. Ci vorrebbe un tonico, non so: una paella, due fette di prosciuttino. Dai, Matador, reagisci.
Aston Martin, voto 3: Siamo tutti in trepidante attesa degli aggiornamenti ungheresi. Non so voi, ma io ho fiducia: ho visto Newey scrivere come un ossesso sul suo taccuino. Mi sono avvicinato e l’ho trovato chino su uno schema piuttosto familiare: “12 orizzontale, sette lettere: verde, lenta, non arriva mai in tempo”. Io ho suggerito “lumaca”. Lui ha scritto “Aston Martin”. Le caselle non tornavano, ma lui è andato a capo e tanti saluti.
Vediamo anche come si muoverà Honda con l’ADUO, perché non voglio credere che un popolo che si è beccato sulla zucca ben due atomiche possa arrendersi così. Intanto hanno messo una pezza a un problema gravoso: per ovviare al fatto che la vettura non sterza, i tecnici hanno sostituito il sedile del pilota con un sellino da Motomondiale, così da permettere uno stile di guida più “di corpo” nelle curve. Peccato che la monoposto tendesse paurosamente verso la ghiaia: si è poi scoperto che il sellino era quello di Joan Mir.
Cadillac, voto 250: 250, sì. Come le vittorie Ferrari? Ma chi se ne importa di Ferrari: qui si festeggia il quarto di millennio della Grande Madre Patria, per la quale hanno pepsizzato la livrea. E se questa deve essere la squadra incaricata di rappresentare l’orgoglio a stelle e strisce nel 2026, forse è il caso di rileggere la Costituzione. O almeno il regolamento tecnico.
Prosegue intanto il calvario prestazionale del finnico Valtteri. Sempre dietro al compagno, lento in qualifica, in gara va talmente piano che è l’unico pilota autorizzato a circolare senza casco. Capivo quando finiva dietro a Hamilton, ma Perez…
Se alla vigilia del fine settimana di Silverstone avessimo detto agli uomini di casa Ferrari che sarebbero tornati a Maranello colmi di rimpianto per una doppietta sfiorata, avremmo potuto contare sulle dita di una mano quelli pronti a lasciarsi alle spalle le perplessità sorte in Austria per alimentare un tale entusiasmo.
Eppure, a frapporsi tra la Rossa e l’insperato risultato sono stati soprattutto la penalità di 5 secondi con cui è stato sanzionato Lewis Hamilton – a causa di un micro-movimento registrato poco prima dello spegnimento dei semafori – e il brivido per gli ulteriori 5 secondi con i quali la Federazione Internazionale sembrava pronta a colpire nuovamente il sette volte Campione del Mondo nei giri finali.
Nonostante l’incapacità del beniamino di casa di imporsi sulla Mercedes di Russell a causa della Safety Car che ha accompagnato i driver alla bandiera a scacchi, il nativo di Stevenage si è congratulato per la straordinaria vittoria del suo compagno di box, ponendo l’accento, ai microfoni di Sky Sport F1 Italia, sui grandi passi in avanti compiuti dal Cavallino:
“Non credo che manchi qualcosa in particolare: credo che il team e Charles abbiano fatto un lavoro fantastico quest’oggi. È quello per cui abbiamo lavorato: portare il team lassù. Mi sarebbe piaciuto fare una doppietta, ma è stato fantastico fare la prima fila e dobbiamo lavorare così per le prossime gare”.
Una data da cerchiare in rosso sul calendario dello sport che più amiamo.
Il Gran Premio di Gran Bretagna, vinto da Charles Leclerc, non ha rappresentato solamente una gara da incorniciare per il monegasco: è stato, infatti, anche il trionfo che ha siglato la duecentocinquantesima vittoria nella storia della Ferrari.
Una pietra miliare leggendaria, che ha regalato ai tifosi di tutto il mondo una pagina di storia della Formula 1, destinata a restare indelebile.
Con una prestazione magistrale confezionata sul tracciato di Silverstone, si è chiuso definitivamente il periodo nero del pilota monegasco.
Il numero 16 è tornato finalmente a sorridere grazie a un successo straordinario e liberatorio, capace di cancellare in un colpo solo le beffe e le ferite subite su questo stesso asfalto nel 2021 e nel 2022.
È stata una giornata positiva anche per Lewis Hamilton, il quale, nonostante la seconda posizione sia sfumata a causa del pit-stop effettuato in regime di Safety Car, è riuscito comunque a salire sul gradino più basso del podio, arricchendo ulteriormente un già leggendario palmarès davanti al suo pubblico.
Le 52 tornate del circuito britannico hanno messo in luce una SF-26 in uno stato di forma smagliante.
Sebbene ci sia ancora del margine da recuperare sulla Mercedes, il verdetto della pista ha premiato anche il lavoro instancabile degli ingegneri di Maranello, che stanno sviluppando aggiornamenti altamente performanti settimana dopo settimana.
Al termine di una domenica a dir poco emozionante, ai microfoni di Sky Sport F1 Italia, Frederic Vasseur si è espresso così:
“È una giornata fantastica. Charles ha ricevuto tante critiche nelle ultime settimane, ma sapeva che la squadra era al suo fianco e che sarebbe potuto tornare a vincere. Abbiamo un’enorme fiducia in lui, e sono davvero contento per lui. Con Lewis, purtroppo, a causa della mancata ripartenza, non abbiamo potuto sfruttare le gomme soft per superare Russell. Oggi credo che fossimo più veloci di Russell. Kimi, invece, probabilmente aveva più passo di noi. Ora ci godiamo la serata, ma da domani si torna a lavorare in vista di Spa-Francorchamps. Grazie mille ai tifosi per il loro supporto“.
George Russell ha lasciato Silverstone con un secondo posto che vale punti pesanti in classifica e riduce a sole 25 lunghezze il distacco dal leader del Mondiale, Andrea Kimi Antonelli.
L’ottimo risultato è maturato anche e soprattutto grazie agli episodi che hanno caratterizzato il finale di gara.
Tra il ritiro del compagno di squadra, l’incidente di Max Verstappen e la Safety Car rimasta in pista fino alla bandiera a scacchi, il pilota Mercedes ha riconosciuto come le circostanze abbiano inciso in maniera significativa sul piazzamento conclusivo.
Di seguito le sue parole ai microfoni di Sky Sport F1 Italia:
“Se mi sarebbe piaciuto affrontare l’ultimo giro? Ovviamente no, perché tutti gli altri avevano gomme nuove e io usate. Probabilmente Charles e Kimi meritavano di finire davanti a me: sento che avrei meritato il terzo posto, ma alla fine sono arrivato secondo. È difficile dire cosa provo, non posso sorridere. Lo farò quando capiremo perché in qualifica perdevo così tanto sui rettilinei. In gara è andata meglio, ma sorriderò davvero quando sarò in grado di giocare alla pari”.
Il concetto è stato approfondito anche nell’intervista concessa a F1 TV, dove Russell ha ammesso che il secondo posto porta con sé punti preziosi, ma non modifica il giudizio sulla prestazione complessiva della squadra.
“È un risultato importante per il campionato e devo continuare a lottare. Ma devo essere sincero: non lotterò per il titolo se le prestazioni continueranno a essere queste. Sono andato via più soddisfatto dal Canada, quando mi sono ritirato mentre ero al comando della gara. Lì sentivo di meritare la vittoria, oggi invece non credo di meritare il posto in cui sono arrivato”.
Il secondo posto permette a Russell di raccogliere un bottino prezioso, ma le sue parole raccontano una realtà diversa dalla classifica.
Per il britannico, il podio di Silverstone è soprattutto il risultato di una gara in cui è stato bravo a capitalizzare le opportunità offerte dagli episodi, senza però ottenere quanto desiderato in termini di reale livello di competitività.
Il GranPremio di Gran Bretagna ha consegnato ad Andrea Kimi Antonelli una delle domeniche più nere della sua stagione, proprio quando a Silverstone il diciannovenne bolognese sembrava avere a disposizione tutti gli ingredienti necessari per andarsi a prendere la vittoria.
A rovinare i piani è stato un improvviso cedimento tecnico che ha innescato la perdita di ritmo e una corsa scivolata lontano dal risultato che fino a quel momento sembrava possibile, costringendo il pilota a una sequenza ravvicinata di soste.
Ai microfoni di Sky Sport F1 Italia, Antonelli ha ricostruito con lucidità il momento esatto che ha cambiato il destino del suo Gran Premio:
“Il problema sembra essere stato legato al wheel shield. È stata una rottura istantanea. I cordoli li ho presi nello stessomodo in tutti i giri, ma quando sono uscito da Copse ho sentito che qualcosa si è rotto istantaneamente”.
Il punto centrale della vicenda riguarda però la gestione successiva dell’episodio da parte del muretto box, dato che il primo intervento non ha risolto la situazione poiché la Mercedes ha inizialmente lavorato sull’ala anteriore.
Solo in un secondo momento è stato rimosso il pezzo danneggiato, quando la gara era ormai compromessa, come spiegato dallo stesso pilota:
“Purtroppo abbiamo dovuto fare due pit-stop, perché al primo pit abbiamo cambiato l’ala, ma il problema era ancora presente. Con l’ultima sosta hanno rimosso il pezzo e la macchina era guidabile, per modo di dire. È un peccato perché credo che comunque nonostante tutto potevamo chiudere sesti o settimi, e probabilmente avremmo potuto evitare la penalità. Ovviamente sono deluso, arrabbiato, ma la cosa importante è che oggi comunque andavo forte e avevo una grandissima possibilità di vincere, perché con le dure stavo venendo su fortissimo”.
A volte basta un luogo per cambiare il corso di una stagione.
Per Charles Leclerc, quel luogo si chiama Silverstone. 623 giorni dopo l’ultima vittoria, il monegasco è tornato sul gradino più alto del podio nel momento probabilmente più complicato, con tutti gli occhi puntati addosso e con tanti già pronti a puntare nuovamente il dito al primo errore.
52 giri vissuti con il fiato sospeso, iniziati con uno scatto perfetto al via che gli ha permesso di prendere immediatamente la leadership della corsa.
Da quel momento è iniziata un’intensa battaglia con la Mercedes di Andrea Kimi Antonelli, rimasta costantemente alle spalle della SF-26 fino al problema tecnico che ha costretto il pilota italiano ad alzare bandiera bianca.
Nemmeno la Safety Car intervenuta nelle battute finali è riuscita a scalfire la lucidità del numero 16, che ha portato a termine unadomenica praticamente perfetta, legittimando un successo più che meritato e tornando prepotentemente al centro della scena.
“Le mie vittorie non sono mai facili ” – ha esordito un sorridente Leclerc ai microfoni di Mara Sangiorgio per Sky Sport F1 Italia – “Sono veramente contento. Da tanti week-end facevo fatica a trovare il feeling. Ho lavorato tantissimo e sabato, dopo la Sprint, mi sono anche un po’ esposto dicendo di aver trovato qualcosa. Poi dovevo dimostrarlo in pista, non solo in qualifica ma anche in gara. Ieri il feeling era buono e oggi lo è stato ancora di più. Ovviamente abbiamo avuto anche un po’ di fortuna perché senza i problemi di Kimi probabilmente sarebbe stato molto difficile vincere, ma qualche volta serve anche quella. Sono felice per il team, per me, per i tifosi e per tutte le persone che hanno sofferto insieme a me nelle ultime gare “.
Infine, soffermandosi sull’inaspettata competitività della FerrariaSilverstone, il pilota monegasco ha aggiunto:
“È stata una grandissima sorpresa. Non ci siamo affatto nascosti giovedì dicendo che avremmo fatto fatica, lo pensavamo veramente. Tutti i nostri numeri dicevano che sarebbe stato un week-end difficilissimo, quindi dobbiamo capire e analizzare sia quando un fine settimana va peggio del previsto, sia quando va molto meglio del previsto, come in questo caso. Qui a Silverstone è andata molto meglio di quello che ci aspettavamo e dobbiamo capire il perché “.
Le qualifiche del Gran Premio di Gran Bretagna hanno regalato un esito del tutto eccezionale, considerato l’andamento delle ultime annate.
Isack Hadjar, quinto al termine del Q3, ha battuto Max Verstappen sul giro secco, precedendo il proprio compagno di squadra di ben due posizioni, con Lando Norris in mezzo a separare i due tori della Red Bull.Nel 2026 tale scenario non costituisce del tutto una novità, poiché il francese aveva chiuso davanti al quattro volte Campione del Mondo anche in occasione delle qualifiche di Melbourne e di Suzuka, nelle quali, tuttavia, il fenomeno di Hasselt non era riuscito ad accedere al Q3.
In Inghilterra, invece, il talento parigino ha concluso davanti a Super Max con quest’ultimo presente nella sessione decisiva.
In una stagione fatta di tanti bassi e di alcuni sporadici alti, la Red Bull sembra quantomeno aver risolto il problema del secondo pilota, grazie al rendimento del francese, aspetto che contribuisce ad accrescere la frustrazione di un Verstappen sempre più intollerante verso le vetture 2026.
Nonostante l’ottimo piazzamento in griglia di partenza, Hadjar pare tuttavia focalizzarsi più sul bicchiere mezzo vuoto, riconoscendo i limiti della vettura del team di Milton Keynes, distante sette decimi dal tempo valso la pole position ad Andrea Kimi Antonelli e carente in termini di passo gara nella Sprint Race.
Per tale motivo, il francese, nelle interviste di rito concesse al termine delle qualifiche del Gran Premio di Gran Bretagna, ha commentato con un tono disilluso il risultato, palesando delle preoccupazioni in vista della gara di oggi:
“Guardando il distacco da Russell, è chiaro che il quinto posto era il risultato massimo verso il quale potevamo ambire. È stata una buona sessione, io mi sento bene in macchina, ma il problema più grande è che ci manca un po’ di passo ovunque. Non riusciamo a eccellere in qualcosa per poi essere deficitari in altro: la verità è che su ogni aspetto siamo un po’ più indietro rispetto agli avversari. Rimane poi il problema delle partenze: nelle prove libere avevamo effettuato alcuni tentativi incoraggianti, ma nella Sprint Race non siamo riusciti a sfruttare al meglio lo spunto, e per noi è sempre un grattacapo”.
Dopo settimane difficili e risposte che faticavano ad arrivare, il sabato di Silverstone riconsegna alla Ferrari la sua certezza più grande: Charles Leclerc.
Se da un lato non c’era probabilmente margine per impensierire la Mercedes di Andrea Kimi Antonelli, autore di una pole position semplicemente sontuosa, dall’altro la prestazione delmonegasco restituisce finalmente l’immagine di un pilota nuovamente solido, concreto e competitivo.
Una prestazione tanto attesa quanto cercata, che consente al numero 16 di ritrovare serenità dopo settimane tutt’altro che semplici, durante le quali risultati inferiori alle aspettative avevano inevitabilmente alimentato pressioni e critiche, forse anche eccessive, nei confronti dell’alfiere di Monte-Carlo.
Come spesso accade, però, Charles ha preferito rispondere nel modo che gli riesce più naturale: lasciando parlare la pista.
La prima fila conquistata oggi rappresenta un segnale importante, sia sotto il profilo del risultato sia, soprattutto, sotto quello della fiducia, in una fase della stagione in cui ritrovare certezze era diventato fondamentale.
Del resto, già al termine della Sprint Race Leclerc aveva anticipato l’intenzione di intervenire in maniera significativa sull’assetto e sulla gestione della SF-26.
Una scelta che, alla luce del risultato ottenuto in qualifica, sembra aver dato i frutti sperati, consentendogli di ritrovare quel feeling con la monoposto che nelle ultime uscite era sembrato venir meno.
Emblematiche, in tal senso, le dichiarazioni rilasciate dall’alfiere monegasco ai giornalisti presenti nella tradizionale conferenza stampa al termine delle qualifiche:
“Di recente avevo davanti due possibilità. La prima era cambiare completamente il mio stile di guida e cercare semplicemente di replicare quello che sta facendo Lewis, perché è evidente che con lui sta funzionando. La seconda, invece, era continuare a seguire la mia direzione e trovare un modo per adattare la vettura affinché si sposasse meglio con il mio stile di guida. Alla fine ho scelto la seconda strada: restare fedele a ciò che in passato mi aveva dato risultati e cercare di trovare una soluzione con la macchina, sfruttando tutti gli strumenti che avevo a disposizione all’interno dell’abitacolo. Ed è esattamente quello che abbiamo fatto “.
Il sabato di Silverstone si è chiuso con una diagnosi severa per MaxVerstappen.
Dopo una qualificacomplicata, l’olandese ha fotografato senza filtri le difficoltà della Red Bull, lontana dal livello necessario per inserirsi stabilmente nella lotta con Mercedes e Ferrari.
Il settimo posto in griglia non è soltanto un risultato lontano dalle aspettative: è il riflesso di una macchina che, nelle parole del quattro volte iridato, oggi non offre né equilibrio né efficienza.
Il primo passaggio, affidato al Telegraaf, è il più duro. “Se lasciamo la macchina così com’è, non ha molto senso correre”, ha spiegato Verstappen. “Preferirei ribaltare tutto, perché se non facciamo niente resteremo comunque in questa posizione. Oppure, peggio ancora, scivoleremo indietro di un’altra posizione”.
Il punto, però, riguarda soprattutto la natura del problema. Non esiste un solo limite evidente, ma una somma di elementi che rende la RB22 difficile da portare al limite. In zona mista, Verstappen ha chiarito ulteriormente il quadro:
“Semplicemente la macchina non funziona come dovrebbe. Da una parte non c’era bilanciamento, dall’altra eravamo lenti sui rettilinei”.
A rendere il passaggio significativo è la sensazione, sottolineata dallo stesso Verstappen, che il problema fosse particolarmente marcato dal suo lato del box. “In qualche modo, dalla mia parte del garage, eravamo più lenti ovunque”, ha aggiunto.
Una frase che allarga il tema dalla semplice prestazione della RedBull alla difficoltà specifica nel mettere insieme un pacchetto coerente per il suo stile di guida.
Il nodo, per il team, è proprio questo: una monoposto lenta in rettilineo costringe a usare più energia, e su una pista come Silverstone il prezzo da pagare arriva soprattutto nella parte finale del giro.
Verstappen lo ha spiegato con grande chiarezza:
“Se sei lento sui rettilinei usi di più la batteria, lo si vede soprattutto nell’ultimo settore. A un certo punto non hai più batteria e non funziona più nulla”.