Il futuro di Fernando Alonso continua a essere un rebus fitto di dubbi, sospeso tra un contratto in scadenza a fine anno, le voci insistenti di un clamoroso ritorno in Alpine alla corte di Flavio Briatore e le pessime prestazioni di una AMR26 che si sta rivelando una delle peggiori monoposto dell’ultimo decennio.
Le enormi ambizioni dichiarate dall’AstonMartin per questa stagione di rivoluzione regolamentare sono state finora ampiamente deluse e, mentre il pilota di Oviedo valuta i passi per il 2027 senza escludere l’ipotesi del ritiro definitivo, la scuderia di Silverstone si prepara a giocare una carta importante con un corposo pacchetto di aggiornamenti atteso per il Gran Premio d’Ungheria.
Molti addetti ai lavori indicano questo upgrade come il potenziale spartiacque per le scelte del due volte Campione del Mondo, ma lo stesso Alonso ha voluto frenare i media, spiegando che la competitività della vettura a Budapest non sarà l’unico elemento a pesare sulla bilancia:
“Non posso dire che le cose siano strettamente connesse, perché, indipendentemente dal fatto che la macchina sia buona o meno, ci sono altri fattori di cui devo tenere conto. Magari la vettura è ottima, eppure potrei ancora avere la sensazione che questo sport stia andando nella direzione sbagliata. Forse non ci sarà un grosso miglioramento a Budapest, ma avremo un altro upgrade in seguito, oppure un concetto completamente nuovo per il prossimo anno, o ci sarà un clima diverso all’interno della squadra che mi spingerà a pensare di continuare per altri anni. Certo, sarebbe bello fare una buona gara a Budapest proprio prima delle vacanze, ma non sarà l’unico fattore determinante”.
Nel valutare gli scenari futuri, il pilota ha inoltre allontanato l’ipotesi di una nuova avventura in Alpine, ribadendo il legame profondo e la volontà di rimanere legato al progetto di Lawrence Stroll anche dopo aver appeso il casco al chiodo, esprimendo il suo desiderio di contribuire al successo di Aston Martin, qualunque sia il ruolo che intraprenderà nei prossimi anni:
“Quando smetterò di correre, ho già detto che mi piacerebbe continuare con questa squadra in un ruolo diverso, per cercare di dare una mano. Sono in Formula 1 ormai da 26 anni e penso di poter essere d’aiuto. Probabilmente sono il secondo o il terzo più esperto del team. Credo che ci siano cose che possono tornare utili alla squadra, e preferisco mettere a frutto queste competenze piuttosto che stare a casa a guardare la TV“.
Lasciar parlare la pista è da sempre la risposta migliore alle critiche, e Charles Leclerc ha applicato alla perfezione questa regola a Silverstone.
Il monegasco ha infatti ritrovato il successo dopo un digiuno lungo 624 giorni, mettendo fine al periodo più difficile della sua carriera in Formula 1. Il pilota del Cavallino arrivava da una striscia davvero negativa, con il doppio zero sofferto tra Monaco e Barcellona, seguito da un anonimo ottavo posto in Austria che aveva inevitabilmente acceso i processi e già emesso sentenze.
A inasprire le critiche ci avevano pensato la crescita di Lewis Hamilton, culminata con il trionfo in Spagna, e i problemi ai freni che sembravano aver tolto certezze al pilota numero 16. In Gran Bretagna, invece, è finalmente arrivata una vittoria pesante, figlia del lavoro silenzioso di questi mesi per ritrovare il feeling con la monoposto.
Nella conferenza post-gara, Leclerc ha quindi commentato così il suo momento difficile:
“Critiche come stimoli? Non so se sia qualcosa che mi dà la carica, onestamente credo che chiunque lo affermi in realtà mente. Penso che trovarsi circondati da così tanta negatività non sia affatto piacevole. Ho cercato di isolarmi e di escludere questo rumore di fondo non guardando il telefono. Nel giro di due giorni in questo sport passi dalle stelle alle stalle o viceversa e questo può influenzare il modo in cui percepisci le cose. Sapevo di non aver disimparato a guidare dall’oggi al domani. Queste auto sono molto particolari, molto diverse da quelle che abbiamo guidato fin dagli inizi della nostra carriera, quindi serve un po’ più di tempo per abituarsi”.
Come noto, Christian Horner è tornato a farsi vedere nel paddock di Formula 1 a un anno esatto dall’esonero dalla Red Bull, arrivato a sole 48 ore dal Gran Premio di Gran Bretagna del 2025.
Il ritorno del manager britannico, avvenuto in occasione del recente fine settimana di Silverstone, non è passato inosservato: accolto da una vera e propria ressa di tifosi e seguito dalle telecamere di Netflix, l’ex team principal ha fatto tappa anche nell’ufficio di Mohammed Ben Sulayem, al secondo piano del motorhome della FIA.
Proprio il presidente della Federazione ha aperto le porte a un suo rientro attivo nel Circus davanti ai media presenti al circuito.
Alla domanda di chi gli chiedeva se volesse rivedere Horner in Formula 1, la risposta è stata un secco “Sì“, seguito da una previsione sull’immediato futuro: “Tornerà. Dove, non spetta a me dirlo, anche se lo so. Sta a lui deciderlo“.
Il numero uno della FIA ha poi difeso lo storico dell’inglese, capace di conquistare otto Titoli Piloti e sei Titoli Costruttori alla guida del team di Milton Keynes, nonostante l’ultima parte della sua gestione sia stata segnata dalle accuse mosse da una dipendente di Red Bull, da cui Horner è stato scagionato due volte:
“Quando hai un team devi guardare ai risultati, non alla personalità. Tutti commettono errori, ma lui ha portato risultati. Certi comportamenti gravi, come guidare ubriaco, sono inaccettabili, ma non è questo il caso“.
Terminato il periodo di garden leave in primavera, Horner è ormai libero da vincoli contrattuali.
Il suo nome è stato già accostato ad Alpine, Aston Martin, Ferrari e persino a un possibile dodicesimo team targato BYD.
Dal canto suo, il manager britannico ha preferito glissare ai microfoni di Sky Sports F1 UK in merito alle prossime mosse:
“Guarderei solo al progetto giusto, con reali possibilità di vincere. La Formula 1 vive un momento d’oro, l’interesse è altissimo e non mancano le proposte. Vedremo, non ho fretta“.
Ci sono storie che finiscono inevitabilmente e inesorabilmente, senza appello e senza che nulla possa trattenerle, svanendo come tutte le cose che appartengono al tempo.
E poi esistono le altre, quelle che non sai spiegare e nonobbediscono ad alcunalogica, che proseguono nonostante tutto e nonostante tutti, sospinte da una forza che non ha un nome preciso e che, forse, non ha nemmeno bisogno di averlo.
Si va avanti e basta, senza una destinazione dichiarata e senza la certezza di arrivare integri alla fine, ammesso che una fine esista davvero.
CharlesLeclerc e la Ferrari vivono esattamente così, alla giornata, senza mappe, senza garanzie e senza conoscere il futuro nei suoi contorni più definiti. Si limitano a proseguire lungo un percorso che è stato folle, travagliato e a tratti incomprensibile, ma che con il passare degli anni ha acquisito una sua forma, una sua profondità e una sua inconfondibile identità.
Il monegasco di oggi è un uomo radicalmente diverso da quello di sette anni fa, avendo cucito addosso l’esperienza come una secondapelle, mettendo insieme i momenti positivi e quelli negativi fino a renderli indistinguibili.
Avrebbe potuto lottare per il Mondiale? Chissà, forse sì, ma non è questo il punto.
Il punto vero è continuare a credere contro ogni evidenza e contro ogni voce che sussurra che sia inutile, che non ne valga la pena o che esista un limite oltre il quale anche la fede più tenace si debba arrendere.
Lui quel limite non l’ha mai incontrato, o forse lo ha incrociato sul suo cammino e ha semplicemente scelto di ignorarlo.
A Silverstone, al termine di un Gran Premio logorante e imprevedibile come raramente accade, Charles Leclerc ha tagliato il traguardo davanti a tutti, regalandosi l’unica cosa che aspettava da sempre.
È proprio lì, in quell’istante sospeso tra la fatica e la gioia, che si capisce tutto, o almeno tutto ciò che c’è da comprendere di questa storia.
Quello tra Charles e la Ferrari è un legame che vorresti non finisse mai, pur senza un motivo logico a sostenerlo, perché sulla carta sembra tutto sbagliato tra attese tradite, stagioni mancate e occasioni sfumate sul più bello.
Eppure è proprio in questa apparente contraddizione che risiede la sua bellezza più autentica, trattandosi di uno sbaglio così tremendamente giusto da essere, in fondo, l’unica cosa sensata rimasta.
E allora si va avanti come sempre, inevitabilmente.
Silverstone. Un luogo che non appartiene soltanto alla Formula 1, ma alla sua mitologia. Qui non ci sono palme, yacht o montagne a fare da cornice. Ci sono prati sconfinati, cielo basso, nuvole capricciose e quell’aria inglese che sa essere malinconica anche in piena estate. È il tempio del Motorsport britannico, nato da un vecchio aeroporto militare e trasformato col tempo in una delle cattedrali della velocità.
Da queste parti la Formula 1 respira un’aria diversa. Si passa da Copse a Maggotts, da Becketts a Stowe come se fossero capitoli di un romanzo cavalleresco, nomi pronunciati con rispetto quasi religioso da piloti, ingegneri e appassionati.
Silverstone è la patria dei tifosi rumorosi, delle bandiere al vento, dei prati trasformati in campeggi e delle domeniche in cui il sole e la pioggia sembrano darsi appuntamento nello stesso pomeriggio.
E se Monza è il cuore, Silverstone resta probabilmente il battito.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 7: La fortuna aiuta gli audaci, ma col Giorgino sembra aver fatto proprio un’eccezione. Prestazione in do minore la sua, premiata però da un buon vento da parte della sorte: 18 punti guadagnati su un compagno di squadra piuttosto rognato, che dall’altra parte del box prova invece a stringere i denti fino alla fine con una Mercedes più imbizzarrita del Generale Lee di Hazzard. Certo, a Brackley dovranno iniziare a mettere una pezza a questi inconvenienti tecnici: la vettura è eccezionale, ma per portarla integra al traguardo, anziché un pilota, sembra più necessario un esorcista.
Ferrari, voto 8: Non gli stava nel casco il sorriso! Bravo Carletto, che porta a casa una vittoria costruita con le unghie e con i denti, senza avere tra le mani la monoposto più felice del lotto – ma ormai questa, a Maranello, è quasi una tradizione di famiglia. Un canto libero di battistiana memoria, di quelli che arrivano in un periodo amaro come il cacao e ricordano a tutti che, quando il monegasco è in bolla, riesce ancora a trascinare la Ferrari oltre i propri limiti.
A spellarsi le mani dagli applausi c’era anche un sempre grintoso Little John, spaesato come Enzo Miccio alla Cinghialata di Zompicchia. Eppure, alla domanda più scomoda – “Possiamo parlare di Mondiale?” – ha risposto con un sorriso di gesso che era tutto un programma. Del resto sappiamo bene che una rondine non fa primavera e che, prima di parlare di Titolo, serviranno molte altre domeniche come questa.
McLaren, voto 5: Dicono che la realtà superi sempre la fantasia, ma a Silverstone ad essere superata è stata soprattutto la McLaren. Nulla può il verde speranza della livrea celebrativa, capace di consegnare ai tifosi appena una medaglia di legno, peraltro conquistata con una discreta dose di benevolenza da parte della sorte. La MCL40 non è mai sembrata realmente in partita: né veloce, né incisiva, né abbastanza brillante da impensierire chi le stava davanti. E così persino la proverbiale concretezza di Norris finisce sotto chiave, custodita come lo zafferano al supermercato. Il pilota c’è, la squadra pure, ma ultimamente il Papaya assomiglia più a una spremuta annacquata che a un succo concentrato.
Red Bull, voto 6: Verstappen, si sa, è uno che trova sempre l’ago nel pagliaio, infila le chiavette USB al primo tentativo e riesce persino a montare i mobili IKEA senza avanzare alcuna vite. Però, se la Red Bull gli toglie le ali, il risultato è che la vettura lo spara fuori come un pomodorino quando addenti una bruschetta troppo generosa. Peccato, perché fino a quel momento l’impresa aveva contorni quasi erculei.
Di tutto ciò beneficia Hadjar, che stavolta piazza uno scacco al Re e porta a casa un risultato pesante, confermandosi uno di quei piloti che non fanno rumore ma continuano ostinatamente a comparire nelle posizioni che contano. E mentre Max raccoglie i cocci di una domenica amara, il francese si gode il momento con la serenità di chi, a inizio stagione, era considerato poco più di una comparsa. Bravo, bravo, bravo.
Haas, voto 3: Bearman è in un periodo così difficile, che quando taglia una cipolla piange lei. Lui e Ocon, a quanto pare, sono ancora seduti in un pub di Northampton a tracannare pinte con un gruppo di allevatori scozzesi, intenti a spiegare i vantaggi della pastorizia rispetto alla Formula 1. Pare abbiano già promesso vitto, alloggio, un cane da gregge e un maglione di lana a quadrettoni. E, visti gli ultimi risultati, l’offerta ha un non so che di invitante.
Alpine, voto 7: Oh, ditelo agli amici, svegliate la nonna: che rimonta per Colapinto. Il giovanotto partiva dalla stanza più remota della torre più alta e, giro dopo giro, è riuscito a risalire la corrente fino a precedere persino Gasly, che in squadra resta ancora il metro di paragone. All’argentino va dunque il premio Verstappen dei poveri: non sarà il principe azzurro della Formula 1, ma questo risultato può tranquillamente appenderlo sopra il tinello di casa, tra la foto della comunione e il calendario del salumiere.
Audi, voto 7: P8, baby. Un ritorno in ghingheri per Gabrielito, che si sbatte come un dannato e qualcosa porta a casa. Un pensiero va a quelli come lui: gente con ambizioni da attico vista mare e classifiche da bilocale in periferia. La vita è dura, il motorsport ancora di più.
Racing Bulls, voto 9: La VCARB 03 è una vettura ibrida, nel senso che sembra nata dall’accoppiamento clandestino tra un carro armato M1 Abrams e una RB22. A differenza della sorella maggiore non tentenna, non filosofeggia, non si perde in crisi esistenziali: aggredisce. Aggredisce sempre. Non va a benzina ad alto numero di ottani, ma a pura speranza: quella di ogni ragazzino cresciuto nel girone infernale targato Red Bull, dove o vinci subito oppure finisci a commentare le gare dal divano. In pista i due torelli si comportano come Sandra e Raimondo: si beccano, si punzecchiano, si fanno i dispetti. Ma alla fine il risultato arriva puntuale come la bolletta della luce, e ormai questa consistenza non è più una sorpresa: è un’abitudine. Che squadra.
Williams, voto 2: Mi mancano le parole, figuriamoci i voti. Quella della Williams è stata probabilmente la prestazione più imbarazzante del week-end, quasi più dell’esibizione a tinte colonialiste andata in scena nel pre Sprint Race. Per Albon 6 pit-stop, uno dei quali durato ben 13 secondi, il tempo necessario per compilare un modulo alla motorizzazione. Per Sainz addirittura una penalità di un giro, roba che ormai mancava solo la retrocessione in Serie B.
Da Grove arrivano aggiornamenti – peso netto risparmiato nell’ala anteriore: 3 kg sgocciolati, come le olive – ma l’effetto in pista è stato quello di una tisana contro un incendio boschivo. E poi c’è Carlitos, che non riconosco più. Si è fatto annusare dal suo cane e anche lui ha mostrato qualche perplessità. Ci vorrebbe un tonico, non so: una paella, due fette di prosciuttino. Dai, Matador, reagisci.
Aston Martin, voto 3: Siamo tutti in trepidante attesa degli aggiornamenti ungheresi. Non so voi, ma io ho fiducia: ho visto Newey scrivere come un ossesso sul suo taccuino. Mi sono avvicinato e l’ho trovato chino su uno schema piuttosto familiare: “12 orizzontale, sette lettere: verde, lenta, non arriva mai in tempo”. Io ho suggerito “lumaca”. Lui ha scritto “Aston Martin”. Le caselle non tornavano, ma lui è andato a capo e tanti saluti.
Vediamo anche come si muoverà Honda con l’ADUO, perché non voglio credere che un popolo che si è beccato sulla zucca ben due atomiche possa arrendersi così. Intanto hanno messo una pezza a un problema gravoso: per ovviare al fatto che la vettura non sterza, i tecnici hanno sostituito il sedile del pilota con un sellino da Motomondiale, così da permettere uno stile di guida più “di corpo” nelle curve. Peccato che la monoposto tendesse paurosamente verso la ghiaia: si è poi scoperto che il sellino era quello di Joan Mir.
Cadillac, voto 250: 250, sì. Come le vittorie Ferrari? Ma chi se ne importa di Ferrari: qui si festeggia il quarto di millennio della Grande Madre Patria, per la quale hanno pepsizzato la livrea. E se questa deve essere la squadra incaricata di rappresentare l’orgoglio a stelle e strisce nel 2026, forse è il caso di rileggere la Costituzione. O almeno il regolamento tecnico.
Prosegue intanto il calvario prestazionale del finnico Valtteri. Sempre dietro al compagno, lento in qualifica, in gara va talmente piano che è l’unico pilota autorizzato a circolare senza casco. Capivo quando finiva dietro a Hamilton, ma Perez…
Se alla vigilia del fine settimana di Silverstone avessimo detto agli uomini di casa Ferrari che sarebbero tornati a Maranello colmi di rimpianto per una doppietta sfiorata, avremmo potuto contare sulle dita di una mano quelli pronti a lasciarsi alle spalle le perplessità sorte in Austria per alimentare un tale entusiasmo.
Eppure, a frapporsi tra la Rossa e l’insperato risultato sono stati soprattutto la penalità di 5 secondi con cui è stato sanzionato Lewis Hamilton – a causa di un micro-movimento registrato poco prima dello spegnimento dei semafori – e il brivido per gli ulteriori 5 secondi con i quali la Federazione Internazionale sembrava pronta a colpire nuovamente il sette volte Campione del Mondo nei giri finali.
Nonostante l’incapacità del beniamino di casa di imporsi sulla Mercedes di Russell a causa della Safety Car che ha accompagnato i driver alla bandiera a scacchi, il nativo di Stevenage si è congratulato per la straordinaria vittoria del suo compagno di box, ponendo l’accento, ai microfoni di Sky Sport F1 Italia, sui grandi passi in avanti compiuti dal Cavallino:
“Non credo che manchi qualcosa in particolare: credo che il team e Charles abbiano fatto un lavoro fantastico quest’oggi. È quello per cui abbiamo lavorato: portare il team lassù. Mi sarebbe piaciuto fare una doppietta, ma è stato fantastico fare la prima fila e dobbiamo lavorare così per le prossime gare”.
Una data da cerchiare in rosso sul calendario dello sport che più amiamo.
Il Gran Premio di Gran Bretagna, vinto da Charles Leclerc, non ha rappresentato solamente una gara da incorniciare per il monegasco: è stato, infatti, anche il trionfo che ha siglato la duecentocinquantesima vittoria nella storia della Ferrari.
Una pietra miliare leggendaria, che ha regalato ai tifosi di tutto il mondo una pagina di storia della Formula 1, destinata a restare indelebile.
Con una prestazione magistrale confezionata sul tracciato di Silverstone, si è chiuso definitivamente il periodo nero del pilota monegasco.
Il numero 16 è tornato finalmente a sorridere grazie a un successo straordinario e liberatorio, capace di cancellare in un colpo solo le beffe e le ferite subite su questo stesso asfalto nel 2021 e nel 2022.
È stata una giornata positiva anche per Lewis Hamilton, il quale, nonostante la seconda posizione sia sfumata a causa del pit-stop effettuato in regime di Safety Car, è riuscito comunque a salire sul gradino più basso del podio, arricchendo ulteriormente un già leggendario palmarès davanti al suo pubblico.
Le 52 tornate del circuito britannico hanno messo in luce una SF-26 in uno stato di forma smagliante.
Sebbene ci sia ancora del margine da recuperare sulla Mercedes, il verdetto della pista ha premiato anche il lavoro instancabile degli ingegneri di Maranello, che stanno sviluppando aggiornamenti altamente performanti settimana dopo settimana.
Al termine di una domenica a dir poco emozionante, ai microfoni di Sky Sport F1 Italia, Frederic Vasseur si è espresso così:
“È una giornata fantastica. Charles ha ricevuto tante critiche nelle ultime settimane, ma sapeva che la squadra era al suo fianco e che sarebbe potuto tornare a vincere. Abbiamo un’enorme fiducia in lui, e sono davvero contento per lui. Con Lewis, purtroppo, a causa della mancata ripartenza, non abbiamo potuto sfruttare le gomme soft per superare Russell. Oggi credo che fossimo più veloci di Russell. Kimi, invece, probabilmente aveva più passo di noi. Ora ci godiamo la serata, ma da domani si torna a lavorare in vista di Spa-Francorchamps. Grazie mille ai tifosi per il loro supporto“.
George Russell ha lasciato Silverstone con un secondo posto che vale punti pesanti in classifica e riduce a sole 25 lunghezze il distacco dal leader del Mondiale, Andrea Kimi Antonelli.
L’ottimo risultato è maturato anche e soprattutto grazie agli episodi che hanno caratterizzato il finale di gara.
Tra il ritiro del compagno di squadra, l’incidente di Max Verstappen e la Safety Car rimasta in pista fino alla bandiera a scacchi, il pilota Mercedes ha riconosciuto come le circostanze abbiano inciso in maniera significativa sul piazzamento conclusivo.
Di seguito le sue parole ai microfoni di Sky Sport F1 Italia:
“Se mi sarebbe piaciuto affrontare l’ultimo giro? Ovviamente no, perché tutti gli altri avevano gomme nuove e io usate. Probabilmente Charles e Kimi meritavano di finire davanti a me: sento che avrei meritato il terzo posto, ma alla fine sono arrivato secondo. È difficile dire cosa provo, non posso sorridere. Lo farò quando capiremo perché in qualifica perdevo così tanto sui rettilinei. In gara è andata meglio, ma sorriderò davvero quando sarò in grado di giocare alla pari”.
Il concetto è stato approfondito anche nell’intervista concessa a F1 TV, dove Russell ha ammesso che il secondo posto porta con sé punti preziosi, ma non modifica il giudizio sulla prestazione complessiva della squadra.
“È un risultato importante per il campionato e devo continuare a lottare. Ma devo essere sincero: non lotterò per il titolo se le prestazioni continueranno a essere queste. Sono andato via più soddisfatto dal Canada, quando mi sono ritirato mentre ero al comando della gara. Lì sentivo di meritare la vittoria, oggi invece non credo di meritare il posto in cui sono arrivato”.
Il secondo posto permette a Russell di raccogliere un bottino prezioso, ma le sue parole raccontano una realtà diversa dalla classifica.
Per il britannico, il podio di Silverstone è soprattutto il risultato di una gara in cui è stato bravo a capitalizzare le opportunità offerte dagli episodi, senza però ottenere quanto desiderato in termini di reale livello di competitività.
Il GranPremio di Gran Bretagna ha consegnato ad Andrea Kimi Antonelli una delle domeniche più nere della sua stagione, proprio quando a Silverstone il diciannovenne bolognese sembrava avere a disposizione tutti gli ingredienti necessari per andarsi a prendere la vittoria.
A rovinare i piani è stato un improvviso cedimento tecnico che ha innescato la perdita di ritmo e una corsa scivolata lontano dal risultato che fino a quel momento sembrava possibile, costringendo il pilota a una sequenza ravvicinata di soste.
Ai microfoni di Sky Sport F1 Italia, Antonelli ha ricostruito con lucidità il momento esatto che ha cambiato il destino del suo Gran Premio:
“Il problema sembra essere stato legato al wheel shield. È stata una rottura istantanea. I cordoli li ho presi nello stessomodo in tutti i giri, ma quando sono uscito da Copse ho sentito che qualcosa si è rotto istantaneamente”.
Il punto centrale della vicenda riguarda però la gestione successiva dell’episodio da parte del muretto box, dato che il primo intervento non ha risolto la situazione poiché la Mercedes ha inizialmente lavorato sull’ala anteriore.
Solo in un secondo momento è stato rimosso il pezzo danneggiato, quando la gara era ormai compromessa, come spiegato dallo stesso pilota:
“Purtroppo abbiamo dovuto fare due pit-stop, perché al primo pit abbiamo cambiato l’ala, ma il problema era ancora presente. Con l’ultima sosta hanno rimosso il pezzo e la macchina era guidabile, per modo di dire. È un peccato perché credo che comunque nonostante tutto potevamo chiudere sesti o settimi, e probabilmente avremmo potuto evitare la penalità. Ovviamente sono deluso, arrabbiato, ma la cosa importante è che oggi comunque andavo forte e avevo una grandissima possibilità di vincere, perché con le dure stavo venendo su fortissimo”.
A volte basta un luogo per cambiare il corso di una stagione.
Per Charles Leclerc, quel luogo si chiama Silverstone. 623 giorni dopo l’ultima vittoria, il monegasco è tornato sul gradino più alto del podio nel momento probabilmente più complicato, con tutti gli occhi puntati addosso e con tanti già pronti a puntare nuovamente il dito al primo errore.
52 giri vissuti con il fiato sospeso, iniziati con uno scatto perfetto al via che gli ha permesso di prendere immediatamente la leadership della corsa.
Da quel momento è iniziata un’intensa battaglia con la Mercedes di Andrea Kimi Antonelli, rimasta costantemente alle spalle della SF-26 fino al problema tecnico che ha costretto il pilota italiano ad alzare bandiera bianca.
Nemmeno la Safety Car intervenuta nelle battute finali è riuscita a scalfire la lucidità del numero 16, che ha portato a termine unadomenica praticamente perfetta, legittimando un successo più che meritato e tornando prepotentemente al centro della scena.
“Le mie vittorie non sono mai facili ” – ha esordito un sorridente Leclerc ai microfoni di Mara Sangiorgio per Sky Sport F1 Italia – “Sono veramente contento. Da tanti week-end facevo fatica a trovare il feeling. Ho lavorato tantissimo e sabato, dopo la Sprint, mi sono anche un po’ esposto dicendo di aver trovato qualcosa. Poi dovevo dimostrarlo in pista, non solo in qualifica ma anche in gara. Ieri il feeling era buono e oggi lo è stato ancora di più. Ovviamente abbiamo avuto anche un po’ di fortuna perché senza i problemi di Kimi probabilmente sarebbe stato molto difficile vincere, ma qualche volta serve anche quella. Sono felice per il team, per me, per i tifosi e per tutte le persone che hanno sofferto insieme a me nelle ultime gare “.
Infine, soffermandosi sull’inaspettata competitività della FerrariaSilverstone, il pilota monegasco ha aggiunto:
“È stata una grandissima sorpresa. Non ci siamo affatto nascosti giovedì dicendo che avremmo fatto fatica, lo pensavamo veramente. Tutti i nostri numeri dicevano che sarebbe stato un week-end difficilissimo, quindi dobbiamo capire e analizzare sia quando un fine settimana va peggio del previsto, sia quando va molto meglio del previsto, come in questo caso. Qui a Silverstone è andata molto meglio di quello che ci aspettavamo e dobbiamo capire il perché “.